Home»Articoli»Come sarà l’era post Jobs?
Steve Jobs

Dopo un’interminabile lotta contro il cancro, Steve Jobs si dimette definitivamente da Ceo di Apple. Le redini passano a Tim Cook. Ma la sua competenza basterà a sostituire il genio di Cupertino?

Fabio Deotto

La notizia è tosta, ma non per questo inattesa. Molti se l’aspettavano da anni, 7 per la precisione, da quell’agosto 2004 in cui il fondatore di Apple decise di rendere nota la diagnosi di un cancro di cui era a conoscenza da almeno 9 mesi. Da allora è stato un fuoco incrociato di analisi, previsioni, sentenze emesse anzi-tempo. Lui, dal canto suo, minizzava le sue condizioni fino allo stremo. A ogni keynote girava voce che sul palco, a presentare il nuovo MacBook Air, il nuovo iPhone, l’iPad, il nuovo sistema operativo, sarebbe salito il suo direttore operativo, l’erede designato Tim Cook. Ma poi, ogni volta, le luci calavano e sul palco dello Hyerba Buena Center di San Francisco saliva lui, con il solito sorriso, i soliti jeans, la solita maglia nera a collo alto, ogni volta più magro. 

Fino a poche ore fa c’era chi era pronto a scommetere che sarebbe salito sul palco un’altra volta, a presentare il prossimo iPhone 5. Invece no. Con una mail inviata oggi ai dipendenti, Steve Jobs ha rassegnato definitivamente le dimissioni da Ceo di Apple. 

“Ho sempre detto che se mai fosse arrivato il giorno in cui non fossi più stato in grado di rispondere ai miei doveri e alle aspettative come Ceo di Apple, sarei stato il primo a farvelo sapere. Purtroppo, quel giorno è arrivato”. 

Con queste parole, a 56 anni, di cui 35 passati a rivoluzionare il mondo dei computer e dei dispositivi mobile, Steve Jobs lascia il trono al suo direttore operativo, Tim Cook, che già in passato si era ritrovato a stringere le redini dell’azienda, a causa delle precarie condizioni del fondatore.

Tim Cook

Mentre l’ipertrofico ecosistema che gravita intorno a Apple e ai suoi prodotti trattiene il fiato in silenzio, la prima risposta alla mail di Steve Jobs arriva dalla borsa, dove in poche ore le azioni Apple sono crollate di oltre il 5%, arrivando a toccare, nei primissimi minuti che hanno seguito l’annuncio, quota 350$ per azione (alle 16 americane, due ore prima che Jobs inviasse la sua ultima mail da Ceo, le azioni avevano guadagnato 2,58 dollari toccando quota 376,18). Là dove Apple perde, i competitor rastrellano, e così in queste ore Htc ha guadagnato il 2,4 %, Lg Electronics il 3% e Samsung il 3%. 

Ma si tratta di fluttuazioni prevedibili, e sicuramente previste da Steve Jobs, che non a caso ha “ fortemente” raccomandato di “rendere esecutivo il piano di successione e nominare Tim Cook nuovo Ceo di Apple”. La scelta non è stata dettata da motivazioni personali o dal numero di anni di fedeltà all’azienda (Tim Cook fa parte del team Apple dal ’98), è più probabile che la candidatura di Tim Cook sia da imputare alla sua provata abilità nell’indovinare e saper sfruttare le turbolenze di mercato. 

Già nel gennaio del 2009, Steve Jobs aveva lasciato temporaneamente le redini a Cook, per dedicarsi alla sua convalescenza, il ragazzo dell’Alabama (così a volte lo chiama Jobs) le aveva strette forte, e in meno di sei mesi era riuscito a far impennare i titoli Apple di oltre il 60%.

Un’altra impennata era stata poi registrata negli ultimi mesi, quando Jobs gli aveva affidato il comando dell’azienda in attesa di abbandonarne definitivamente la guida. Insomma, ogni volta che il capo non ha potuto rimanere alla guida le sue veci le ha fatte Tim Cook. E ogni volta che si è trovato a gestire gli affari Apple, Tim Cook ha indovinato la ricetta giusta. 

C’è chi lo ha definito un “manager spietato e senza cuore”, chi arriva a sostenere che sia lui il marionettista capo che fino a questo momento ha determinato le mosse del più carismatico Jobs. Quello che è certo, è che da anni Cook è una risorsa irrinunciabile per Apple (pare sia sua l’idea di delocalizzare il comparto manufatturiero in Asia) ed è l’unico che negli anni ha dimostrato di sapere pilotare il barcone di Cupertino nelle acque insidiose della crisi, con risultati spesso migliori (finanziariamente parlando) dello stesso Jobs. Certo, non è un simpaticone. Anzi, si dice sia un tipo algido e riservato, uno che probabilmente non riuscirebbe mai a commuovere una platea di studenti col tocco calzato, raccontando storie di vita su corsi di calligrafia e aziende multimilionarie, ma è probabilmente il candidato migliore per gestire l’era post-Jobs in modo economicamente solido. 

Tuttavia, un’azienda non può continuare a dettare l’agenda, a promuovere nuovi status symbol e a creare nuovi bisogni (avevi mai pensato di aver bisogno di un tablet, prima dell’iPad?), basandosi solo sulla riduzione degli sprechi e sulle logiche di mercato. Non Apple. E per quanto alcuni analisti si spertichino in lodi preventive per il futuro Ceo Apple, è proprio sul vuoto lasciato dalla figura geniale e carismatica di Jobs che si accumulano gli interrogativi maggiori riguardo il futuro dell’azienda. 

In tempi non sospetti, diversi addetti ai lavori della Silycon Valley liquidarono come “pazzia” l’ipotesi di un avvicendamento tra Jobs e Cook (lo stesso Cook dichiarava che l’eventualità fosse impossibile). In un articolo del 2008 apparso sulla sezione Money della Cnn, Micheal Mayer, ex-Ceo della Freescale Semiconductor aveva dichiarato di non essere sicuro che Tim Cook fosse “in grado di sostuire la creatività e il fiuto per il design di Steve”, precisando che “Se anche Tim diventasse Ceo di Apple, avrebbe bisogno di circondarsi di diverse persone che sopperiscano alle sue debolezze, proprio come Steve aveva Tim per sopperire alle sue.” 

Insomma, la questione non è sostituire Steve Jobs, ma mantenere l’equilibrio tra visionarietà e concretezza aziendale che trovava nella coppia complementare Jobs-Cook il suo naturale Taijitu. Per ora, Jobs ha dichiarato di voler continuare ad avere un ruolo all’interno dell’azienda, proponendosi come “Presidente, direttore oltre che impiegato Apple” e non è da escludersi che il suo genio possa ancora contribuire a lanciare idee e scommesse vincenti.

Ma se Mayer ha ragione, Tim Cook presto avrà bisogno di un altro genio innovatore, un altro visionario, un altro Jobs che colmi le sue lacune. Uno che magari non si alza tutte le mattine alle 4.30 (come dichiara di fare Cook), ma che sappia forgiare idee rivoluzionarie, e che abbia sufficiente carisma da imbonire i plotoni di giornalisti che, ad ogni keynote, puntano spietati le penne sulle loro trincee.

Fonte: www.wired.it

eBook

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Contatti

Uomoplanetario.org

Email

Telefono+39 (340) 1046944

×
  • HOME
  • TECNO
  • ABOUT
  • CONTACT