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Evgeny Morozov

Perché la Rete non è intrinsecamente buona, può avere anche dei lati negativi. Lo scrive l’autore de L’ingenuità della Rete.

Evgeny Morozov

Muammar Gheddafi spiava messaggini, email e chat online del suo popolo con tecnologie sofisticate, è una rivelazione recente. Ancora più sorprendente è stato scoprire chi lo riforniva: aziende informatiche e tecnologiche francesi, sudafricane e di altri paesi. Nell’euforia suscitata dai recenti eventi del Medio Oriente, è facile dimenticare gli usi più oppressivi della tecnologia. Oltre che con la favola bella in cui Facebook e Twitter sono protagonisti di movimenti di liberazione in tutto il mondo, dobbiamo confrontarci con racconti dalle tinte più fosche.

Gli attivisti per i diritti umani arrestati e poi rilasciati in Bahrein affermano di essersi ritrovati davanti le trascrizioni dei propri messaggi, rese possibili da un apparecchio prodotto dalla Siemens, il colosso industriale tedesco, e della cui manutenzione si occupavano la Nokia Siemens Networks, con sede in Finlandia, e la Trovicor, un’altra società tedesca. 

All’inizio dell’anno, dopo aver preso d’assalto il quartier generale della polizia segreta, gli attivisti egiziani hanno scoperto che il governo di Mubarak aveva usato la versione di prova di uno strumento sviluppato dalla società britannica Gamma International, che consentiva di intercettare le conversazioni su Skype, fino ad allora considerato inespugnabile.

Alcune società dei paesi industrializzati offrono inoltre ai dittatori soluzioni personalizzate per bloccare siti web considerati oltraggiosi. Una relazione pubblicata a marzo da OpenNet Initiative ha rivelato che la canadese Netsweeper, insieme alle americane Websense e McAfee (ora di proprietà di Intel), ha sviluppato dei programmi in grado di soddisfare le esigenze di censura dei governi di Medio Oriente e Nord Africa. E pensare che Websense aveva promesso di non offrire la propria tecnologia a governi repressivi.

Purtroppo il governo americano, che si proclama il più strenuo difensore al mondo della libertà di Internet, non ha molto da dichiarare su questa complicità. E il Dipartimento di Stato ha consegnato a Cisco, che ha fornito dispositivi per il cosiddetto Great Firewall cinese, un riconoscimento per la sua buona condotta aziendale.

Questa reticenza potrebbe non essere del tutto casuale: molti di questi strumenti sono stati sviluppati per la sicurezza di casa nostra. L’Occidente è quindi in una situazione delicata. Da una parte, è difficile tenere sotto controllo le aziende a suo tempo incentivate, e dire di no ai regimi repressivi che sostengono di voler tenere sotto controllo gli estremisti; dall’altra, sta diventando sempre più difficile ignorare che gli estremisti non sono gli unici sotto sorveglianza.

Bisognerebbe vietare la cessione di queste tecnologie a governi repressivi. Ma finché gli stati occidentali per primi continueranno a usarle, l’offerta troverà sempre un modo per incrociare la domanda. Oltretutto, i dittatori che hanno interesse a combattere l’estremismo sono benvoluti a Washington.

Affidarci a tecnologie di sorveglianza per questioni interne – anche sotto il controllo del sistema legale – sta inavvertitamente mettendo a repentaglio la libertà in paesi in cui il sistema legale dà poche garanzie di protezione. Dobbiamo saperlo, limitare l’utilizzo delle tecnologie di sorveglianza all’interno dei nostri paesi e riconsiderare il nostro bisogno effettivo di tali tecnologie, in un mondo sempre meno rispettoso della privacy.

Man mano che paesi come la Bielorussia, l’Iran e la Birmania imparano la lezione della Primavera Araba, la loro richiesta di sistemi di sorveglianza aumenterà. Senza adeguati controlli, gli strumenti di vigilanza dei paesi occidentali potrebbero compromettere la libertà di internet, proprio come l’esportazione di armi compromette le iniziative di pace promosse dall’Occidente. Quanti attivisti, alle prese con le informazioni raccolte tramite le tecnologie dei paesi occidentali, si fideranno ancora delle prediche dei governi di questi paesi.

Fonte: Wired

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