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Sprofondo Internet

Beppe Grillo

Intervista a Claudio Messora: Qualcuno ha detto che Internet sia la più grande invenzione dopo quella di Gutenberg, avvenuta oltre 500 anni fa. In realtà, la Rete più che altro ha inciso sulle carte geografiche. Ha reso piatta la Terra. Ha avvicinato popoli e città. Ha costruito interminabili ponti che possono essere attraversati alla velocità della luce. Per questo, Internet è molto più simile alla scoperta e alla commercializzazione dell’energia elettrica, che anche lei, aveva accelerato pensieri e idee, allungando le ore di lavoro grazie all’illuminazione, permettendo l’edificazione di altissimi grattacieli grazie alla costruzione di potenti, infaticabili ascensori, alimentando motori elettrici che hanno velocizzato la produttività delle industrie, accendendo le radio e le televisioni. Internet non è una cosa e non è un luogo. E’ un fattore di moltiplicazione. E’ pensiero puro, fissato nel tempo come pitture rupestri e trasmesso istantaneamente alla velocità della luce. Internet è l’aggiunta della telepatia ai sensi dell’uomo, è il teletrasporto dell’intelligenza, è un cantiere dove ognuno aggiunge e sposta incessantemente il suo mattoncino. E poi lo lascia lì, a disposizione degli altri.

A cosa serve Internet?

Basterebbe questo per convincersi ad investire nella Rete, ma c’è dell’altro. E’ il mondo degli affari, e conseguentemente del lavoro, ad essere uno dei più grandi beneficiari dello sviluppo di internet. Nello studio “Internet matters: the net’s sweeping impact on growth, jobs and prosperity”, elaborato dal McKinsey Global Institute, si stima che gli utenti di Internet nel mondo siano 2 miliardi, e che ogni navigatore produca un valore aggiunto di venti euro al mese.In 13 paesi analizzati, internet produce 3,4 punti di Pil, una percentuale superiore al peso dell’agricoltura e del settore dell’energia, per esempio, e nei paesi considerati “maturi” (Svezia, Germania, Regno Unito, Francia, Usa, Corea del Sud, Canada, Italia e Giappone) è in media alla base del 21% della crescita del prodotto interno lordo negli ultimi 5 anni. Tanto per capirci, il contributo al Pil è del 6.3% in Svezia, del 5,4% nel Regno Unito, del 4.6% nella Corea del Sud, del 4% in Giappone, del 3.8% negli Stati Uniti e via di seguito fino al 1.7% dell’Italia, all’1,5% del Brasile e allo 0,8% della Russia. Su scala globale, invece, si stima che il contributo al Pil sia almeno del 2,9%, una cifra pari 1672 miliardi di dollari. I consumi e la spesa prodotti a livello mondiale dal web nel 2009, per esempio, sono stati superiori all’intero Pil del Canada o della Spagna, e sono cresciuti ad un ritmo superiore di quello del Brasile. Per ogni posto di lavoro che contribuisce a far perdere, Internet crea 2,6 posti di lavoro ma è sorprendente notare che oltre il 75% del valore aggiunto creato dalla Rete va a totale beneficio del mondo dell’industria tradizionale, principalmente grazie all’aumento della produttività. Inoltre, internet produce il 10% di aumento della produttività per le piccole e medie imprese: quelle che fanno uso massiccio di tecnologie web crescono ed esportano ad un fattore doppio rispetto alle altre. Sarà per questo che le Nazioni Unite, nel loro Millennium Development Goals, indicano la penetrazione di internet come una metrica chiave nello sforzo di ridurre la povertà e di incoraggiare lo sviluppo sostenibile.

Basterebbero questi dati, tralasciando il ruolo chiave che la Rete svolge nei processi globali di democraticizzazione, a spingere i governi a voler ottimizzare la loro partecipazione all’ecosistema della Rete. Ma incoraggiare l’uso di internet non è che il primo passo per fermare la spesa pubblica. Bisogna formare il capitale umano, erogare quello finanziario, costruire le infrastrutture e determinare l’humus affinché il mondo degli affari possa cogliere le opportunità offerte dall’innovazione. Come siamo messi in Italia, a questo proposito?

