Home»Nonviolenza»Educazione»I neuroni dell’empatia
Gemelli

Questa immagine proviene da un articolo intitolato “The rescuing hug”. L’articolo descrive minuziosamente la prima settimana di vita di una coppia di gemelli. Ognuno di loro era nella propria incubatrice e per uno di loro la speranza di vita era scarsa. Un infermiere ha infranto le regole dell’ospedale e posto i due bambini insieme in una singola incubatrice. Quando sono stati messi insieme, il più sano dei due, ha allungato un braccio verso la sua sorellina in un abbraccio affettuoso. Il cuore della bambina più piccola si è stabilizzato e la temperatura si è normalizzata.

Mariella Dipaola

La scoperta scientifica dei «neuroni a specchio», avvenuta nel 1996 ad opera di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma1 coordinati da Giacomo Rizzolatti, provocò «un vero e proprio terremoto nel mondo accademico»2 e nelle scienze neurologiche.

L’importantissima scoperta dei neuroni a specchio ha permesso di dimostrare i meccanismi neurobiologici che consentono all’uomo di «mettersi nei panni degli altri» e di vivere i gesti, le emozioni e i pensieri del prossimo come fossero propri. Quindi, ha creato le basi scientifiche dell’empatia, cioè la capacità di immedesimarsi nello stato d’animo o nella situazione che sta vivendo un’altra persona.

Il concetto di neurone a specchio è strettamente legato a quello di teoria della mente. La teoria della mente è un’abilità di vitale importanza per l’essere umano.

Chi possiede una teoria della mente è capace di compiere inferenze sugli stati mentali, propri e altrui, e sulla base di tali attribuzioni mentali è in grado di prevedere i propri comportamenti e quelli degli altri.

Ognuno di noi compie quotidianamente questo tipo di attività mentale. Non a caso, questa abilità viene definita folks psychology o psicologia del senso comune.

Oltre alla fondalmentale funzione predittoria del comportamento, la teoria della mente consente di attribuire un senso alle interazioni sociali e alla comunicazione.4 

L’abilità di mentalizzazione consente al bambino di adattarsi alla realtà che lo circonda, poiché partendo dall’attività di mentalizzazione, egli diviene capace di dare un senso e di prevedere i comportamenti di chi interagisce con lui.5 

Possedere una teoria della mente significa, inoltre, essere in grado di avere consapevolezza di sé e capacità di riflessione su se stessi.6 

E’ importante sottolineare che l’attività di mentalizzazione non è un’abilità già funzionante dalla nascita. Per dimostrarlo, Wimmer e Perner, attraverso il compito della “falsa credenza”, hanno elaborato un paradigma sperimentale che consente di osservare le competenze di mentalizzazione nei bambini.  Nella situazione predisposta i bambini erano invitati a valutare  i comportamenti di alcuni personaggi. Nello scenario un primo personaggio riponeva un oggetto in un contenitore e si allontanava. Successivamente, in sua assenza, un altro personaggio spostava l’oggetto in un altro contenitore. Quando il primo personaggio rientrava in scena esplicitava la sua intenzione di riprendere l’oggetto riposto. Ma dove avrebbe cercato l’oggetto? E’ la domanda che si poneva agli osservatori. Chi possedeva già l’abilità di mentalizzazione era in grado di riconoscere la falsa credenza e rispondeva che  il primo personaggio avrebbe cercato il suo oggetto nel contenitore in cui egli stesso l’aveva riposto. 

Wimmer e Perner, sulla base di quanto osservato,  concludono che la capacità di mentalizzare si sviluppa a partire dai quattro anni di età. Prima dei quattro anni, secondo Wimmer e Perner un bambino non è in grado di riconoscere la differenza tra lo stato effettivo delle cose e la rappresentazione mentale propria o altrui. Questa capacità non si sviluppa nei bambini con autismo.7 

La teoria della mente ad oggi offre una delle ipotesi eziologiche più convincenti dell’autismo, focalizzando proprio sull’analisi delle difficoltà relazionali del bambino.

Secondo la teoria socio-affettiva di Hobson,  la mancanza di una teoria della mente nel bambino autistico sarebbe la conseguenza della mancanza di un’innata abilità di contatto emozionale con gli altri.

Leslie e Frith, utilizzando una diversa prospettiva di analisi, individuano la radice dei disturbi della sfera relazionale dei soggetti autistici nella mancanza del processo di metarappresentazione (teoria cognitivo-computazionale).

