Home»Ecologia»Agricoltura biologica»Città di transizione, una nuova filosofia di vita si fa strada
Transition town

Marta Serafini

La riflessione di partenza è «se quarant’anni di movimenti ecologici non ci hanno portato a salvaguardare il pianeta, perché non proviamo a ripartire da un foglio bianco e ci reinventiamo un modo di vivere?». E, ancora, «se questo modello economico sta crollando come vogliamo rispondere?». Il punto di arrivo, semplificando, sono città e paesi indipendenti dal petrolio e dai suo derivati, che vivano salvaguardando l’ambiente e cercando di recuperare il senso critico e la collaborazione tra abitanti che vivono vicini. Tempo previsto, 15-20 anni. In mezzo – solo per fare qualche esempio – i Gruppi di acquisto solidale, i pannelli solari, gli orti condivisi, le banche del tempo, i condomini solidali o anche solo semplici gesti di scambio tra dirimpettai.

Il concetto di Transizione matura dal lavoro di Rob Hopkins (esperto di pratiche agricole sostenibili) e degli studenti del Kinsale Further Education College, culminato nel saggio Energy Descent Action Plan. E se l’approccio a energia, salute, istruzione, economia e agricoltura, è multidisciplinare ed espresso sotto forma di road map, Louise Rooney, uno degli studenti di Hopkins, decide di metterlo in pratica e lo propone al consiglio cittadino di Kinsale Town, in Irlanda. Idee economiche e picchi del petrolio a parte, alla base del movimento ci sta anche il concetto di resilienza, ossia la capacità di un ecosistema di autoripararsi dopo un danno utilizzando strumenti già esistenti. Il tutto facendo sì che i suoi componenti riprendano fiducia l’uno nell’altro, a partire dalla strada e dal quartiere in cui vivono. Nessuno è escluso, nessuno comanda. Sembrava impossibile ma il piano di Rooney convinse tutti, venne adottato e oggi la città lavora alla propria indipendenza energetica. Ma la storia non si ferma qui. Nel 2006 anche a Totnes (Gran Bretagna) è iniziata la transizione, e così via, nel corso degli anni. Fino a oggi, con oltre cinquanta comunità riconosciute nel Regno Unito, in Irlanda, Australia, Nuova Zelanda.

Negli ultimi tre anni le iniziative di transizione hanno contagiato anche l’Italia. Primo caso è stato Monteveglio, in provincia di Bologna dove, come spiega a Corriere.it Cristiano Bottone, monteveglino di professione pubblicitario, che organizza corsi e conferenze sull’argomento, «sono state coinvolte pure le istituzioni, con amministratori giovani che hanno capito il meccanismo. Se arriva un fondo europeo si cerca di decidere tutti insieme cosa farne, mentre ciascuno mette a disposizione degli altri la propria “cassetta degli attrezzi” anche a costo di non guadagnarci nell’immediato». Un’idea, dunque, che la politica italiana difficilmente riesce a mettere in pratica da sola. Non a caso, la mappa delle Transition Town si sta allargando. A San Lazzaro, sempre in provincia di Bologna, si è partiti dagli orti sinergici. Poi il Comune ha messo a disposizione il tetto di una scuola per montare pannelli fotovoltaici. «Così si stanno raccogliendo i fondi per realizzare un modello di solare condiviso», prosegue Cristiano. All’Aquila, invece, l’inizio del processo è coinciso con il terremoto: «Il momento di incontro negli orti è diventato occasione per rielaborare una tragedia e tentare di ricucire gli strappi di una comunità lacerata». E, ancora, si inizia a parlarne a Ferrara, Granarolo, Budrio, in Emilia. A Modica, in Sicilia. Con gli urban garden e le fattorie «a fare da cavallo di Troia e consentire al processo di muore i primi passi».

Convincere i cittadini è molto semplice. «Si parte dal presupposto che non si deve convincere nessuno», continua Bottone. Il meccanismo inizia nel condominio, nel gruppo di villette, nella strada (sta succedendo anche al Quartiere Lame di Bologna). Il primo risultato è più sociale che ecologico: «Persone distanti tra loro da anni, seppur vicine nello spazio, ricominciano a parlarsi». E anche se si decide di investire soldi per i pannelli solari, piuttosto che per i semi dell’orto senza guadagnarci nell’immediato, c’è la soddisfazione di aver toccato con mano un nuovo modo di vivere. Insomma, ancora semplificando, si cerca di passare dal cittadino solo davanti al suo schermo al plasma, al pannello solare acquistato in accordo con il suo vicino di casa. E i governi? «L’obiettivo è di includerli nel processo di transizione. Transition Scotland è ora interamente finanziato dalle istituzioni scozzesi che hanno messo a disposizione 8 milioni di sterline (13 milioni di euro)».

Fonte: www.corriere.it

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