Lo stato della Rete in Italia

Nel suo rapporto “The Global Information Technology Report 2010 – 2011”, il World Economic Forum definisce la competitività come un insieme di politiche, istituzioni, e fattori che determinano la produttività di un Paese. Pensate che per il solo 2015 le opportunità offerte dallo sviluppo delle autostrade digitali ammontano a qualcosa come 1900 miliardi di dollari. Eppure, su 138 economie prese in considerazione dallo studio, alla domanda “siete pronti per la Rete?” l’Italia risponde con un punteggio di 4.0, posizionandosi al 51° posto. Va peggio quando si raffronta l’utilizzo che della Rete si fa nei vari paesi a livello aziendale: siamo 71°. E come siamo messi quanto alla capacità di creare nuovi modelli di business, nuovi servizi e prodotti sfruttando le potenzialità della Rete? Nientemeno che 88°. E precipitiamo oltre quando si fa una comparazione tra le capacità di ogni singola economia di usare le tecnologie dell’informazione per creare nuovi modelli di organizzazione. Novantesimi!

Per cercare di spingere i paesi digitalmente arretrati a recuperare terreno, la Commissione Europea ha stilato una Digital Agenda for Europe, con l’obiettivo di massimizzare l’impatto economico e sociale di Internet, definito un mezzo vitale per le attività economiche, sociali, relative al mondo degli affari, del lavoro e della comunicazione. Nel suo rapporto principale, l’Europa (confermata dal rapporto Caio) rileva come il 12% della popolazione italiana non abbia ancora nessun tipo di connettività fisica alla Rete. Parliamo di 7,5 milioni di cittadini. Inoltre, sarebbe ben il 36% della popolazione a non avere mai navigato su Internet in tutta la vita! 55 famiglie su 100 dispongono di una connessione ad Internet, di cui solo 2 via chiavetta UMTS (3G), ma siamo quartultimi rispetto alla percentuale di utenti Internet regolari, poco sopra il 40% e davanti alla Grecia, alla Bulgaria e alla Romania, ma rispetto a questo dato sia la Grecia che la Bulgaria che la Romania hanno tutti un trend di crescita superiore al nostro. La Bulgaria riesce a totalizzare un trend di crescita superiore al 17% in un solo anno, contro il nostro 4%.

Il tasso di penetrazione della banda larga – dati rilevati a gennaio 2010 – vede in testa la Danimarca, con il 37,8% delle connessioni. Sarà forse per questo il motivo perché hanno appena eletto un governo giovane, con un ministro delle Finanze di appena 26 anni? La media dell’Europa allargata, dove ci sono 123.738.940 linee a banda larga e ogni giorno se ne aggiungono 28.199, è del 24,8%, Noi siamo diciassettesimi, con il 18,7%. Secondo Eurostat (dati 2009) in Islanda ogni 100 famiglie, 87 sono connesse a banda larga. Sarà per questo che la nuova Costituzione islandese, appena riscritta, è stata partorita proprio sulla Rete? A livello mondiale solo la Corea riesce a star dietro agli islandesi, con 81 famiglie su 100. Poi viene la Svezia con 79 famiglie, la Norvegia che ne vanta 78 e, in ventottesima posizione, arriviamo noi, l’Italia, dove solo 38 famiglie su 100 hanno a disposizione una connessione in banda larga.