La scoperta dei neuroni a specchio ha permesso di sottoporre a verifica sperimentale la capacità di comprensione delle intenzioni degli altri. Secondo Rizzolatti si tratta di un cambiamento considerevole in merito alla «concezione del sistema motorio che per decenni attribuiva alle aree motorie della corteccia cerebrale un ruolo puramente esecutivo: tradurre in movimenti le informazioni che il nostro cervello elabora, integrando gli stimoli sensoriali e le rappresentazioni mentali».8 

Questa forma di comprensione, che si realizza senza mediazioni, in modo automatico e inconsapevole, viene definita da V. Gallese – neurofisiologo dell’Università di Parma – «simulazione incarnata». Secondo Gallese, i meccanismi neurali di base  rendono possibile la condivisione delle azioni, delle intenzioni, delle emozioni degli altri. Il Sistema dei neuroni a specchio, dunque, determina «quel terreno d’esperienza comune che è all’origine della nostra capacità di agire come soggetti non soltanto individuali ma anche  e soprattutto sociali». 9

Gallese considera questo meccanismo di simulazione la base comune per le relazioni sociali. Ma, diversamente dalla modalità di funzionamento espressa dalla teoria della mente, le rappresentazioni non si rendono sempre necessarie, poiché le esperienze reali vengono simulate quasi automaticamente attraverso reazioni corporee. Questo meccanismo è reso possibile grazie all’azione del sistema dei neuroni a specchio.

In effetti, come puntualizza G. Rizzolatti, «l’attivazione di questi neuroni permette la comprensione immediata del significato intenzionale delle azioni degli altri senza la necessità di ogni esplicita o deliberata mentalizzazione.10 

La condivisione delle emozioni degli altri, resa possibile grazie ai meccanismi neurali di base, rappresenta, dal punto di vista educativo, un elemento conoscitivo cruciale per realizzare percorsi formativi, che muovendo da prospettive nuove, conducano il fare educativo verso nuovi e inediti scenari.

Parlare di condivisione di emozioni significa far riferimento all’empatia. L’empatia è un meccanismo in grado di mettere la nostra mente in risonanza con quella altrui grazie alla presenza di alcuni specifici sistemi di neuroni specchio, in grado di interessare determinate emozioni primarie quali il disgusto o il dolore. Alcuni studi recenti hanno permesso di individuare alcune regioni cerebrali che mostrano un forte coinvolgimento nelle reazioni di disgusto a stimoli gustativi e olfattivi, assegnando un ruolo chiave all’area corticale chiamata insula. Wicker e collaboratori hanno dimostrato che se vediamo una persona produrre una smorfia causata dal disgusto per una sostanza sgradevole, siamo colpiti dalla stessa sensazione. Questo fenomeno è reso possibile a motivo dell’attivazione delle stesse aree cerebrali utilizzate quando proviamo in prima persona quella emozione.11   

L’empatia può essere definita come la capacità dell’essere umano di “soffrire conentrando «nella mente degli altri non per un ragionamento concettuale, ma attraverso una simulazione diretta: attraverso la sensazione, non il pensiero». 12 

La scoperta dei neuroni a specchio rende, dunque, possibile l’esplorazione dei meccanismi biologici alla base della socialità umana e conferma che l’essere umano è biologicamente strutturato per essere un individuo empatico.

Gli scienziati che hanno condotto ricerche sui neuroni a specchio hanno scoperto nei bambini autistici una mancanza di funzionamento, o un funzionamento parziale, dei circuiti neurali a specchio. M. Dapretto, in proposito, sostiene che «un sistema di neuroni specchio disfunzionale possa essere alla base della ridotta capacità di imitazione e di empatizzazione con le emozioni degli altri tipicamente riscontrata nell’autismo».13 

Tuttavia, studi recentissimi hanno confermato che il sistema neurale a specchio dei bambini autistici non presenta difficoltà disfunzionali, ma piuttosto problemi di attivazione, nel senso che i bambini autistici possiedono un sistema di neuroni a specchio che si attiva in ritardo rispetto agli altri individui.

