Home»Articoli»Vincere la solitudine delle disabilità

Intergrazione

David Incamicia

Un insegnante di sostegno chiuso a chiave dalla preside col suo alunno affetto da autismo, in un’aula diversa da quella destinata alla classe di appartenenza. Una madre di una bambina disabile minacciata dai vicini che aveva segnalato alle autorità, perchè occupavano abusivamente il suo posto macchina riservato agli invalidi. Un ragazzo con gravi menomazioni psichiche imprigionato in garage dal padre, che poteva così starsene in santa pace al bar con gli amici. Sono solo gli ultimissimi episodi di ordinaria intolleranza, perpetrati da individui “diversamente stupidi” ai danni di soggetti sempre più ai margini della nostra cinica e ingiusta società.

Cominciamo dal primo caso, avvenuto a Bari e denunciato alla stampa locale dal provveditore agli studi dopo esserne stato informato dal docente di sostegno in questione. La vittima è un giovane autistico che frequenta un istito superiore, relegato all’interno di un locale privo di arredi, serrato a chiave assieme al suo insegnante affinchè non arrecasse disturbo al normale svolgimento delle lezioni. All’insegnante sarebbe stato imposto anche di provvedere all’assistenza e alla pulizia personale dell’alunno, affetto pure da problemi di incontinenza. In base a un accordo siglato fra la scuola e i genitori, inoltre, l’insegnante ha dovuto trascorrere del tempo col ragazzo anche in orario extracurriculare, accompagnandolo in un centro commerciale e ai giardini pubblici.

Un modo davvero originale di affrontare il tema delicato dell’integrazione in un’istituzione peraltro deputata all’educazione, non solo culturale, dei nostri giovani. L’insegnante di sostegno, per legge, è assegnato alla classe e non direttamente all’alunno diversamente abile. E lo studente deve restare insieme ai suoi compagni proprio per favorirne l’integrazione. Ma, ora che il “fattaccio” è stato appurato, che fine farà quella preside? Continuerà a rimanere al suo posto? Il provveditore non esclude la possibilità di richiamarla ufficialmente sul piano “disciplinare”, un aggettivo che troppo spesso prelude a conclusioni in tipico “italian style”: a tarallucci e vino! In verità, al di là delle palesi violazioni contrattuali, nella fattispecie si può parlare di vera e propria sottrazione di incapace, se non addirittura di sequestro di persona. Pertanto, da forcaiolo spiccio quale sono, io non mi accontenterei affatto del semplice licenziamento.

L’altra storia, quella della madre minacciata dai vicini, si è consumata a Milano. Il Corriere l’ha raccontata in maniera efficace e strappalacrime: “Via Stoppani 15. I copertoni tagliati, due gomme a terra. Niente asilo oggi. Rebecca non perde il sorriso, gira la sua Pegasus, la carrozzina elettrica rosa fucsia che guida con un joystick pieno di «appiccichini», e punta al portone di casa. Ormai sa come va a finire in questi casi. È la quarta volta che succede in pochi mesi. Mamma trova occupato il «suo» posto invalidi numerato, è costretta a chiamare i vigili e il carro attrezzi per farlo liberare, e il giorno dopo l’incredibile vendetta. Gomme a terra, auto rigata sulle due fiancate. Rebecca bloccata a casa. Giornata persa anche per la mamma. Oltre alla spesa e al tempo necessari per la riparazione”.

Rebecca è la piccola a cui è stata riservata tanta codarda cattiveria. Una cattiveria che ha dovuto scoprire, assieme alla madre, proprio con la sua malattia. “La gente ha paura della sofferenza – si sfoga la donna coi giornalisti – e se ne frega degli altri. Milano è intollerante. Oltre che poco attrezzata per i disabili”. Frasi piene di rabbia pronunciate sotto lo sguardo attento e dolcissimo della sua bimba, un esserino speciale dotato di tanta grinta. Rebecca è nata perfettamente sana, ha sgambettato fino a cinque mesi per poi improvvisamente impigrirsi. La diagnosi maledetta non ha tardato a farsi viva: “sma2“, atrofia muscolare spinale. Una malattia genetica molto grave e rara, che blocca i movimenti.

Oggi Rebecca ha cinque anni e si sforza di vivere la stessa vita dei suoi coetanei, con l’unica eccezione della fisioterapia ogni mercoledì. Dopo che è venuto a galla l’incivile episodio che ha coinvolto la madre, è stata ospitata dalla redazione del Corsera, invitata dal nuovo sindaco Pisapia. E lei, tenendo ben stretto il microfono, gli ha domandato: “cosa intendi fare per superare il problema delle barriere architettoniche, non solo per me ma per tutti i bambini in carrozzella?”. Questo gli ha chiesto, solo di aiutare le persone come lei a non vivere la propria disabilità come una colpa, come una ragione di conflitto sociale anche nel piccolo di un condominio. E lui si è ovviamente impegnato. Ma, pure in questo caso, la domanda più cruda la rivolgo io: quei vicini di casa balordi, quegli idioti allo stato puro, possono cavarsela solo con una multa?