Ma come cresce questo mercato della banda larga? Il tasso di penetrazione tra il gennaio 2009 e il gennaio 2010, calcolato dove i mercati sono ancora immaturi, vede al primo posto Cipro con il 4%. La Slovacchia e la Grecia hanno un tasso di penetrazione basso, inferiore alla media, ma di contro vantano un altissimo tasso di crescita. L’Austria, la Spagna, la Romania, la Lituania, la Polonia, la Lettonia, la Slovenia, la Bulgaria e – manco a dirlo – l’Italia hanno manifestato un tasso di crescita compreso fra 1 e 2 punti percentuali, fallendo l’aggancio alla media europea e riuscendo a ruzzolare perfino indietro. Curiosamente, la Commissione Europea ci informa, vi sono alcune economie caratterizzate da un più rapido declino del prodotto interno lordo, dovuta alla contrazione della crisi, rispetto alla media europea, dove il mercato delle linee fisse a banda larga è cresciuto più velocemente rispetto alla media europea (per esempio la Slovacchia, la Grecia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Germania). Mentre in paesi come il Belgio, la Spagna, l’Austria, la Polonia e l’Italia, che hanno manifestato un declino meno rapido del Prodotto interno lordo; in realtà il mercato delle linee fisse a banda larga è cresciuto molto meno. Il tasso di crescita per il mercato della fibra ottica è elevatissimo in Giappone e in Corea, mentre trova il suo picco negativo proprio in Europa. A giugno 2010 la banda larga in Europa significa soprattutto DSL con l’81% dei collegamenti, fibra ottica: 2% e altre tecnologie: 19%, ma in Italia? In Italia a farla da padrone è soltanto la DSL, con quasi il 98% dei collegamenti cosiddetti a banda larga. “Cosiddetti” perché anche se a livello nominale la velocità media della banda larga italiana è circa il 20% sotto ai 2 Mbps, per il 70% tra i 2 Mbps e i 10 Mbps e per il 9% circa oltre i 10 Mbps, in realtà, ben 120 mila test effettuati da “Between” dimostrano come le reali prestazioni della banda larga italiana non superino il 55% della velocità nominale dichiarata contrattualmente dagli operatori, che fanno sempre riferimento a quella massima. Grazie a Wikileaks, abbiamo potuto leggere un documento riservato, stilato da Francesco Caio, consulente italiano sulle tecnologie di Rete, dove le adsl superveloci tanto blasonate vengono bollate come pubblicità ingannevole e dove si dice che la Rete italiana è molto vecchia e alquanto instabile. Sarà per questo che lo studio Broadband Quality Score, realizzato nel 2009 dall’università di Oxford e da quella di Oviedo sulla base di oltre 24 milioni di misurazioni reali portate avanti da SpeedTest.net, rispetto a fattori chiave della velocità di upload, di download e rispetto alla latenza, ci vede trentottesimi. Dopo (molto dopo) paesi come il Qatar, Cipro, il Bahrain, la Lettonia, l’Estonia, la Lituania, Malta e via discorrendo. E netindex.com, sulla base di analoghe misurazioni, indica che negli ultimi 30 giorni siamo 70° per quanto riguarda la reale velocità di download. Dopo la Cina! E 109° in quanto a velocità di upload, cioè la velocità con la quale riusciamo a caricare i nostri contenuti in Rete.

Forse per questo gli italiani usano la Rete soprattutto per cercare informazioni utili per la loro salute e sui servizi relativi alla sanità. Poi per cercare lavoro. Poi per informarsi (news). Poi ancora per scaricare giochi, immagini, film, musica. E quasi il 90% degli internauti svolge l’attività principe della Rete: ricevere e inviare email. Per l’utilizzo dell’e-commerce siamo 22°, o meglio sestultimi, prima dei soliti noti: Estonia, Grecia, Lituania, Bulgaria e Romania. Stessa musica rispetto alle aziende che fanno uso di e-commerce per almeno l’1% delle loro attività di vendita o di acquisto: siamo terzultimi, prima di Bulgaria e Romania! E perfino nel tasso di crescita e-government l’Italia è assente dalla classifica delle TOP 20 countries.

Eppure, a pagina 43 dello studio “Economic Impact of Broadband” , perfino la Banca Mondiale riconosce che ogni 10% di diffusione aggiuntiva della banda larga si producono un incremento del Pil del 1,21%. E nel rapporto “Network developments in support of innovation and user needs” realizzato dall’OECD nel 2009, è confermato dal “Progetto Italia Digitale 2010” di Confindustria. Si quantifica in 40 miliardi all’anno, i risparmi legati alla costruzione di una buona infrastruttura digitale. Così suddivisi: 2 miliardi per il telelavoro, 1 miliardo e 400 milioni per l’e-learning, 16 miliardi per l’e-government e l’impresa digitale, 8 miliardi e 600 milioni per la realizzazione della sanità digitale, mezzo miliardo per la giustizia e la sicurezza digitale e 9 miliardi e mezzo per la gestione energetica intelligente. Dati confermati da una ricerca del “Boston Consulting Group” e di Google, chiamata “Fattore Internet 2011”, secondo la quale, a una crescita delle connessioni in banda larga contenuta anche tra il 13% e il 18%, l’economia reale ne avrebbe un guadagno compreso tra i 59 e i 77 miliardi di euro (tra il 3,3% e il 4,3% del Pil). Il tutto con una spesa complessiva che, anche a voler cablare in fibra ottica tutto lo stivale, isole comprese, secondo un recente studio della Alcatel-Lucent, confermato da uno studio cinese, non ammonterebbe a più di 10,4 miliardi di euro: 2 miliardi e 200 milioni per portare la fibra ai 5 milioni e mezzo di cittadini che vivono nelle aree urbane; 7 miliardi e 200 milioni per i raggiungere gli oltre 14 milioni di abitanti che vivono in aree suburbane, infine un miliardo per quelli che vivono in aree rurali. Ma allora perché il Governo italiano, specialmente in un grave periodo di crisi dell’economia tradizionale, non si butta a capofitto a investire sulla Rete?

