Home»Ecologia»Agricoltura biologica»Dal giardino di casa al cliente. È vendita libera per gli ortaggi


Paolo Pontoniere

Dalla corsa all’oro alla Stagione dell’Amore (the Season of Love) e dalla rivoluzione dell’Internet ai matrimonio gay: San Francisco è da sempre in prima fila nella sperimentazione economica e sociale. Adesso la città californiana ha deciso di porsi all’avanguardia anche del movimento statunitense per lo sviluppo di un’agricoltura urbana. Con una delibera che ha sorpreso anche i produttori locali – che hanno già contribuito alla rinascita dei mercatini di quartiere e allo sviluppo d’una cucina basata tutta su ingredienti coltivati nel raggio di poche miglia da luogo dove vengono consumati –  il consiglio comunale della città ha di recente approvato un’ordinanza che permette a chiunque di vendere ai vicini, nei mercatini, ai ristoranti e ai bar gli ortaggi che produce nel giardino di casa. “Questa è una splendida occasione per incrementare la produzione alimentare cittadina, per stabilire un precedente che può servire da esempio ad altre realtà urbane e per recuperare una preziosa porzione dei terreni cittadini che giacciono abbandonati”, ha spiegato Ed Lee, il sindaco asiatico-americano della città: “Bisogna liberare quei lotti e sottrarli alle spinte speculative”.

La passione della città californiana per l’agricoltura urbana affonda le radici nella storia. Già negli anni Settanta, muovendosi controcorrente, San Francisco aveva fatto tendenza decidendo di aprire le terre di proprietà comunali ai cittadini che volevano coltivare frutta, ortaggi, verdure e fiori. Li chiamarono Community Garden, giardini comuni. Autogestiti su licenza del comune dai loro agricoltori, fiorirono a centinaia. Molto spesso nei quartieri più poveri o su terre marginali, contribuendo non solo all’abbellimento della città ma anche al recupero di terreni contaminati da vecchie attività industriali e navali. Negli anni Ottanta questa decisione aveva poi portato alla nascita di SLUG, the San Francisco League of Urban Gardeners, la prima alleanza di base statunitense per la riaffermazione di pratiche agricole in ambiente metropolitano.

“Si trattava di esperienze private”, osserva Mary Purpura, Urban Ecologist di The Potrero View, uno dei principali giornali di quartiere della città: “I giardinieri urbani coltivavano o per scopi estetici, per rilassarsi o per arricchire un tantino la loro alimentazione, era insomma un’esperienza più intellettuale, una dichiarazione politica, che una scelta di sviluppo. Questa è diversa: è la prima volta che negli Stati Uniti una città permette ai suoi abitanti di coltivare e vendere dal giardino di casa propria. Non è solo una rivoluzione economica ma è anche un grande cambiamento del costume e potenzialmente dei flussi commerciali, che rifocalizza il consumo alimentare sulle produzioni regionali”.

E se non si tratta di vera e propria rivoluzione, si parla in ogni caso di una decisone destinata a fare storia. Inziative di questo tipo sono infatti adesso in via di approvazione non solo a Berkeley, Oakland, San José e Santa Cruz – città tutte limitrofe a San Francisco – ma anche in comuni come Detroit, che oltre ad essere finiti in bancarotta adesso devono fare i conti con una popolazione che si impoverisce gradualmente e con interi quartieri abbandonati al disfacimento urbano. “L’abolizione di regole antiquate permetterà ai coltivatori urbani di reintrodurre una tradizione semplice e vetusta alla quale le nostre città hanno rinunciato solo di recente”, assicura Caitlyn Galloway, animatrice dei Little City Gardens, il community garden di San Francisco dal quale è partita l’idea.

Fonte: www.repubblica.it

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