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Il diritto al cibo

L’alimentazione non può essere ridotta a un conto di calorie – scrive l’ex Garante per la privacy – mangiare è un diritto inalienabile. 

Stefano Rodotà

Più di tre milioni di persone rischiano in Somalia di morire di fame. È un antico flagello, raccontato in un libro appena pubblicato, la Storia delle carestie di Cormac Ó Gráda, non a caso un irlandese, figlio di un paese che tra il 1845 e il 1848 conobbe la grande “carestia delle patate”, che fece un milione di morti e costrinse due milioni e mezzo di persone a emigrare in America. Ma è accettabile che oggi, nella società delle notizie che fanno subito il giro del mondo, non vi sia un moto delle coscienze, una solidarietà altrettanto globale per salvare le vittime della fame? Situazioni come questa sfidano i nuovi diritti. Invocando il “diritto d’ingerenza umanitaria”, vi è stato un intervento militare in Libia per salvare le vittime della violenza di Gheddafi.

Rispondendo a un “dovere” d’ingerenza umanitaria, si dovrebbe allora intervenire pacificamente in Somalia, con costi sicuramente inferiori a quelli della guerra libica. Il “diritto al cibo”, infatti, è ormai considerato come un diritto fondamentale della persona. Lo ha riconosciuto l’Onu, è scritto in leggi e costituzioni dal Brasile al Kenya, all’India. Parlando di diritto al cibo, si va oltre l’imperativo, peraltro ancora ineludibile, della lotta alla fame nel mondo, con i ricchi che aiutano i poveri. Si sottolinea un dovere di ciascuno stato verso i propri cittadini, una priorità assoluta per le politiche nazionali. In un bel documento dell’Onu si dice che tutti hanno diritto “a un cibo adeguato e sufficiente, corrispondente alle tradizioni culturali del popolo al quale la persona appartiene e che assicuri – dal punto di vista fisico e psichico, individuale e collettivo – una vita piena e dignitosa, libera dalla paura”.

E così il diritto al cibo incontra la dignità della persona e il rispetto della diversità culturale (nominati dagli articoli 1 e 22 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea); il principio di non discriminazione (art. 3 della Costituzione italiana e art. 21 della Carta europea); il diritto al libero sviluppo della personalità (art. 2 della nostra Costituzione); l’ampia definizione della salute elaborata dall’Organizzazione mondiale della sanità come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, e non soltanto come assenza di malattia o infermità; l’integrità della persona” (art. 3 della Carta europea).

Il diritto al cibo, allora, non ci parla soltanto della necessità di garantire la sopravvivenza materiale. Ci mette in guardia contro il rischio di nuove sopraffazioni – la negazione all’immigrato di nutrirsi secondo le sue abitudini, la prepotenza dell’industria alimentare nell’imporre prodotti. Il diritto al cibo diviene parte del rispetto dovuto alla dignità di ciascuno.

Fonte: Wired

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