Home»Nonviolenza»Educazione»Disturbi dell’apprendimento: troppe diagnosi
Disturbi specifici di apprendimento

“I disturbi specifici dell’apprendimento, i cosiddetti Dsa, hanno avuto una grande espansione nel momento in cui molti bambini che presentavano difficolta’ scolastiche sono stati considerati a rischio come dislessici laddove, invece, dovevano essere trattati con percorsi di tipo pedagogico”. Lo ha dichiarato il direttore dell’Istituto di Ortofonologia (IdO), Federico Bianchi di Castelbianco, che ha presentato alla Camera i risultati dell’indagine condotta nell’ambito del progetto ‘Ora SI’.”La ricerca svolta con gli insegnanti – ha proseguito Castelbianco – ha permesso, senza valutare i bambini in senso clinico, di ridurre al 4% il numero possibile dei bambini a rischio Dsa, grazie alle attivita’ di supporto svolte con le insegnanti durante l’iter pedagogico”. Questo dato, secondo il direttore dell’IdO, “indica che al di fuori della scuola devono essere presi in carico da specialisti solo una percentuale estremamente ridotta di bambini”. Castelbianco ha precisato che “sui Dsa non c’e’ ancora una definizione eziologica certa, anzi e’ in discussione se si tratti di un disturbo di origine unicamente neurobiologica o genetica”. La posizione dell’IdO, infatti, e’ che “vi sia, sulla base degli studi raggiunti, solo l’1% di casi relativi a difficolta’ di origine genetica, per il resto si tratta invece di un’origine dovuta a fattori psicogeni”. Per quanto riguarda i test somministrati nelle scuole, invece, lo psicoterapeuta dell’eta’ evolutiva ha sottolineato che “essi hanno solo un carattere descrittivo, indicando criteri per individuare la quantita’ di errori commessi o valutare le competenze raggiunte dai bambini”. A tal proposito, ha evidenziato come “finalmente sia stata riconosciuta la presenza di disagio emotivo in tutti questi bambini, e sia ora prevista almeno una situazione di comorbidita’ con disturbi d’ansia, cosa che non era mai stata accettata”. Infatti, alla materna “non esiste – ha affermato Castelbianco – la possibilita’ di individuare bambini a rischio Dsa, anche perche’ la diagnosi puo’ essere effettuata solo al secondo anno avanzato delle elementari. L’insegnamento affrettato della lettoscrittura – ha sostenuto – e’ foriero di confusioni nel bambino e anche negli operatori“. Sulla percentuale del 3%, ha aggiunto che “sono tutti d’accordo, e’ sara’ importante che le scuole, con ad esempio mille studenti, considerino la possibilita’ di dover sostenere per questo specifico problema circa 30 alunni. Se pero’- ha precisato- il numero crescesse o si concretizzasse solo in una o due fasce di eta’, come 7 o 8 anni, starebbe ad indicare un’eventualita’ quasi certa di errore diagnostico. Inoltre non esistono casi di dislessia improvvisa a 10, 12, 15 anni”. Gli screening effettuati nelle scuole materne, inoltre, “non rilevano nessun indicatore di rischio per la dislessia, ma solo la presenza di bambini con disturbi di linguaggio che possono tradursi in difficolta’ nella letto-scrittura, ma anche in tal caso non sono definibili come dislessici. D’altra parte questi test assumono invece un grande valore – ha spiegato Castelbianco – perche’ permettono di individuare i bambini che presentano disagi o forme di immaturita’ che porterebbero poi, se non compensate o superate, a situazioni di difficolta’ e confusioni provocando serie difficolta’ scolastiche”. Lo psicoterapeuta dell’eta’ evolutiva ha sottolineato la necessita’, al fine di evitare confusioni tra Dsa e difficolta’ scolastiche, “di non mandare i bambini anticipatamente alle elementariin quanto, come regola, devono effettuare prima tre anni di scuola materna. Ricordiamoci – ha ripetuto il direttore

– che il requisito primario non e’ la sola intelligenza, ma la maturita’”. I bambini anticipatari, a scuola a 5 anni, “nel 30% dei casi presentano difficolta’ diffuse, e per la meta’ di questi, il 15%, presenta problematicita’ scolastiche che possono sembrare Dsa ma in realta’ non lo sono”. Pertanto, la richiesta dell’IdO e’: “seguire le indicazioni

del ministero dell’Istruzione dell’Universita’ e della Ricerca, individuando dei percorsi pedagogici mirati nella scuola, per risolvere i problemi all’interno piuttosto che rivolgersi sempre all’esterno, e far si’ che lo specialista debba intervenire solo per la percentuale reale dei casi individuati come Dsa”. Sugli strumenti compensativi, lo psicoterapeuta ha concluso che “devono essere intesi come un aiuto e non come la soluzione e vanno proposti dalla terza/quarta elementare in poi, dovendo aiutare a preservare l’apprendimento concettuale senza interferire con la naturale evoluzione , che pur se possibile verrebbe disincentivata”.

Fonte: www.aamterranuova.it

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