Home»Nonviolenza»Educazione»I talenti ribelli e distratti che sappiamo solo punire
Bambino creativo

Umberto Galimberti

Bisogna prestare molta attenzione ai bambini che a scuola sono distratti, non di rado annoiati, talvolta troppo vivaci o iperattivi, perché spesso tra queste figure, che solitamente disamorano gli insegnanti o mostrano uno scarso interesse ai loro insegnamenti, si nascondono i “plusdotati”. Sono bambini difficili da riconoscere, perché il loro comportamento irrequieto o la loro scarsa attenzione li fa confondere con quanti nella stessa classe non hanno alcuna propensione all’applicazione e allo studio. In realtà capiscono al volo dove conduce un ragionamento, intuiscono velocemente la soluzione di un problema, detestano l’esercizio ripetitivo, e perciò si annoiano e assumono comportamenti che non sono quelli previsti di una classe ordinata. Può la nostra scuola fare qualcosa per loro, seguirli nelle loro capacità superiori alla media, preparare percorsi particolari e individuali?

La mia risposta è no, per le ragioni che qui provo ad elencare. 1. La nostra scuola, così com’ è impostata nei suoi programmi, tende a privilegiare quella che i cognitivisti chiamano “intelligenza convergente”, che è quell’ intelligenza che trova la soluzione all’ interno dell’ impostazione che è stata data al problema. I plusdotati presentano spesso un’ “intelligenza divergente” che trova la soluzione non all’ interno del problema, ma ribaltando i termini del problema, come fece Copernico che risolse con facilità molti problemi astronomici, abbandonando semplicemente l’ipotesi che fosse il Sole a ruotare intorno alla Terra. Tutti i progressi nella storia sono stati promossi da intelligenze divergenti. 2. La nostra scuola, con i suoi programmi che spaziano su diverse competenze, privilegia l’ “intelligenza flessibile” che, versata in ogni direzione (dalle capacità linguistiche a quelle matematiche, da quelle scientifiche a quelle figurative), non presenta una particolare inclinazione per nulla, e perciò è in grado di dispiegarsi a ventaglio su tutto. I plusdotati, hanno solitamente un’ “intelligenza inclinata” in una particolare area, e quindi dotata di una specificità, che non è apprezzata dalle pagelle scolastiche e dai test psicologici, per la semplice ragione che questi valutano dell’ intelligenza solo quella flessibilità, e quindi quella genericità, che non è il nozionismo, ma la supposizione che l’intelligenza sia una dimensione versata e versatile per qualsiasi contenuto. Per cui a scuola finiscono per essere apprezzati, più dei plusdotati, quelli che potremmo chiamare “mediocri”, perché raggiungono un livello “medio” di competenze in tutte le discipline. 3. La nostra scuola elementare, per poter riconoscere le intelligenze dei plusdotati e creare le condizioni e i contesti per un loro adeguato sviluppo, dovrebbe essere composta da classi di non più di quindici scolari, perché solo così è possibile individuare, non solo per i plusdotati, ma per tutti, i percorsi emotivi e cognitivi attraverso i quali ciascuno giunge all’ acquisizione del sapere. Non tutti, infatti, impariamo allo stesso modo, ma ciascuno seguendo un itinerario tracciato dai propri interessi decisi dalle proprie inclinazioni e, a quell’ età, dai propri stati emotivi. Se invece di quindici, le classi sono composte da venticinque o trenta scolari dobbiamo dire chiaro e tondo che le specifiche inclinazioni non possono essere individuate e tanto meno gli interessi e i percorsi emotivi, per cui la nostra scuola può al massimo “istruire”, ma non certo “educare”, dove per “educazione” non si intende solo la maturazione dell’ intelligenza, ma anche la maturazione dell’ emozione e del sentimento che, quando non avviene, determina quei fenomeni di discriminazione e di bullismo di cui pesantemente soffre la nostra scuola.  

E dunque, se il futuro di un paese dipende dalle intelligenze che possiede, davvero l’Italia con la genericità della sua istruzione, che non sa riconoscere le intelligenze superdotate e che spesso le confonde con disturbi dell’ apprendimento, può credere seriamente nell’ avvenire?

Fonte: www.repubblica.it

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