Home»Articoli»Arriverà il Pd al 2013?
Pier Luigi Bersani

Marco Damilano

La manovra economica ha terremotato il partito di Bersani. Che ora si va dividendo in nuove correnti, pro o contro il Professore, con varianti di ogni tipo. E di qui alle elezioni c’è il serio rischio che tutto imploda (09 dicembre 2011) Massimo D’Alema con Pier Luigi Bersani Manovra iniqua. Un massacro. Una catastrofe. Eccolo qui il popolo del Pd di fronte alla cura di Mario Monti. Non quello virtuale che esprime la sua rabbia sulla pagina Facebook di Pier Luigi Bersani, ma ricercatori, operatori della sanità, giovani precari, dipendenti pubblici in carne e ossa: il blocco sociale di riferimento.

Ponte Marconi, periferia sud di Roma, circolo ricreativo dell’Acea, assemblea dei lavoratori del Pd all’indomani dell’approvazione del decreto salva-Italia. All’ingresso una scatola di cartone: “Finanziamento per l’iniziativa. Non siamo Caltagirone”. Nel capannone ci sono duecento persone, rappresentanti di Finmeccanica, Rai, Unicredit, Ferrovie, ministeri. Tra loro si chiamano ancora compagni, molti sono iscritti anche alla Cgil. Per tre ore mettono in scena il disagio della base democratica. Incazzatura e preoccupazione. “Oggi è una brutta data. E questi provvedimenti sono solo un antipasto: le brutte notizie vere arriveranno quando si parlerà del mercato del lavoro”, avvisa Roberto D’Alessio, pubblico impiego.

“Passera era quello che ha privatizzato Alitalia e ora ce lo ritroviamo in un governo votato anche da noi”, protesta Massimo Celletti, aeroporto di Fiumicino. “I sacrifici si possono fare, ma non in cambio di niente”, riassume il segretario del Pd romano Marco Miccoli. Alla fine parla il responsabile dell’Economia di largo del Nazareno Stefano Fassina, bersaniano doc, tra i più critici con le misure del governo: “Sì, siamo in sofferenza”, ammette: “Il blocco delle indicizzazioni sulle pensioni non corrisponde a criteri di equità. L’intervento sull’età pensionabile è brutale. Ma oggi la priorità è scongiurare il fallimento che colpirebbe prima di tutto chi sta in questa sala. Appoggeremo Monti, ma dobbiamo farlo con la nostra identità. Altrimenti non abbiamo più senso di esistere”. 

Dopo solo tre settimane di maggioranza in coabitazione con il Pdl per votare il governo dei tecnici, il Pd di Pier Luigi Bersani si barrica in definizioni antiche: governo amico, ministero dell’emergenza, stato di necessità, evitare il tracollo. Segno che se la luna di miele del Paese con il governo Monti si è affievolita dopo le prime misure lacrime e sangue, quella del Pd è già terminata. Come dimostrano i commenti apparsi sul giornale del partito, “l’Unità”: “Un governo serio non merita i pregiudizi degli avversari, ma ancor meno gli eccessi di zelo dei sostenitori. Ha bisogno di interlocutori capaci di denunciare gli errori, a cominciare da quello incredibile di colpire i pensionati che prendono meno di mille euro al mese”. E lo psichiatra Luigi Cancrini non ha dubbi: “Quelle di Monti sono scelte di destra”, scrive nella rubrica delle lettere. “Europea, pulita e capace, ma destra”.

Una parte del gruppo dirigente del Pd (Fassina, Cesare Damiano) voterà per Monti in Parlamento e manifesterà contro Monti in piazza con la Cgil di Susanna Camusso. Un’anima divisa in due. Anche se è ancora presto per parlare di schizofrenia politica, o azzardare paragoni con un’altra stagione di solidarietà nazionale, quella del 1976-79 con il Pci nell’area della maggioranza che sosteneva il governo Andreotti.

