Home»Ecologia»Perché il buco dell’ozono si è allargato?
Terra

Valentina Arcovio

L’allarme era stato già lanciato la scorsa primavera, dopo le rilevazioni effettuate dallo strumento Mipas sul satellite Envisat dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea. Adesso arriva anche la conferma della Nasa, l’agenzia spaziale americana: c’è una nuova enorme falla nei nostri cieli. Oltre al buco dell’ozono al Polo Sud, nell’Antartide, c’è n’è un’altro di dimensioni simile in Artico. ” E’ un evento eccezionale, mai successo prima”, dice Bianca Maria Dinelli, ricercatrice dell’ Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr, che ha elaborato i dati nel corso di un analisi di routine effettuate con un algoritmo del gruppo di Remote sensing della stratosfera (Rss). ” Gli americani – ha aggiunto la ricercatrice – hanno in pratica confermato i nostri dati sfruttando altre rilevazioni. Centinaia di scienziati che lavorano alla Nasa sono giunti alle stesse conclusioni a cui siamo arrivati noi in tre. In particolare, il lavoro più grosso è stato fatto da due ricercatori precari”. 

Secondo lo studio realizzato dal California Institute of Technology (Caltech), in un solo anno si è perso oltre l’80% della fascia di gas protettiva. La fascia di ozono, presente tra i 18-20 chilometri di altitudine in corrispondenza del Polo Nord, si è ridotta così tanto da provocare, per la prima volta, una perdita paragonabile a quella del Polo Sud. Le perdita dello schermo di ozono contro i raggi ultravioletti provenienti dal Sole rappresentano, infatti, un fenomeno stagionale che riguarda entrambi i Poli, anche se al Nord risultavano finora in maniera ridotta. Quest’anno invece l’inverno particolarmente rigido sul circolo polare ha modificato la situazione. A caratterizzare questo inverno artico il vortice polare, ovvero quei venti, insolitamente forti, che, isolando la massa atmosferica sul Polo Nord,avrebbero impedito alla stessa di mischiarsi con l’aria alle medie latitudini generando, così, temperature molto basse. Le masse di aria fredda creatasi, colpite dalla luce del Sole, avrebbero così rilasciato (soprattutto nella parte più bassa della stratosfera, a circa 20 chilometri dalla superficie) atomi di cloro e bromo, i Cfc, i prodotti dei clorofluorocarburi responsabili della distruzione dell’ozono. 

La colpa quindi non sarebbe di un uso maggiore da parte degli uomini di prodotti chimici, ma di un cambiamento inusuale nella circolazione delle masse d’aria. ” Solitamente nell’inverno australe, venti circumpolari causano la formazione e l’isolamento di un vortice polare con temperature che scendono fino a -90 gradi Centigradi”, spiega Dinelli.” Queste basse temperature causano la formazione di nubi stratosferiche polari sulla cui superficie avvengono reazioni chimiche che sfruttano il cloro proveniente dai Cfc ancora presenti in stratosfera, riducendo l’ozono al ritorno della radiazione Uv solare al termine della notte polare: l’ozono si riforma nei mesi successivi, ma masse d’aria polari con basso contenuto di ozono vengono trasportate verso le medie latitudini. Il vortice polare artico – continua la ricercatrice – è tipicamente alterato da forti perturbazioni dovute alla presenza dei continenti sottostanti, mantenendo le temperature più alte e una bassa riduzione dell’ozono”. 

Quest’anno invece c’è stata una rottura di questa routine: le masse d’aria non si sono mescolate. ” La persistenza di basse temperature ha portato alla formazione delle nubi stratosferiche polari e a condizioni molto vicine alla formazione di un buco nell’ozono osservato in Antartide”, sottolinea Dinelli. 

Ora questa falla nello schermo protettivo dell’Artico si è chiusa a metà aprile circa, così come succede al Polo Sud. ” Non sappiamo se il fenomeno si ripeterà ancora. Tramite Mipas, e altri sofisticati strumenti quali Sciamachy e Gomos, continueremo – riferisce Dinelli –  a misurare l’atmosfera terrestre dal satellite Envisat. Queste osservazioni saranno determinanti per monitorare nei prossimi anni la possibile formazione di un buco nell’ozono artico e le conseguenze sullo strato di ozono a medie latitudini e sulla sua capacità di proteggere gli organismi viventi terrestri dai raggi ultravioletti”. 

Gli scenari sono imprevedibili, così come sono imponderabili le conseguenze. ” L’unica cosa che sappiamo è che, nonostante la diminuzione del rilascio di Cfc, la situazione non è migliorata. Solo il tempo ci dirà quali potranno essere le conseguenze”, conclude Dinelli. 

Fonte: www.wired.it

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