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Papà in casa

Alessandro Sala

« 62mila uomini si alzano dal letto la mattina per preparare colazioni, portare figli a scuola, cucinare, fare la spesa e pulire casa». Iniziava così l’articolo «Avanza l’esercito dei mammi», pubblicato giovedì sul Corriere.it.

La semplificazione giornalistica porta spesso a coniare nuovi termini che, al di là della popolarità che possono poi ottenere – e in questo caso, ahimé, la popolarità c’è -, non sempre sono corretti. Del «mammo» si iniziò a parlare con insistenza quando uscì «Mrs. Doubtfire», il film in cui Robin Williams si camuffava in un’attempata governante pur di continuare a vedere regolarmente i propri figli dopo il divorzio dalla moglie: in quel ruolo si ritrovava a cucinare, fare pulizie, organizzare la vita dei ragazzi. Da allora questo nomignolo non ce lo siamo più levati di mezzo.

I «mammi», nell’articolo citato, sarebbero «lavoratori casalinghi che si occupano della gestione di figli e casa, invece che lavorare sotto padrone fuori dalle mura domestiche». Penso che sia già abbastanza fastidiosa l’equiparazione mamma-casalinga, che rimanda ad un’epoca per fortuna trapassata in cui la donna poteva essere solo l’angelo del focolare e l’uomo l’unico titolato a provvedere al sostentamento della famiglia.

Ancora più fastidioso è l’automatismo per cui se un uomo si occupa assiduamente dei figli diventa subito un «mammo».

Le cose sono molto cambiate nel corso degli anni. I padri di oggi sono molto diversi da quelli di ieri, che poi sono stati i loro padri e oggi sono i nuovi nonni, a loro volta diversi dai nonni delle passate generazioni, che fanno con i nipotini cose che non hanno mai fatto con i loro stessi figli. In Italia non siamo forse al livello di altre nazioni realmente evolute, come i Paesi scandinavi, dove le pari opportunità lo sono per davvero e non esistono solo come intitolazione di un ministero. Paesi dove è normale che anche un uomo si prenda giorni di astensione dal lavoro per «paternità». E dove nessuno si sorprende nel vedere uomini che spingono i passeggini o che imboccano i pargoli sul seggiolone al tavolo del ristorante.

Un giorno nel bagno degli uomini di un negozio italiano di Ikea, entrò una tizia che, nel vedermi davanti ai lavabi con mia figlia, si sentì subito in obbligo di riprendermi: «Penso che lei abbia sbagliato porta, questo è il bagno delle donne». «No signora – le feci notare -, non ho sbagliato io. Questa è la toilette degli uomini». E lei, di rimando: «Ma non vede che c’è il fasciatoio?». Non le sembrava possibile che quell’accessorio potesse esserci anche in un bagno non femminile.

E’ solo un episodio che forse può fare sorridere ma che denota la necessità di compiere ulteriori passi avanti dal punto di vista culturale. Un piccolo aiuto, in questo senso, potrebbe darlo magari anche l’utilizzo di un linguaggio appropriato.

Ci sono molti padri oggi che partecipano alle incombenze domestiche e che si dedicano alla cura dei figli. Che non si limitano a giocare con loro – cosa che per inciso forse molti genitori, maschi o femmine che siano, fanno troppo poco – , ma che partecipano ad ogni aspetto della loro vita, accompagnandoli o riprendendoli a scuola, aiutandoli nei compiti, partecipando alle riunioni di classe, preparando il pranzo o la cena, accompagnandoli dal pediatra e accudendoli in caso di malattie. E che magari sanno pure andare da soli nei negozi a comprare loro dei vestiti senza sbagliare taglia e senza fare troppi danni con gli abbinamenti di colore. 

Non sono dei superman, sono uomini normali. E non serve inventarsi nuovi termini per definirli. Mamma è una parola stupenda, è per antonomasia la prima che si impara nella vita e da sola dice tutto. Non merita di essere storpiata.

E poi c’è già un termine bellissimo, il più bello di tutti, per gli uomini che si occupano di figli: «papà».

Fonte: www.corriere.it

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