Precedente temibilissimo, perché al termine di quell’esperienza il partito di Enrico Berlinguer perse un milione e mezzo di voti e fu ricacciato all’opposizione. Ma Bersani non se l’aspettava di doversi mettere sulla difensiva a meno di un mese dal sabato sera in cui festeggiò le dimissioni di Silvio Berlusconi alzando un bicchiere con i suoi collaboratori in una birreria del rione romano chiamato, e chissà se era un caso, Monti. Deluso dal premier non può dirsi. Ma è strettissimo il sentiero del suo Pd, costretto a muoversi tra la necessità di votare per la manovra, benedetta dal Quirinale, la concorrenza elettorale di Antonio Di Pietro che si è già sfilato dalla maggioranza, il no di Nichi Vendola che segna la fine della mitologica foto di Vasto, tormentone autunnale del centrosinistra. E la durezza con cui la Cgil della Camusso (“Altro che salva-Italia, è un decreto rovina-pensionati”, tuona Carla Cantone, segretaria della Spi-Cgil), ma anche la Cisl di Raffaele Bonanni e perfino la Uil di Luigi Angeletti hanno respinto la prima uscita del trio Monti-Passera-Fornero.

Il dilemma del Pd, tanto per cambiare, è prima di tutto identitario. Come stare in maggioranza con il Pdl, votando le leggi di un governo tecnico, senza smarrire quel che si è? Un quesito solo in apparenza astratto: dietro ci sono gli interessi concreti di milioni di elettori, lo zoccolo duro del centrosinistra. Il Pdl ha sciolto l’enigma con spregiudicatezza: da quando Berlusconi ha dato il via libera all’operazione Monti i mugugni vengono tenuti a bada. “Angelino Alfano è stato furbissimo”, spiega Marco Follini. “Si è intestato il mancato aumento delle aliquote Irpef, cosa che sarebbe successa anche se lui fosse stato in Nuova Zelanda. Il Pd, invece, aveva chiesto la patrimoniale ed è rimasto senza un risultato da rivendicare”. Eppure una bandiera Bersani l’ha faticosamente costruita in due anni: un volto laburista, socialdemocratico, old left, alternativo all’ideologia liberista che ha dominato anche a sinistra negli ultimi trent’anni. Peccato che la filosofia che muove le scelte del governo Monti vada nella direzione esattamente opposta. E che nel Pd abbiano ripreso forza i nostalgici del modello blairiano, stile anni Novanta. Alleanze di partito che si rimescolano: il vice di Bersani Enrico Letta parla da mesi un linguaggio lontano da quello di Fassina e più vicino alla sensibilità dei liberal di Giorgio Tonini e di Enrico Morando, legati a Walter Veltroni. Un’area che vede nel governo Monti l’occasione per ribaltare i rapporti di forza anche nel partito. Con il progetto, mai abbandonato, di riaprire nel 2012 la questione della leadership del Pd con un nome alternativo a Bersani: la stagione di Matteo Renzi per ora sembra tramontata ma chissà. 

“Macché, con l’appoggio a Monti Bersani si è rafforzato. Almeno per ora”, ragiona l’ex dc Pierluigi Castagnetti. D’accordo con l’ex presidente del Senato Franco Marini: “Il Pd deve arrivare alle prossime elezioni senza perdere pezzi. Se avremo il 30 per cento potremo trattare da posizioni di forza con il nuovo partito di centro. Conosco bene Corrado Passera: sarà lui il nostro interlocutore, non Casini”. Infine, c’è il capo di sempre Massimo D’Alema: è distaccato, ha sponsorizzato la soluzione tecnica, ma i suoi uomini sono tra i più severi con il governo. “C’è una parte del Pd che pensa che l’unica differenza tra noi e la destra sia la capacità di applicare le ricette del pensiero unico liberista”, spiega Fassina, bestia nera della corrente liberal e avversario numero uno del senatore Pietro Ichino. Una sfida interna che anticipa il prossimo probabile terreno di dissenso con i ministri-professori: la riforma del mercato del lavoro. 

“La verità è che siamo alla ricerca di un ruolo”, conclude Follini: “Sull’economia il governo è un monocolore Monti, noi dovremmo mettere su un’azione parallela, agire sul fronte istituzionale, cambiare le regole. L’idea di aspettare che l’emergenza finisca per tornare ai vecchi schemi mi sembra ingenua. Se il Salvatore della Patria riesce nell’obiettivo non si tornerà più indietro. E se invece fallisce, la gente non verrà a rivolgersi a noi”. Motivo per cui le anime del Pd si preparino a una lunga convivenza. Con Monti, e al loro interno.

Fonte: L’Espresso

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