Internet e la politica italiana (espandi | comprimi)In principio fu il governo Prodi. La finanziaria 2008 di Tommaso Padoa-Schioppa destinò 800 milioni di fondi da destinarsi alla banda larga. Poi il governo cadde e non se ne fece più nulla, ma i fondi restarono assegnati alla loro destinazione. Poi venne Paolo Romani, l’allora viceministro per lo Sviluppo con delega alle Comunicazioni, che nel giugno 2009 annunciò un piano che portava il suo nome, il “Piano Romani”. Tale piano prevedeva di portare la banda larga con una velocità minima di 20 Mbps al 96% della popolazione, e alla restante parte degli italiani una connettività minima di 2 Mbps. Così, il 9 giugno 2009, parlò il viceministro Romani: “Cancellare il digital divide italiano costa 1,471 miliardi di euro. Entro la fine del 2012 tutti gli italiani avranno la possibilità di connettersi a Internet a una velocità compresa tra 2 e 20 Megabit al secondo. Prevalentemente in fibra”. Il miliardo e mezzo doveva saltare fuori da 210 milioni d’investimenti privati e un miliardo e 160 milioni di finanziamenti pubblici. Fra questi, i famigerati 800 milioni messi a disposizione da Tommaso Padoa-Schioppa, più un altro po’ di soldi prelevati dai fondi FAS, i fondi europei per le aree depresse.

La Legge 18 Giugno 2009, n.69, all’art.1 recita: “Il Governo individua e sottopone al Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) per l’approvazione nel programma le risorse necessarie, che integrano i finanziamenti pubblici, comunitari e privati allo scopo disponibili. Al relativo finanziamento si provvede con una dotazione di 800 milioni di euro per il periodo 2007-2013 a valere sulle risorse del fondo per le aree sottoutilizzate”.

Il 19 ottobre 2009 Renato Brunetta dice che il piano per la banda larga è ormai pronto, “manca ormai solo l’ultima spinta. Nell’arco di ottobre-novembre possiamo avere il via libera dal Cipe. Conto di avere due mega di banda larga per tutti a partire dal 2010, perché solo attraverso una Rete Internet efficiente possono passare documenti certificati per un cambiamento della burocrazia”. 

Il 4 novembre 2009, meno di due settimane dopo, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio in carica, Gianni Letta, dichiara che il piano e i fondi restano al Cipe ma sono congelati, perché c’è la crisi e perché la banda larga non è una priorità.

Il 17 settembre 2010 viene annunciata una riduzione definitiva dei fondi, da 800 milioni si passa a soli 100 milioni, divisi equamente tra finanziamento statale e cofinanziamento regionale. L’investimento, si dice ufficialmente, è da ritenersi una spesa da evitare e non un’opportunità di sviluppo. Con tutta probabilità, gli spiccioli residui verranno dirottati a collegare 73 distretti industriali in fibra ottica, tagliando fuori ancora una volta le famiglie e nonostante le raccomandazioni di Bruxelles sulle reti di nuova generazione (le NGN).

Il 9 febbraio 2001, direttamente dal Consiglio dei Ministri Paolo Romani è in vena di dichiarazioni: “Inizia oggi il percorso della banda larga. Abbiamo deciso con il ministro Tremonti un finanziamento di 100 milioni sui fondi FAS per ridurre a zero il digital divide entro la metà del prossimo anno”.

Ma solo una settimana dopo, spulciando nel Decreto milleproproghe, si legge: “E’ autorizzata la spesa di 30 milioni di euro per l’anno 2011, da destinare al rifinanziamento del Fondo per il passaggio al digitale terrestre. Ai relativi oneri si provvede nell’ambito delle risorse finalizzate ad interventi per la banda larga dalla legge 18 giugno 2009, n. 69, nell’importo complessivo deliberato dal Cipe in data 11 gennaio 2011″. I fondi per la banda larga, già pesantemente saccheggiati, passano da 800 a 70 milioni. Si toglie a Internet per dare alla televisione, insomma. Perché? Centra qualcosa il fatto che sia Silvio Berlusconi sia Paolo Romani siano due imprenditori televisivi e che la Rete sia un potenziale distrattore di risorse pubblicitarie, nonché un pericoloso concorrente nel processo pluralistico di formazione dell’opinione pubblica?

Sta di fatto che, mentre l’Italia resta al palo, condannata a regredire impietosamente nelle classifiche internazionali sulla penetrazione e sulla qualità dei collegamenti a Internet (fattore che, ad esempio, ci condanna ad essere penultimi, prima del Portogallo, per quanto riguarda il telelavoro), tra il 2006 e il 2011 i governi che si avvicendano riescono a presentare la bellezza di dodici leggi contro la Rete.