L’ultimo episodio è forse quello più incredibile e paradossale, essendosi consumato all’interno dello stesso nucleo familiare. Un uomo di 56 anni, nei pressi di Roma, ha a lungo maltrattato il proprio figlio disabile poco più che ventenne. Il ragazzo, affetto da gravi disturbi mentali, finiva spesso recluso in garage, abbandonato su un materasso da un genitore degenere che aveva bisogno di liberarsene per poter correre al bar. La rimessa, acconciata ad abitazione, è stata trovata in pessime condizioni igieniche considerata pure la presenza di un enorme cane e dei suoi escrementi. Sono stati i vicini di casa, stavolta con ben altra premura rispetto a quelli della piccola Rebecca, ad avvertire i carabinieri perché preoccupati dai forti rumori provenienti dal garage.

Adesso il ragazzo è stato affidato alla madre, da tempo separata dall’uomo che è invece finito in carcere. Sperando che ci resti a lungo, almeno il tempo necessario a comprendere come deve aver vissuto il suo povero figliuolo. Certo, ogni forma di violenza e di segregazione, specialmente se ispirate a un desiderio punitivo e di rivalsa, andrebbero condannati senza se e senza ma. Ma quando le vessazioni vengono commesse su persone inermi ed indifese, è davvero dura fingersi tolleranti ed evangelici. La violenza sui soggetti più deboli – siano essi disabili, donne o bambini – va sempre punita. Punto.

Fin qui la cronaca nera. Purtroppo, però, la situazione dei diritti e delle opportunità dei soggetti diversamente abili nel nostro Paese difetta anche per interventi istituzionali. Se si leggono i dati che riguardano l’Italia contenuti nell’ultimo rapporto sull’implementazione della Convenzione ONU per i diritti delle persone disabili, spicca la discordanza tra le intenzioni politiche e la realtà dei fatti, soprattutto per ciò che concerne l’inclusione lavorativa. Diverse misure adottate o proposte dal governo, infatti, hanno fortemente minato i diritti garantiti ai disabili dalla Legge n. 68/99. Si ricordi, ad esempio, il cosiddetto Decreto Sviluppo che modifica in parte l’articolo 17 della suddetta legge, oppure il tentativo di limitare la quota di riserva alla disabilità nei posti di lavoro pubblici. Ma pure nel privato permangono grossi problemi, in spregio proprio agli impegni che derivano dalla ratifica della Convenzione ONU.

Una recente indagine dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), agenzia delle Nazioni Unite specializzata nel promuovere la giustizia sociale e i diritti umani con particolare riferimento a quelli riguardanti il lavoro, ha mostrato inoltre come la crisi economica e finanziaria che ancora stiamo attraversando abbia prodotto un aumento dei tassi di disoccupazione con reali rischi di discriminazione per determinate categorie di lavoratori: donne, giovani, migranti, omosessuali e, ovviamente, disabili.

Del resto, come dissentire dai severi giudizi formulati da tali qualificati punti di osservazione internazionale, se un comma dell’ultima manovra economica stabilisce l’invio di ispettori dell’Inps nelle scuole per certificare l’effettiva sussistenza dell’handicap dei bambini disabili, pena la perdita del diritto al sostegno? Quello italiano è un limite evidentemente culturale, che influenza negativamente anche il fondamentale requisito di “umanità” necessario nell’esercizio della funzione politica. Le risorse destinate a simili commissioni di controllo e verifica, che ricordano tanto le congregazioni della santa inquisizione, sarebbero state utili a incrementare il fondo del sostegno e invece rappresentano uno spreco, insensato per di più. Come è insensato e ingiusto mantenere in vita le province e tutti gli altri strumenti di autoconservazione in mano alla “casta”. Perchè non intervenire lì? Perchè accanirsi ai limiti dell’umiliazione su bambini e ragazzi già in possesso di un certificato che ne comprova lo stato di invalidità? Su persone diversamente abili ma “specialmente determinate”, che spesso dimenticano perfino di possederlo quel certificato cercando con ogni mezzo di essere come i loro compagni normodotati?

La disabilità è ancora una questione invisibile nell’agenda istituzionale, mentre i problemi continuano drammaticamente a gravare sulle famiglie, lasciate sempre più sole nei compiti di cura e assistenza o supportate solo dalle organizzazioni del privato sociale. E’ quanto denuncia il Censis, che a seguito del progetto pluriennale “Centralità della persona e della famiglia: realtà o obiettivo da raggiungere?”, avviato assieme alla Fondazione Cesare Serono, ha realizzato due indagini coinvolgendo direttamente le persone con disabilità e le rispettive famiglie, per approfondire la loro esperienza diretta. I risultati emersi, che saranno presentati in occasione di un convegno in programma a Roma il prossimo 12 luglio, dicono che qualche pur minimo progresso è stato coseguito negli ultimi anni, ma la strada da percorrere verso la piena efficienza delle reti preposte alla cura e all’assistenza delle persone con disabilità è ancora tanta, soprattutto se lo Stato latita. L’importante, in ogni caso, è non rimuovere il problema dal dibattito pubblico e dai mezzi di informazione. Bisogna continuare a parlarne per sensibilizzare l’opinione pubblica e per far sentire alle persone con disabilità che la solitudine si può vincere.

Fonte: www.agoravox.it

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