Home»Foto»La Rete è davvero rivoluzionaria?
La Rete è davvero rivoluzionaria?

Strumenti come Facebook e Twitter incoraggiano l’attivismo politico? C’è chi dice no, perché creano relazioni fittizie che non smuovono le persone. C’è chi dice sì, perché offrono ai ribelli nuovi strumenti d’azione. Ecco cosa ne pensano due intellettuali statunitensi.

Martina Saporiti

La questione non è nuova: il Web è davvero uno strumento capace di promuovere partecipazione politica e sociale? Facebook e Twitter riescono ad accendere le rivoluzioni? Domande che qualcuno aveva già sollevato un anno fa, ancor prima che arrivassero la Primavera Araba, i rivoltosi di Londra o il movimento Occupy. Tra gli altri (oltre a Wired Italia che aveva candidato Internet a nobel per la Pace nel 2010), a dibattere sul tema c’erano due intellettuali statunitensi, che si sono lanciati in un’accesa schermaglia verbale sulle pagine di Foreign Affairs. 

La miccia che ha fatto esplodere la discussione è stata accesa da Malcom Gladwell, un giornalista del New Yorker, il quale in un articolo pubblicato nell’ottobre del 2010 sosteneva che i media hanno sopravvalutato il ruolo dei social network come strumenti di attivismo politico. Basandosi su uno studio pubblicato dal sociologo Doug McAdam della Stanford University (Usa) sulla lotta per i diritti civili negli anni ‘60, Gladwell divide le relazioni sociali in due categorie: quelle strette, che sono personali e ti spingono a metterti in gioco in prima persona per gli altri, e quelle deboli, che al massimo ti portano ad accettare un’amicizia su Facebook o a seguire qualcuno su Twitter. È inutile dire che, secondo il giornalista statunitense, le prime sono le uniche capaci di trascinare la gente in piazza.  

Clay Shirky, invece, è un professore della New York University (Usa) che nel suo libro Here Comes Everybody (definito dallo stesso Gladwell come la bibbia dei social media) sostiene invece l’importanza dei nuovi mezzi di comunicazione nella vita politica del mondo. In un lungo articolo pubblicato su Foreign Affairs in risposta a Gladwell, Shirky ha tirato in ballo accadimenti come l’impeachment del presidente filippino Estrada del 2001, il blocco dell’importazione di carne bovina dagli Stati Uniti da parte della Corea del Sud dopo un caso di encefalopatia spongiforme nel 2008, la caduta del regime comunista in Moldavia nel 2009: tutti eventi in cui i social media hanno avuto un ruolo più che rilevante. Anche se Shirky riconosce che la maggior parte della comunicazione on-line è superficiale, non nega comunque le sue potenzialità sociali. 

Arriviamo quindi al botta e risposta svoltosi sulle pagine di Foreign Affairs, dove i due intellettuali cercano di far valere le loro posizioni. “Solo perché la comunicazione tecnologica si evolve, non significa che questa evoluzione sia davvero importante”, scrive Gladwell, “per dirla in altro modo, se un’innovazione vuole fare la differenza, deve risolvere un problema reale. Per essere convincente, Shirky dovrebbe persuadere i suoi lettori che senza i social media tutto ciò di cui parla non sarebbe accaduto”.

“Faccio solo due domande”, risponde Shirky, “i social media hanno aiutato i rivoluzionari ad adottare nuove strategie? E queste nuove strategie si sono dimostrate vincenti? La risposta è sì e ancora sì”. 

Ora, un anno dopo, non è ancora chiaro chi abbia vinto questa battaglia di argomentazioni. Da un lato, Bill Wasik su Wired.com sottolinea come, alla luce di quanto accaduto nel 2011, Gladwell abbia avuto torto marcio. Ma è proprio così? In realtà, ciò che sostiene il giornalista statunitense non è poi così fuori dal mondo: la tecnologia diventa davvero importante solo se riesce a cambiare la natura degli eventi e delle persone. E Facebook e Twitter sono arrivati a tanto? Forse no. E’ vero, hanno cambiato il modo di comunicare così come siamo passati dalle parole ai testi scritti e poi al telefono. Le rivoluzioni nel mondo ci sono sempre state, ciò che è cambiato è solo il modo di dar loro voce, che tuttavia non è un carattere qualificante.  Per fare le rivoluzioni, sosteneva Doug McAdam, ci vuole ben altro che una buona comunicazione: serve il coinvolgimento emotivo che solo i legami interpersonali più stretti sanno dare. E, secondo Gladwell, i social media non possono creare relazioni così forti da riuscire a muovere le rivoluzioni. 

Tuttavia fermiamoci un momento a riflettere su quello che è successo, per esempio, nel movimento Occupy. Le sue anime sono Kalle Lasn and Micah White, gli editori dell’Adbusters da cui è partito tutto. È vero, erano stretti collaboratori, ma vivevano a chilometri di distanza e non si sono mai incontrati per più di quattro anni. E come loro i numerosissimi gruppi di protesta sparsi in tutti gli Stati Uniti che hanno deciso di aderire alla protesta viaggiando anche per centinaia di chilometri prima di arrivare a Zuccotti Park. 

In questo, forse, è l’importanza della Rete negli sconvolgimenti politici e sociali dei nostri tempi. Internet ha accorciato le distanze che ci separano, permettendo a un australiano di parlare (anche se a suon di bit) con un americano, un cinese con un africano. È così che si diffondono le idee, è così che si ha la sensazione di far parte di qualcosa di più grande che superi i confini della propria città o del proprio paese. E forse è così che oggi si fanno le rivoluzioni.

Fonte: www.wired.it

eBook

One Response to "La Rete è davvero rivoluzionaria?"

  1. Marcello Marani   6 gennaio 2012 at 03:46

    Credo che proprio dal Webb possa prendere corpo ed avverarsi quanto auspicato de Marx ed Engels nel finale del: “Manifesto del Partito Comunista” e precisamente; “I comunisti rifiutano di nascondere le loro opinioni e i loro fini. Essi proclamano apertamente che i loro scopi non potranno essere raggiunti senza il rovesciamento violento di tutto il presente ordinamento sociale. Che le classi dominanti tremino all’idea di una rivoluzione comunista! I proletari non hanno niente da perderci, se non le loro catene. Essi hanno un mondo da guadagnare.

    PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!”
    Ed il webb ci consente di trasmettere queste parole ed altre in tutto il mondo, perchè senza conoscenza non si fanno le rivoluzioni e per questo mi piace citare un rivoluzionario democratico e terzo Presidente degli Stati Uniti, che ancora prima di Marx diceva: “Non riconosco nessun altra sovranità se non quella del popolo stesso. E se riteniamo che il popolo non sia abbastanza preparato, la soluzione non sta nel sottrargliela, ma nell’educarlo ad usarla”
    E citazione per citazione diceva anche che: “E’ solo l’errore che ha bisogno del sostegno del governo. La verità si regge da sola.”, aggiungendo che : “Non sono i popoli a dover temere i Governi, ma sono i Governi a dover temere i popoli”, proseguendo con: “Quando la stampa è libera ed i cittadini capaci di leggere, tutto è sicuro”, ed infine concludeva con: “Se uno si aspetta di essere libero, rimanendo ignorante, si aspetta qualcosa che mai non è stato e mai non sarà!”

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Contatti

Uomoplanetario.org

Email

Telefono+39 (340) 1046944

×
  • HOME
  • TECNO
  • ABOUT
  • CONTACT