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Steve Jobs

Daniela Cipolloni

“ Avevo una forma rarissima di cancro al pancreas, chiamata tumore neuroendocrino delle isole pancreatiche, che rappresenta l’un per cento di tutti i tumori al pancreas diagnosticati ogni anno e si può curare con l’asportazione chirurgica se lo si prende in tempo (il mio lo è stato). Non ho bisogno di seguire né chemio né radioterapia”. Così scriveva Steve Jobs, nel 2004, a tutti i dipendenti dell’azienda di Cupertino, annunciando per la prima volta quale fosse il problema che lo aveva costretto a prendersi un periodo di pausa nei mesi precedenti. Il tono della mail era positivo: l’operazione sembrava essere andata per il meglio, tanto da non richiedere ulteriori trattamenti. Tuttavia, fu un vero shock leggere quelle parole: nessuno era a conoscenza del fatto che Steve Jobs fosse malato. Il tumore al pancreas gli era stato diagnosticato in realtà l’anno prima, nel 2003, anche se era rimasto segreto. Jobs aveva 48 anni. Si è spento a 56 dopo una lunga battaglia contro una malattia che, contrariamente ai pronostici iniziali, non gli ha dato più tregua. 

Generalmente, i tumori neuroendocrini delle isole pancreatiche sono tumori a crescita lenta e poco aggressivi, i meno pericolosi tra le neoplasie maligne del pancreas che hanno prognosi spesso infausta e fulminante, tra le peggiori in campo oncologico (i dati epidemiologici indicano che appena il 15 per cento dei pazienti sopravvive a un anno di distanza e solo il 4 per cento dopo cinque anni). Nel 2005, in un memorabile discorso tenuto alla Stanford University, il papà della Apple ammise di essersela vista parecchio brutta. “ I dottori mi dissero che quasi certamente si trattava di un cancro incurabile e non avrei avuto più di sei mesi di vita”, dichiarò dinanzi alla platea attonita e galvanizzata dal suo entusiasmo. “ Non avevo mai visto la morte in faccia così da vicino, e spero di non avvicinarmici più per molti altri decenni”. Sembrava davvero fuori pericolo. 

Invece, le cellule cancerose stavano silenziosamente proliferando dentro di lui. L’anno dopo, alla Worldwide Developers Conference annuale, Jobs apparve debilitato e scarno. Cominciarono a circolare voci sulla sua prematura scomparsa, ma il portavoce mise a tacere gli uccelli del malaugurio: “ La salute di Steve è robusta”, disse. Nel 2008, alla presentazione dell’iPhone 3G, però, le cose non sembravano esattamente così. La compagnia attribuì la brutta cera di Jobs a una comune infezione. “ I rumors sulla mia morte sono stati ampiamente esagerati”, annunciò scherzosamente lo stesso Jobs presentandosi alla conferenza stampa per il nuovo iPod, a San Francisco, nel settembre 2008. 

Negli ultimi anni, sulle sue reali condizioni è stato mantenuto il massimo riserbo. Minimizzare è stata la parola d’ordine, anche per evitare terremoti nei mercati finanziari. I media misero a un certo punto in circolazione la notizia che Jobs avesse avuto un infarto. Non era vero. Però le domande sulla sua magrezza si facevano sempre più insistenti. Per placare le indiscrezioni Jobs affidò le risposte a un comunicato stampa, attribuendo la colpa a disturbi ormonali. Qualche giorno dopo però ammetteva che i problemi di salute erano più complessi di quanto inizialmente pensasse. Il tumore al pancreas era tornato, più aggressivo di prima, con metastasi diffuse al fegato. 

Nel giugno del 2009, Steve Jobs, già da qualche tempo in lista d’attesa, si è sottoposto a un trapianto epatico presso l’Ospedale metodista di Memphis, nel Tennessee. Il donatore, avrebbe rivelato lo stesso Jobs qualche mese dopo, in occasione della presentazione dei nuovi modelli di iPod a San Francisco, era un giovane adulto, deceduto in un incidente d’auto. “ Sono tornato in Apple e amo ogni minuto di questo”, furono le sue parole. 

Il trapianto di fegato offre generalmente buone speranze di sopravvivenza. Circa tre pazienti su quattro, secondo i dati del Centro nazionale trapianti del Ministero della Salute, sopravvivono a cinque anni dall’intervento. In Italia se ne effettuano mille all’anno. Nella stragrande maggioranza dei casi la ghiandola viene prelevata da cadavere e trasferita tutt’intera nel paziente compatibile. È possibile in realtà anche ricevere solo metà fegato (il cosiddetto trapianto split), sia da una persona deceduta (salvando due vite anziché una) sia da donatore vivente (in Italia, solo se il coniuge o un consanguineo). Il fegato, infatti, possiede la capacità unica di rigenerarsi: nel giro di poche settimane la parte donata al malato e quella restante al donatore raggiungono dimensioni normali. Il trapianto da vivente offre le maggiori chance di successo, tuttavia è più delicato, comporta rischi per il volontario sano e si effettua in pochi centri specializzati (tra cui l’Ismett di Palermo e l’ospedale di Pittsburgh, negli Usa, uno dei più rinomati al mondo). 

I primi cinque anni dopo il trapianto sono quelli critici per la ripresa della funzionalità epatica: superata questa finestra temporale ci si può dire fuori pericolo. L’esito dipende da molti fattori: le condizioni generali di salute, il peso, la risposta immunitaria, l’età (in Italia si è ammessi al trapianto di fegato fino 65 anni, e fino a 70 per le epatiti fulminanti). Steve Jobs se n’è andato prima: nelle sue condizioni era difficile aspettarsi diversamente. Il tumore, le metastasi, il trapianto su un organismo già provato, i farmaci anti-rigetto hanno consumato il suo corpo. Ha lottato contro la malattia e sperato fino all’ultimo. Solo pochi mesi fa, a giugno, era alla Worldwide Developers’ Conference. Il 24 agosto rassegnava le dimissioni. “ Ho sempre affermato che se fosse venuto il momento in cui non riuscissi più a far fronte ai miei doveri e aspettative, come Ceo di Apple, sarei stato il primo a dirlo. Purtroppo questo giorno è arrivato”. Il 5 ottobre il mondo s’è svegliato, e Jobs non c’era più.

Fonte: www.wired.it

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