Home»Nonviolenza»Rinviato il treno delle scorie nucleari ma nessuno informa la popolazione
Treno carico di scorie nucleari

Doveva partire da Vercelli nella notte tra il 10 e l’11 luglio. Destinazione: Le Hague, in Francia, dove i materiali radioattivi vengono “vetrificati”. E’ stato rimandato in seguito alle proteste NoTav in Val di Susa. I comuni preoccupati: sono sufficienti le misure di sicurezza lungo il percorso?

VERCELLI – È la notte del 9 maggio 2011 e un treno viene bloccato intorno alle tre alla stazione di Avigliana, Torino, da ambientalisti e manifestanti NoTav. Vengono lanciati due fumogeni poi la manifestazione degenera in uno scontro con la polizia. Ci sono un paio di feriti, qualche fermo, il blocco viene disperso e i vagoni ripartono verso la loro destinazione: Le Hague. A Le Hague c’è un sito nucleare, di proprietà del gruppo francese Areva, che attende l’arrivo proprio di quel treno. Un carico di combustile nucleare esaurito da riprocessare. Un carico di scorie.

Domenica scorsa, nella notte tra il 10 e l’11 luglio, il trasporto doveva ripetersi. Ma la tensione creata dalla recente manifestazione NoTav in Val di Susa ha indotto gli organizzatori delle tratte a rimandare il passaggio del treno, che sarebbe stato il terzo di dodici. Questi passaggi notturni di materiale radioattivo avvengono infatti con una certa regolarità, più o meno una volta ogni tre mesi: il primo passò il 7 febbraio 2011; il secondo il 9 maggio. Il terzo, a questo punto, è stato rinviato e passerà nella prima metà di agosto.

Se l’opinione pubblica ha espresso chiaramente la volontà di abrogare il nucleare “attivo” attraverso il referendum del 12 giugno, ben poco può dire su quello “passivo”, che riguarda lo smaltimento delle scorie prodotte negli anni precedenti dai reattori italiani, peraltro mai pienamente entrati in funzione.

I nostri impianti sono tutti da smantellare. Per ora l’Italia (unico caso al mondo) non ha indicato un sito di deposito permanente dove stoccare le scorie. Per contro ne ha progettato – e autorizzato – uno temporaneo a Saluggia, il D2. Nel 2005 viene sottoscritto un accordo bilaterale tra Italia e Francia, fra il ministro francese Francois Loos e il ministro per lo sviluppo economico Pierluigi Bersani, accordo che prevede dodici trasporti via ferrovia. I treni, entro il 2012, devono portare le scorie da Saluggia fino al sito nucleare francese di Areva a Le Haguedove le barre di uranio vengono “riprocessate” e rispedite al mittente entro il 2025. Si tratta di un processo chimico attraverso il quale le barre esauste vengono dissolte in acido nitrico per essere nuovamente impiegate in una centrale nucleare. Nel processo viene estratto anche il plutonio, reimpiegato per fini strategici. Gli oneri (che coprono non solo lo smaltimento delle scorie di Saluggia, ma anche quello del combustibile delle altre tre centrali) sono stati stimati in circa 4,3 miliardi di euro.

Benché tutto funzioni a norma di legge, la situazione che si viene a creare è poco trasparente. Finora i treni dall’Italia verso la Francia hanno attraversato decine di comuni piemontesi senza che ne fosse stata informata la cittadinanza – le associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente, hanno ricevuto la notizia pochi giorni prima – e senza che fosse pianificato un piano d’evacuazione in caso di emergenza. Alcuni comuni, come quello di Villarfocchiardo, hanno presentato un ricorso al Tar per mancata informazione ai cittadini. Non è la prima volta che succede: già nel 1989, la Comunità europea multò l’Italia per mancata informazione sul pericolo radioattivo legato alle scorie. La legge regionale 18 febbraio 2010, d’altra parte, prevede (art. 4) che siano la Regione e i comuni interessati a informare la cittadinanza del passaggio dei treni di scorie. L’amministrazione di Villarfocchiardo, dunque, essendo responsabile di queste comunicazioni, chiede maggiori e più tempestivi strumenti per espletare il suo compito.

Al deposito Avogardo-Sorin di Saluggia le scorie vengono chiuse in container, chiamati Castor, e trasportate su gomma fino alla stazione ferroviaria di Vercelli. Qui, scortate dalla Digos, vengono sistemate sul treno merci e, dal momento che non è permessa la sosta, partono subito alla volta di Le Hague. Finora i treni hanno attraversato la Val di Susa ma possono anche cambiare itinerario. Infatti, per il convoglio del 10 luglio – poi non partito – era stato abbozzato un percorso più a Nord, attraverso il Sempione e quindi lungo la Svizzera. Ma voci non confermate sostengono che la Svizzera si sia sia fortemente opposta al passaggio del treno delle scorie.

Per capire il perché basta analizzare i rischi. In caso di incidente, nel raggio di cinquanta metri si sprigionerebbe un’ondata radioattiva pari a 5,83 Sv (Siviert, l’unità di misura della radiazione).Secondo le tabelle scientifiche 6 Sv equivalgono a una morte certa. A duecento metri la radiazione scenderebbe a 3,47 Sv. I treni merci sono progettati per resistere a urti con velocità di cinquanta chilometri all’ora e a cadute non superiori ai nove metri. Inutile dire che i percorsi di montagna sfiorano strapiombi ben più profondi di nove metri. I Castor vengono testati per resistere a cadute di nove metri su superficie piana, a un fuoco di ottocento gradi per mezz’ora e a un’immersione in duecento metri d’acqua per un’ora. Molte associazioni, come ad esempio la rete francese Résau Sortir du nucléaire, giudicano questi test inaccettabili in un contesto di trasporto di scorie radioattive: incidenti frontali con mezzi di trasporto carichi di idrocarburi, la caduta da un ponte su una superficie irregolare o un affondamento in acque più profonde supererebbero di gran lunga le aspettative dei test. Inoltre, la dispersione anche di un solo grammo di plutonio in aree urbane provocherebbe l’evacuazione di migliaia di persone. Persone del tutto impreparate perché nessuno o quasi sa del passaggio dei treni. Attualmente a Saluggia si trovano cinque chili di plutonio.

Fonte: www.repubblica.it

 

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