Home»Foto»Dipendenza da Internet, al Gemelli il primo centro per curare i drogati di web
Dipendenza dal web

Sofia Capone e Giuseppe Cucinotta

«Restavo a casa incollato al pc invece di andare a scuola. Giocavo fino a notte fonda e non mi staccavo neanche per andare in bagno». Luca (nome di fantasia) si muove nervosamente fra i corridoi del primo ambulatorio aperto in Italia che cura la dipendenza da internet al policlinico Gemelli. Per raccontare la sua storia preferisce utilizzare una mail. Lo schermo è stato per tutta l’adolescenza il suo unico rifugio e riparo e, nonostante abbia deciso di chiedere aiuto al centro, ancora non riesce a distaccarsene. «Ho toccato il fondo. Dietro quella voglia di collegarmi a internet ed entrare in un altro mondo, ora penso ci sia stato un vuoto di sentimenti».

Come Luca sono oltre trecento le persone che dal novembre 2009 hanno fatto i conti con la loro dipendenza e si sono rivolte all’équipe specializzata guidata da Federico Tonioni. «Il 90% dei nostri pazienti ha meno di 30 anni – sottolinea lo psichiatra -. Quasi tutti frequentano ossessivamente i social network e hanno sviluppato una forte assuefazione ai giochi on line». Per loro il centro è diventato l’ultimo appiglio per «uscire dalla rete». «Molti ragazzi hanno smesso di andare a scuola – ricorda Tonioni -. C’è chi naviga ininterrottamente anche per diciotto ore e chi punta la sveglia pur di alzarsi a notte fonda e giocare con gli amici in rete. Non esiste più la cognizione del tempo: è uno stato simile al sogno a occhi aperti».

A lanciare l’allarme sulla cyber-dipendenza è stata, a fine 2011, un’indagine di Eurispes e Telefono azzurro su 1.500 adolescenti dai 12 ai 18 anni. Il 50% dei soggetti intervistati rischia di rientrare nella categoria dei «drogati di web»: si dimentica infatti del mondo reale e di tutti gli altri impegni quando è connesso. Un atteggiamento che di solito porta i genitori a staccare la spina o a sequestrare il computer. «È un errore molto grave che gli adulti commettono per ingenuità», spiega Lisa Allegretti, psicoterapeuta del centro. E Tonioni conferma: «Si rischia una reazione molto aggressiva che può portare anche ad atti violenti verso se stessi o verso gli altri».

I genitori dei ragazzi che soffrono di «internet addiction» hanno storie molto simili. «Da quando Flavio (nome di fantasia) ha preferito stare attaccato al pc interi pomeriggi invece di vivere una vita normale abbiamo iniziato a litigare in maniera violenta». La madre di questo ragazzo, che partecipa al gruppo per genitori dell’ambulatorio, ricorda come, dopo le sfuriate, sia stato proprio suo figlio a chiederle aiuto. «Si è reso conto di essere diventato dipendente e, anche se sembra incredibile, abbiamo scoperto insieme l’esistenza dell’ambulatorio su internet».

Per gli adulti, invece, siti porno e «poker room» spesso sono l’anticamera della cyber-dipedenza. Chi ne soffre può arrivare a perdere il lavoro e annullare tutte le relazioni sociali. Nei casi più estremi l’isolamento diventa totale: non si esce più di casa neanche per fare la spesa, si ordina da mangiare a domicilio e si inverte il giorno con la notte. In Giappone sono 2 milioni e mezzo gli utenti che sono stati ribattezzati «Hikikomori», letteralmente «coloro che stanno in disparte». Il governo nipponico, allarmato dalle cifre, ha lanciato una campagna sulla tv pubblica per sensibilizzare la popolazione. Un fenomeno che si è diffuso rapidamente in tutto il mondo, tanto che anche in Italia si contano i primi casi.

«Quando abbiamo inaugurato questo centro pensavo ad una dipendenza light rispetto a quelle da cocaina o eroina – ammette Tonioni –. Ma l’internet addiction mi mette ogni giorno di fronte a problemi che mi lasciano perplesso». Molti pazienti sono riusciti a uscire da questo buco nero. Luca ci sta ancora provando: «Penso di aver perso parecchi anni della mia vita davanti a questo dannato computer che ancora oggi odio e amo – confessa in una mail dopo aver accettato un colloquio online -. Ora però voglio trovare un equilibrio fra il mondo virtuale e quello reale».

Fonte: www.corriere.it

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