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Sasha Carnevali

Homeschooling

Se è vero che conoscenza vuol dire libertà, la vera libertà si gode quando si è liberi di scegliere cosa sapere. L’esperienza infatti ci dice che gli argomenti imparati per forza vengono dimenticati non appena smettono di servirci. Ma è possibile affrancarsi dal sapere coercitivo? Per molti americani il mero concetto di scuola dell’obbligo suona come una minaccia alle libertà personali garantite dal Primo emendamento: nella land of the free il diritto all’autodeterminazione fa parte dell’imprinting nazionale.

È appunto negli Stati Uniti che negli anni Sessanta è nato il movimento dell’homeschooling, ovvero l’istruzione impartita in famiglia anziché a scuola, oggi un fenomeno sociale che coinvolge più di due milioni di studenti, con un tasso di crescita annuo che va dal 7 al 15 per cento a seconda degli Stati. Da un punto di vista storico negli Stati Uniti, come nel resto del mondo, i ragazzi hanno sempre studiato tra le mura domestiche: i ricchi con un precettore, molti con una maestrina pagata a cottimo insieme a un gruppo di vicini, i più sotto la guida dei genitori (i bottegai insegnavano a far di conto, i pastori le Scritture e la storia, e così via).

La scuola obbligatoria vide la luce nel Massachusetts nel 1852, in piena rivoluzione industriale, per arginare lo sfruttamento minorile; ma tra allora e oggi la pratica di educare i figli a casa non si è mai estinta: in posti come l’Alaska per le famiglie lontane dai centri abitati è sempre stata l’unica opzione disponibile. È tuttavia indubbio che la curva degli adepti dell’homeschooling si sia impennata tra gli anni Sessanta e Settanta, in seguito alla pubblicazione di diversi saggi di pedagogia incentrati sugli aspetti negativi dell’insegnamento coercitivo e delle aggressive dinamiche sociali tipiche dell’ambiente scolastico. Tra i vari autori dell’epoca, John Holt è ancora oggi considerato il nume tutelare della libera educazione e dell’autodidattica. Secondo questo ex maestro elementare i bambini a scuola non imparano perché paralizzati dalla paura (di dare risposte sbagliate, di essere presi in giro da compagni e professori): Holt sosteneva che la curiosità viene soffocata non appena si cerca di controllarla in quanto «l’imparare non è il prodotto dell’insegnare; l’imparare è il prodotto dell’attività di chi impara». Migliaia di famiglie seguirono il suo consiglio di ritirare i bambini da scuola e si diedero all’unschooling, cioè a lasciare che i loro figli assumessero la responsabilità della propria educazione, considerando il mondo intero la propria aula e soprattutto decidendo autonomamente quando e cosa imparare (magari la tavola degli elementi a sei anni e a scrive-re in corsivo solo a dieci), sotto una supervisione il più discreta possibile.

Nel corso degli anni Ottanta, ci fu una nuova svolta quando le “scuole cristiane” (per la maggior parte appartenenti alla corrente evangelica) videro evaporare i loro regimi fiscali agevolati. Centinaia di istituti religiosi chiusero i battenti e una considerevole fetta di popolazione refrattaria all’educazione secolare impartita in quelli statali (dove si insegnano l’evoluzionismo e l’educazione sessuale) andò a ingrossare le fila delle “scuole familiari”. Chi opera questa scelta per motivi di fede, diversamente dagli unschooler, tende a instaurare un regime parascolastico nella propria cucina, con orari, materie, test e valutazioni che riprendono quelli tradizionali: la differenza sta solo nell’orientamento dei contenuti. Come però precisa Brian Ray, presidente del National Home Education Research Institute, «molti pensano che l’homeschooling sia una cosa da fondamentalisti di destra con la Bibbia in mano o da libertari del tipo “andiamo in campagna a pascolare capre” con le Birkenstock ai piedi. Invece c’è molta sovrapposizione: alcuni cristiani vivono in campagna e allevano capre e alcuni libertari credono che loro, e non lo Stato, debbano indottrinare i figli. Gli stereotipi sono fallaci, anche se contengono un po’ di verità».

Tra i due estremi c’è infatti l’ampia fetta di popolazione detta mainstream, quella insoddisfatta delle scuole pubbliche e private che ha adottato l’istruzione parentale per offrirne ai propri figli, spesso superdotati, una su misura. Ogni famiglia sceglie l’approccio che le è più congeniale: il mercato dei curricula preconfezionati (con tanto di quaderni, matite e schede di valutazione) è più florido che mai, ma molti genitori mescolano testi tradizionali per le materie fondamentali ai libri realizzati in casa con i figli dopo aver affrontato la storia della musica o classificato tutte le piante della provincia.

Per quanto riguarda la socializzazione, si affrettano a difendersi gli homeschooler, ai ragazzi non viene certo a mancare solo perché non frequentano la scuola ordinaria: le famiglie sono legate le une alle altre grazie a centinaia di network, newsletter, incontri, gite d’istruzione, fiere specializzate. Moltissimi genitori bloggano per dare e chiedere consigli pratici («dove trovo occhi di mucca da sezionare per l’esperimento di anatomia del futuro veterinario?»), per complicità (barzellette del tenore «come cambiano una lampadina gli homeschooler?») o per avere un sostegno morale («non dovrei fargli studiare trigonometria invece di lasciarli piegare origami?»). E, perché no, anche per fare del proselitismo, forti delle statistiche per le quali le competenze dell’ottanta per cento di questi ragazzi è sopra la media dei coetanei.

«Secondo le proiezioni attuali viene istruito a casa il due per cento della popolazione americana in età scolare e il fenomeno è in decisa ascesa: ormai fa sollevare ben poche sopracci-glia», afferma Helen Hegener, 59 anni, fondatrice di Home Education Magazine, rivista di riferimento a livello internazionale. A chi cerca di imbrigliare il movimento con statuti e regole invadenti, la Hegener ricorda che ogni homeschooler è legalmente “innocente fino a prova contraria”, ovvero che non deve dimostrare a nessuno che sta davvero dando un’istruzione ai suoi figli, nemmeno che sono alfabetizzati. Se non alla sua coscienza. 

In Italia molti pensano che non mandare i figli a scuola significhi ritrovarsi gli assistenti sociali e i carabinieri alla porta. In realtà l’educazione libertaria è un diritto inalienabile anche da noi: secondo la stima di Francesco D’Ingiullo, segretario della Rete italiana scuola familiare (www.educazionelibertaria.org), sono però solo circa duecento le famiglie che istruiscono autonomamente i propri ragazzi. Il numero basso si spiega con la mancanza di informazione, secondo l’altoatesina Sybille Kramer, che alla chiusura della scuola montessoriana frequentata dai figli ha deciso di continuare la loro educazione a casa. Sybille – che blogga su www.buntglas.wordpress.com – spiega che per restare nella legalità «basta fare una richiesta alla direzione scolastica di competenza allegando il programma che si intende seguire quell’anno, e poi presentare da privatisti temi, esercizi di matematica e foto di elaborati allo scadere dei quadrimestri, per dimostrare il regolare avanzamento degli studi».

Fonte: www.ilsole24ore.com

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