Home»Articoli»Google ha detto addio ai contenuti spazzatura?
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I nuovi algoritmi di ricerca introdotti vogliono premiare i contenuti più freschi e di qualità. Ma non è detto che ci si riesca.

Fabio Deotto

“Anche se, nel pubblicare un contenuto, fai un sacco di cose stupide e ti dai la zappa sui piedi, ma hai un buon contenuto, noi vogliamo che il motore lo porti a galla. Google sta cercando di fare in modo che i siti non debbano aver bisogno di Seo”. È questa la frase, pronunciata con noncuranza in un liveblog dal capo della squadra anti-spam di Google, Matt Cuts, che da qualche giorno sta facendo perdere il sonno a una schiera di professionisti del Web.

Se Matt Cutts dice la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, quel grande carrozzone di siti web progettati come infallibili serbatoi di contenuti macina-click, potrebbe sbandare definitivamente fuori strada. Il che sarebbe anche un bene, se non fosse che negli ultimi anni intorno all’ottimizzazione formale dei contenuti per i motori di ricerca si è creata una vera e propria industria, con tanto di professionisti specializzati proprio nella Search Engine Optimization. La Seo è una disciplina vecchia 20 anni, il suo obiettivo è perfezionare l’aerodinamicità di un contenuto web in modo che si posizioni meglio tra i risultati di ricerca. Con l’esplosione del Web 2.0 e il conseguente tsunami di nuovi contenuti, la Seo ha raggiunto una precisione e una complessità tale da permettere la nascita delle cosiddette content-farm, imprese produttrici di contenuti di scarsa qualità atti unicamente a veicolare messaggi pubblicitari. Titolo, parole chiave nell’articolo, utilizzo ragionato delle tag e dei cross-link, normalizzazione delle url: tutti accorgimenti che negli anni passati hanno garantito un buon posizionamento di un pezzo nelle ricerche web, a prescindere dalla sua sostanziale qualità. Negli anni, Google ha apportato modifiche al suo motore di ricerca che hanno costretto gli stregoni della Seo ad avvitamenti sempre più complessi. Quest’anno, Google ha annunciato l’introduzione di Panda, un nuovo algoritmo che con il nuovo aggiornamento (rilasciato in questi giorni) andrà a modificare almeno un terzo dei risultati di ricerca.

Con Panda, Google rivendica come obiettivo primario quello di premiare la qualità del contenuto (e la sua freschezza) piuttosto che la forma e la confenzione con cui è veicolato. Tuttavia, dopo che il colosso di Mountain View ha dichiarato di voler introdurre i +1 come parametro di indicizzazione, ha cominciato a diffondersi il dubbio che la compagnia stesse programmando il suo motore di ricerca per deviare gli utenti verso i propri prodotti e i propri servizi. È un dubbio legittimo, soprattutto oggi che Google non è più solo (o principalmente) un motore di ricerca, ma una compagnia con un raggio d’azione sempre più esteso e trasversale.

Tuttavia, come abbiamo già detto, è improbabile che Google faccia una mossa tanto grossolana. Certo, è lecito immaginare che BigG riserverà ai propri servizi un posto privilegiato, ma a giudicare dai risultati forniti dal nuovo algoritmo, lo spostamento dalla forma al contenuto in effetti è notevole.

Lo dimostra il fatto che la piattaforma eHow, che offre articoli per il fai-da-te, ha riportato una flessione del 20% nelle visite da quando Google ha introdotto il nuovo algoritmo. Inoltre, uno studio condotto d Richard McCreadie, computer scientist della University of Glasgow, ha dimostrato che i risultati di ricerca per la stessa query sono cambiati sensibilmente tra marzo e agosto, indicando una chiara predilezione per i contenuti di qualità a discapito dei link spazzatura. Questo significa la morte della Seo? Con buona pace dei detrattori più entusiasti, la risposta più probabile è: no. O meglio, potrebbe essere la morte della Seo come la conosciamo, ma considerando la mole di interessi (e denaro) in palio, la cosa più probabile è che le tecniche di ottimizzazione seguiranno la transizione forzata da BigG per concentrarsi maggiormente sulla produzione di un contenuto capace di superare i nuovi filtri introdotti da Google. Una transizione di questo tipo, ormai, è ineludibile. Basti considerare la quantità di nuove startup che puntano proprio sullo spostamento dell’attenzione dalla forma al contenuto. È il caso di Pinterest, di Snip.it, di Trap.it, del nuovo TwitVid, di Chime.in, etc. È questa la rotta indicata dai nuovi Discovery Engine: in un web in cui tutti sono (potenzialmente) produttori e fruitori di contenuto, quello che serve non è un sistema per imporre artificiosamente all’attenzione dell’utente alcuni link a discapito di altri, ma nuovi sistemi per ordinare e catalogare il maelstrom di contenuti in modo che l’utente acceda velocemente e con esattezza al tipo di informazione di suo interesse.

La vittima più probabile (e auspicabile) di questo processo non sarà la Seo, quanto piuttosto le content-farm come le conosciamo oggi, e in generale la dittatura dei click che negli ultimi anni ha impoverito in maniera calcolabile gran parte del giornalismo online.

Fonte: www.wired.it

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