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Decrescita

Claudio Messora

Vivo in una grande metropoli. Si chiama Milano. Girano macchinoni di lusso e i pollici delle tv lcd vanno dai 40 in su. Mi affaccio al balcone. Diversi piani più in basso, nel palazzo di fronte, una casalinga è indaffarata a stendere i panni. Si piega e si rialza di continuo. Poi rientra, ma solo per tornare di lì a poco con una conca piena di nuovi panni. Lava per terra, strizza lo straccio, prepara il pranzo, cambia il bambino che ha vomitato e pettina il pelo del gatto, che ha vomitato a sua volta. Mi chiedo cos’abbia in più rispetto a una contadina, vestita di stracci e con un neo peloso sulla guancia. Insomma, una di quelle che passano la vita nei campi e molto poco dal parrucchiere. Mi rispondo che ha qualcosa in meno.

Entrambe lavorano dall’alba al tramonto, ma la contadina lo fa all’aria aperta, sotto al cielo, accarezzata dai raggi del sole, con le mani nella terra soffice e il corpo che la sera è ebbro di sana stanchezza. Soprattutto, quando si prende una pausa ha il privilegio di annientare la sua coscienza su una sedia a dondolo, abbassando il livello di consapevolezza a quello di un gatto steso al sole, cullata dai disegni che una comunità di moscerini tratteggiano contro il cielo, dal ronzio di una mosca che passa e va, dall’odore rassicurante del letame di mucca e dal rombo lontano di una nuvola scura che brontola all’orizzonte.

La casalinga di Milano si spacca la schiena dentro a quattro mura, tutt’al più cercando di curare 3 metri quadrati di balcone quasi che fossero un giardino con fontana. Ha 2 metri e 20 di cielo tra il naso e il soffitto e qualche metro cubo di aria (viziata) da respirare. Al posto del ronzio di un insetto passeggero ha l’incessante frastuono dei motorini e dei suv che passano sotto casa, il martellante e sguaiato lavaggio mentale della televisione e, di notte, le urla della prostituta con il suo magnaccia. Al posto dell’orizzonte ha muri di cemento che si innalzano a pochi metri da lei, dall’altra parte della via, che oscurano il sole e nascondono il cielo. Al posto del profumo di letame ha il lezzo del biossido di piombo e gli scarichi fognari che ritornano su per i sanitari male alloggiati. E quando trova cinque minuti per rilassarsi, al posto di una sedia a dondolo e di quel silenzio carico di vita, ha un divano da pagare a rate e un telegiornale carico di morte. O, tutt’al più, una fiction che cerca di convincerla che quello che le manca non è un dondolo sopra a un prato, ma un abito di Prada e un marito glabro, che sorride come un ebete e che torna a casa con un diamante.

Ci hanno tolto tutto, ci hanno riempiti di niente e ce l’hanno fatto pagare a rate. Il sistema ti controlla con i debiti e con gli oggetti. Non puoi scappare se prima non paghi i tuoi debiti, che pagherai facendone di nuovi. Il marketing del desiderio ti crea una astinenza continua. Per avere gli oggetti che non puoi non avere, devi fare nuove rate, ma nelle cose si annida il diavolo: più ne hai, più soldi devi guadagnare per possederle, più tempo spendi a gestirle, più hai il terrore di perderle. E soprattutto, …si rompono! Le cose si rompono, le costruiscono perché si rompano in poco tempo  e in modo che non convenga aggiustarle.  Come le stampanti: costa di meno ricomprarle nuove che ordinare due cartucce di inchiostro. Siamo alla follia. Una volta le comunità andavano in crisi quando non c’erano beni sufficienti per tutti. Oggi andiamo in crisi quando ce ne sono troppi e non li possiamo acquistare. Se salti una rata e paghi regolarmente dalla rata successiva, restando costantemente indietro di una, ti addebitano spese di gestione che finiscono per essere più salate dell’intero finanziamento. E quando non sei più in grado di pagare, di ripianare il tuo debito, ti tolgono tutto, ti appiccicano il marchio dell’infamia addosso, ti impediscono di avere un conto corrente e ti rendono difficile perfino continuare a lavorare. Lo strozzinaggio è stato legalizzato.

Adesso basta. Bisogna uscire da questo circolo vizioso. Ho deciso che da domani io vado in default. Non voglio che la BCE mi salvi. Non emetterò nuovi “byoblu bond” per salvare i crediti di grosse finanziarie costruite con i soldi delle mafie, o magari le pensioni di parlamentari che hanno fatto appena mezza legislatura, perché sarebbe come comprare a rate nuove latte di sangue per consentire a un vampiro di continuare a succhiarti il collo.

Domani vado in default e mi tolgo ogni cosa, così non saranno più le cose a controllare me. Passerò dalla banca, restituirò la carta di credito, il bancomat e chiuderò il conto corrente. Poi venderò la mia automobile. Vale poco ma qualcosa ci tiro su, e soprattutto smetto di pagare il bollo, l’assicurazione e 80€ di benzina a botta. E smetto anche di ricoprirmi di multe ogni volta che la sposto dal parcheggio, così i comuni saranno costretti a trovare i fondi per pagarsi lo stipendio intervenendo sulla corruzione e sugli sprechi, rinunciando ad utilizzare me come sportello bancomat. Mi compro una bella bicicletta, un sediolino per i bimbi e la intesto alla sorella di Tremonti. Così, mentre vado a prendere mio figlio a scuola, dimagrisco ed evito anche di spendere soldi per fare il pollo in batteria nelle sale delle palestre. Se mi riuscirà di guadagnare qualcosa, mi farò pagare cash e nasconderò i soldi dentro al materasso, come facevano i nostri nonni. Così non potranno mettere le mani sul mio conto corrente. Chiuderò anche l’abbonamento a SKY, mi basta la rete, e trasformerò l’abbonamento del telefonino in una ricaricabile. Se avrò soldi per chiamare, mi farò sentire, altrimenti mi chiameranno gli altri. E se no ci scriveremo le email o useremo Skype. Lo stesso varrà per la spesa, per i grandi magazzini, per i ristoranti e le pizzerie: senza carta di credito, sarà più facile guardare quella banconota da 100 euro, così sola in un portafoglio così vuoto, e capire all’istante che non è il caso di spenderla.

Al netto di tutto questa operazione di downshifting, quello che nel tempo sarò in grado di restituire ai creditori (in comode, anzi comodissime rate), lo restituirò. Altrimenti, se vogliono venire a pignorarmi qualcosa, che inizino pure dalla televisione: mi eviteranno la fatica di buttarla nella discarica e di sentire puttanate a ciclo continuo.

Altro non ho più. Altro non voglio più avere.

Fonte: www.byoblu.com

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