Nel 2005 il Decreto Pisanu, che ha condannato il nostro paese all’emarginazione digitale nei collegamenti Wi-Fi. Nel 2007 arriva la legge Franco Levi, che pretendeva che chiunque pubblicasse qualunque contenuto sulla Rete internet si iscrivesse al Registro degli Operatori della Comunicazione, il Roc. Nel 2007 ecco il Decreto Gentiloni, che istituisce e finanzia all’interno dell’AGCOM, con la finalità di contrastare la pedopornografia online, il CNCPO, che stabilisce per gli internet service provider l’obbligo di censurare contenuti ritenuti insindacabilmente inidonei alla circolazione. Senza passare dalla magistratura. Nel settembre 2009, il comma Pecorella voleva aggiungere un nuovo comma all’articolo 1 della legge sulla Stampa (1948), per applicare la stessa disciplina anche ai siti internet aventi natura editoriale, senza specificare quali fossero i siti internet aventi tale natura. Nel gennaio 2009 anche Luca Barbareschi apporta il suo contributo, cercando di applicare regole ferree a tutela del diritto d’autore su internet, nonché di applicare la dottrina Sarkozy – che prevede la disconnessione forzata dei cittadini dalla Rete – anche in Italia. Parliamo dello stesso Barbareschi che usava le battute di Spinoza.it per la sua trasmissione su LA7. Nel febbraio 200’9 Giampiero D’Alia, senatore Udc, vuole istituire la repressione di attività di apologia o di istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet. A tal fine, vuole dare pieni poteri al ministero degli Interni affinché possa emanare circolari immediatamente esecutive che impongano agli internet service provider di oscurare un sito web arbitrariamente ritenuto pericoloso per le leggi italiane. Poi arriva la Legge Carlucci, che vuole identificare con documento di identità ogni singolo bit che transita in Rete. Nel dicembre 2009 è proprio Paolo Romani, quello che promette la banda larga che non arriva mai, a storpiare una direttiva europea in modo da imporre a chiunque carica un video o fa streaming audio – video in Rete, sia pure la video chat con la fidanzata, l’equiparazione ai grandi editori televisivi, con i conseguenti obblighi. Sempre a dicembre 2009 Maroni stila un codice, il famoso Codice Maroni, ovvero un decreto governativo per fermare la violenza sul web. Il decreto non arriva, ma in compenso Maroni incontra a porte chiuse i responsabili dei più diffusi social network e parla di cose che non è dato conoscere. Di lì a poco, un alto dirigente della Polizia Postale si lascia sfuggire che alti graduati del suo corpo sarebbero andati a Palo Alto, in California, e avrebbero ottenuto da Facebook le chiavi dei 20 milioni di profili Facebook italiani, con la possibilità di attivare una serie infinita di controlli anche per tutelare l’onorabilità delle persone in vista, i cosiddetti Vip. Nel dicembre 2009 ecco la proposta Lauro, che vuole considerare internet un’aggravante per chi incita a delinquere, portando la pena fino a 12 anni se il reato viene perpetrato per via telematica. Dal 2008, all’interno del DDL Intercettazioni, il famigerato Comma 29 terrorizza il web, pretendendo di applicare lo stesso diritto di rettifica pensato oltre 70 anni fa per la carta stampata ai siti web di qualsiasi natura, minacciando multe fino a 12 mila 500 euro. E ancora aperta è la questione della normativa AGCOM sul diritto d’autore, che pretende di dare l’autorità a chiunque di rimuovere contenuti presenti in Rete, prima ancora che sia un giudice a valutare sulla correttezza della rivendicazione.

Nel frattempo, in Finlandia la banda larga è diventata un diritto costituzionale, come l’acqua, come l’elettricità. Tutti avranno i loro 100 Mbps entro il 2015. In Germania il 75% delle case l’avrà entro il 2014 e la Francia sta investendo 10 miliardi di euro per servire 4 milioni di abitazioni entro il 2012. E mentre le istituzioni indiane riconoscono il tablet come uno strumento utile alla formazione, e per questo ne stanno distribuendo a migliaia, gratuitamente, agli studenti, contando di regalarne presto a milioni, qui da noi il progetto più innovativo è quello finanziato da ben 17 testate e 34 fondazioni di origine bancaria che prevede di portare i giornali di carta stampata a due milioni di ragazzi, nelle scuole. Forse si poteva fare qualcosina di più. O no?

Fonte: www.beppegrillo.it

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