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Il cervello dei politici

Fabio Pipinato

V’è una cosa che accomuna il governo tecnico italiano, il vertice di Bruxelles e la Conferenza di Durban, anzi una sensazione: la politica ha fallito nel suo compito più alto, “perseguire il bene comune”.

In Italia la politica ha abdicato. E l’attacco che viene dal parlamento alla manovra “Salva Italia” non è solo per bilanciare “equità e rigore” ma soprattutto a salvaguardare i professionisti dello status quo. Che tristezza vedere parlamentari farsi portavoce di tassisti, portaborse di farmacisti e via con gli “isti”. Nel paese ove le lobby trasversali dei notai prima e degli avvocati poi sono riusciti a bloccare finanziarie e, quindi, il paese intero è triste vedere coloro che dovrebbero erigersi a statisti abbassarsi al ruolo di rappresentanti porta a porta (con tutto il rispetto per questi).

E nei territori? I partiti politici hanno rinunciato da tempo a darsi dei solidi strumenti per saper leggere i tempi, la storia, le evoluzioni, i flussi; per sapere chi siamo e dove andiamo. Tant’è che ha chiuso con la prima repubblica le serrande di tutte le scuole di politica, con buona pace della classe intellettuale che, con la politica del fare, non aveva nulla a che fare. Per l’appunto. E con buona pace con i molti, forse i più, che negli 8.000 enti locali investono testa, tempo e denaro, tra le tempeste dell’antipolitica e l’odio nazional-popolare nei loro confronti solo perché investono energie per dare un’alternativa alla barbarie. Un sogno seppur solidario e disgiunto da alcuna visione nazionale.

Dalla manovra “Salva Italia” a quella “Salva Europa”. L’”isolazionismo” di David Cameron dopo il Consiglio europeo del 9 dicembre sta facendo adepti. I cechi si stanno già chiedendo perché un nuovo trattato dovrebbe vincolare paesi che non sono ancora entrati a far parte dell’eurozona. Il primo ministro finlandese ha dichiarato che non accetterà un nuovo trasferimento di sovranità. In Irlanda probabilmente si terrà un referendum. I governi svedese e olandese hanno bisogno dell’appoggio dei partiti di opposizione, che però sono in rivolta.

L’esile accordo, insomma, comincia già a traballare. Un accordo che tra l’altro non ha alcuna reale possibilità di salvare il vecchio continente, come dimostra il crollo dell’euro negli ultimi tre giorni. E qual’è la soluzione? Giocare a “Mamma casetta”, tutti dentro la propria tana, proprio come i conigli. Anziché fare l’esatto contrario di ciò che la paura vorrebbe si segue il malcontento popolare.

Gli eurottimisti come il nostro Capo dello Stato dicono, invece, che la crisi ha portato l’Europa sul binario giusto, un binario che potrebbe condurre verso un’Unione Europea davvero capace di una politica economica unitaria, risolvendo quindi una delle idiosincrasie che più l’ha esposta alla speculazione finanziaria: un’unione monetaria non accompagnata da un’unione economica. Insomma un’Europa più unita e più forte di prima. Ma questo fa parte del gioco. Nonostante le defezioni bisogna mantenere i nervi saldi per non mostrare il panico. (A tal proposito vi svelo un trucco. Quando un politico utilizza il rafforzativo “davvero” o “in verità” significa spesso che la cosa non è valsa in passato o che sarà poco probabile in futuro).

Ma il funerale della politica è stato celebrato a Durban. Inspiegabile. Va bene che i leader di USA, Russia e Canada non potevano permettersi di configgere con i rispettivi equilibri interni (elezioni a breve ovunque). Va bene che non hanno un’altra idea di sviluppo che non sia il + PIL, + PIL, + PIL ma l’aver procrastinato il problema, l’accordo è costosissimo. Tutti i capi di Stato sapevano che 1 euro speso oggi ne previene 7 spesi domani post catastrofi ….ed il decidere di non fare nulla è spaventoso. Il commento del direttore esecutivo di Greenpeace International, Kumi Naidoo riguardo la conferenza è stato lapidario: “I governanti che hanno lasciato la conferenza dell’Onu dovrebbero vergognarsi. Ci chiediamo come, una volta tornati a casa, potranno guardare negli occhi i propri figli e nipoti. Ci hanno deluso e il loro fallimento sarà misurato con le vite dei più poveri, i più vulnerabili e i meno responsabili del caos climatico“.

Che fare? Innanzitutto prendere atto del fallimento della politica a diversi livelli. Dalla città all’Onu. Non è possibile che singole categorie di professionisti, i brokers della city di Londra o un manipolo di petrolieri paralizzino le Istituzioni. Non è possibile che prevalga ancora l’immunitas sulla communitas. Noi abbiamo bisogno di scelte impopolari che scardino interessi consolidati da decenni se non secoli e non vediamo altra strada se non il re-impegno di “rappresentanti del popolo e non di corporazioni” in politica. La politica è morta? Viva la politica!

Fonte: www.unimondo.org

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