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Steve Jobs

Camillo Miller

Nei giorni successivi alla scomparsa di Steve Jobs la parola più utilizzata dai media per descrivere il co-fondatore di Apple, assieme a “genio”, è stata senza dubbio “visionario”. Qualcuno ha fatto meglio e ha parlato di “genio visionario”. Ora, è facile definire visionario a posteriori qualcuno che ha preso le strade giuste, nel corso della sua vita professionale e personale, sapendo già fin da principio dove sarebbe stato il traguardo.

Era molto più difficile capire a priori, 14 anni fa, che le previsioni (o semplicemente “le visioni”) di Steve Jobs si sarebbero rivelate corrette. Almeno per due motivi: a) le strade che altri avrebbero voluto percorrere (per interessi legati allo status quo, principalmente) non arrivavano affatto laddove Jobs prevedeva che arrivassero “le sue” – tutt’ora è così, basti pensare al dibattito aperto sulla post-pc era; b) riuscire ad arrivare laddove si prevede di approdare è un lavoro difficile che non si ferma alla pre-visione: è un lavoro impegnativo, costante e attinente ad un meta-livello di comprensione superiore rispetto alle cose della quotidianità. Un livello che presuppone la rara capacità di saper mettere a fuoco con estrema nitidezza quella che gli americani chiamano “the bigger picture”.

Steve l’aveva vista eccome, la bigger picture, ma sapeva bene che non era necessario descriverla al mondo tutta in una volta. Bisognava svelarla col tempo, attuarla giorno per giorno. Solo in rari momenti nel corso degli anni lasciava trapelare qualche descrizione più estesa di una parte del dipinto e in un’occasione, di poco successiva al suo ritorno al timone di Apple, fu praticamente costretto a iniettare una dose da cavallo di futuro ad un pubblico che sperava potesse sopportare la medicina e trarne giovamento e vigore. Era il 1997 e il pubblico in questione era formato dai programmatori presenti alla Worldwide Developer Conference, impazienti di capire che cosa ne sarebbe stato di Apple.

Focusing is about saying no

Era un pubblico difficile: un’orda di professionisti che ancora avevano a cuore le sorti dell’azienda ma che in quel momento si trovavano nel mezzo di un cambiamento epocale fatto di tagli, ristrutturazioni e soprattutto eliminazioni definitive di prodotti software e servizi su cui molti di loro avevano investito tempo e denaro. Bisognava far capire il perché di molte scelte drastiche: Steve lo fece sfoderando i metaforici blue prints su cui aveva delineato il futuro di Apple e li spiegò pubblicamente.

Uno dei pilastri della nuova Apple sarebbe stata la capacità di concentrare il lavoro di tanti ottimi ingegneri su pochi fantastici prodotti. “Focus” è la parola chiave. E focus, spiegò Steve, è saper dire di no. “So che molti di voi hanno passato moltissimo tempo al lavoro su robe alle quali abbiamo piazzato una pallottola in testa. Vi chiedo scusa! Comprendo il vostro dolore! Ma…”

4 great products

Una regola fondamentale che Apple non avrebbe più abbandonato e che Steve mise subito in pratica riducendo a 4 il numero di prodotti su cui l’azienda si sarebbe concentrata. Prima del suo arrivo erano 18 le linee di prodotto attive, ciascuna con decine di sotto-varianti. I magazzini erano pieni di prodotti ancora invenduti e la nave stava affondando. Jobs spiegò che cosa avrebbe fatto Apple di quei 18 prodotti e svelò pubblicamente ciò che Apple si sarebbe impegnata a fare per gli anni successivi, giorno dopo giorno, con ammirevole e inflessibile costanza: solo 4 fantastici prodotti. Aprite Apple.com e contate quanti prodotti ci sono nella barra di navigazione grigia in alto. Che casualità, nevvero? In più c’è soltanto un servizio, iTunes, che è la piattaforma si cui si basa l’ecosistema integrato dei magnifici quattro: Mac, iPod, iPhone e iPad.

C’è di più. In un passaggio del video Steve Jobs dice una cosa che chiunque scriva di tecnologia dovrebbe appuntare come primo comandamento in un ipotetico decalogo sul modo in cui lavora Apple: “se abbiamo solo 4 prodotti possiamo aggiornarli ogni 9 mesi invece che ogni 18. E se ne abbiamo solo 4 possiamo lavorare sulla generazione successiva, o le due successive, quando immettiamo sul mercato la prima. Questo è ciò che abbiamo deciso di fare: arrivare a concentrarci su 4 ottimi prodotti.”

Pure vision

E poi c’è la visione pura. Di quel genere che quando la si scopre a posteriori ci scappa il brividino. Il passaggio in questo caso è talmente lampante che non c’è nulla da spiegare. Comprensibile che in tantissimi abbiano linkato (noi compresi) questo video dopo l’annuncio di iCloud. Prendiamo atto che nel 1997 (oppure potremmo dire, a quanto si intuisce, nei primi anni ’90) Steve Jobs già aveva capito e descritto il cloud computing. Ancora WWDC 1997.

Non reinventare la ruota

Bonus finale dedicato a chi dice che Apple non ha inventato nulla. Beh, non è esattamente così, ma a quella frase sui grandi artisti che “rubano” Steve Jobs ci credeva davvero. Non a caso la fece sua rubandola più volte a Picasso, che a sua volta l’aveva rubata a Leonardo Da Vinci. Giusto per dire tre schiappe storiche, insomma. Bene, ecco servito un altro passaggio di quel keynote del 1997 in cui Steve spiega agli sviluppatori quale sarà il loro lavoro e il lavoro di Apple negli anni a venire:non reinventare la ruota ma “prendere qualcosa che sappiamo già che esiste ma che nessuno ha mai capito fino in fondo” e nessuno ha ancora realizzato nella maniera migliore possibile. Lasciate fare noi, ci pensa Apple. Signori Von Neumann e Turing, eccovi l’Apple II e il Macintosh. Signori Bell e Meucci, eccovi l’iPhone. Morita San, grazie per il Walkman! Ecco a lei la versione del Walkman per il nuovo millennio. Signor Bill Gates, ecco infine il suo amato Tablet, nella versione che-la-gente-finalmente-vorrà-comprare.

Su YouTube è disponibile tutto il keynote con annessa Q&A Session (a domande aperte!). Se volete capire Apple veramente vi consiglio di trovare un’oretta, magari prendervi qualcosa da bere, e poi guardarvelo tutto su un Mac, un iPod, un iPhone o un iPad, a voi la scelta. Ne vale la pena.

Fonte: www.macitynet.it

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