La scoperta dei neuroni a specchio dischiude orizzonti di studio assolutamente inediti da esplorare. Secondo V. Ramachandran, le ricerche sui neuroni a specchio rivoluzioneranno l’attuale concezione della psicologia, così come la scoperta del DNA ha modificato totalmente le scienze biologiche.14

Ciò che in particolare è cruciale evidenziare riguarda l’interessante realtà che appare sempre più evidente ai ricercatori: sembrerebbe che i circuiti biologici vengano sollecitati dall’«esercizio sociale». Ne consegue il ruolo determinante che l’ambiente sociale di un bambino può rappresentare nell’economia dell’attivazione dei circuiti neurali a specchio. Questo significa che l’empatia pur essendo un elemento della nostra struttura umana, può essere opportunamente stimolata attraverso interventi educativi. L’attivazione dei neuroni a specchio, dunque, è legata sia a elementi strutturali biologici che a componenti culturali. In effetti, la scoperta dei neuroni a specchio con tutte le sue implicazioni biologiche, filosofiche e psicologiche, ha riportato in auge il dibattito inerente il rapporto tra biologia e cultura.

In proposito, come sostiene P. Greenfield, «i neuroni a specchio offrono un solido fondamento biologico all’evoluzione della cultura […] ora sappiamo che i neuroni specchio assorbono direttamente la cultura, attraverso l’insegnamento che ogni generazione impartisce a quella successiva attraverso la condivisione sociale, l’imitazione e l’osservazione». 15 

Questa consapevolezza lancia inevitabilmente una sfida al mondo educativo. Se «l’empatia è un particolare tipo di comprensione che non va confusa con la comprensione intellettuale» e se la stessa empatia richiede di ascoltare con tutto il nostro essere»,16 allora diviene necessario per il mondo scolastico operare uno spostamento del baricentro educativo dal predominio dell’asse cognitivo ad un approccio multiplo che sappia valorizzare quelle intelligenze multiple di cui parlava H. Gardner. 

L’empatia, componente umana ampiamente sottovalutata in campo educativo, alla luce di quanto espresso e corroborato dalle scoperte scientifiche nel campo della neurologia, si rivela un elemento prezioso sia per la comprensione delle dinamiche della personalità, che per effettuare cambiamenti nella personalità e nel comportamento. Un potente alleato per chiunque rivesta un ruolo educativo, da scoprire e sperimentare a piene mani.

BIBLIOGRAFIA

  1. Il gruppo di ricerca era composto, oltre al coordinatore Giacomo Rizzolatti, da Luciano Fadiga, Giuseppe Pellegrino, Vittorio Gallese e Leonardo Fogassi.
  2. J. Rifkin, La civiltà dell’empatia, La corsa verso la coscienza globale, Mondadori, Milano, 2009, p. 77.
  3. Sempio L., Marchetti A., Leccio F., Teoria della mente. Tra normalità e patologia , Raffaello Cortina Editore.
  4. Astington J.W. (2003) – Sometimes necessary, never sufficient: false bilief understanding and social competence, in Repacholi B., Slaughter V., (a cura di), Individual Differences in Theory of Mind. Implication for Typical and Atypical Development, Psychology Press, New York.
  5. Fonagy P., Target M., (2001) – Attaccamento e funzione riflessiva, Tr. It. Raffaello Cortina, Milano.
  6. Howilin P., Baron-Cohen S., Hadwin J., (1999) – Teoria della mente e autismo. Insegnare a comprendere gli stati psichici dell’altro, Erikson, Trento, 2000.
  7. Wimmer H., Perner J. (1995) – Credenze su credenze: rappresentazione e funzione di vincolo delle false credenze nella comprensione dell’inganno dei bambini, tr. It. In Liverta Sempio O.L., Marchetti A., Lecciso F. (1995), Teoria della mente. Tra normalità e patologia – Cortina Editore, Milano.
  8. Rizzolatti G, Sinigaglia C., Capire senza pensare. La Stampa, 4 ottobre 2006.
  9. Rizzolatti G, Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni a specchio. Cortina Editore, Milano, 2006, p. 4.
  10. Rizzolatti G, Sinigaglia C. Mirror neurons and motor intentionality. Functional neurology 2007 Oct-Dec; 22(4): 205-10.
  11. Wicker B, Keysers C, Plailly J, Royet JP, Gallese V, Rizzolatti G. Both of us disgusted in My insula: the common neural basis of seeing and feeling disgust. Neuron. 2003 Oct 30; 40(3): 655-64.
  12. S. Blakeslee, Cells that Read Minds, in “The New York Times”, 10 gennaio 2006.
  13. Why autistic children do not imitate or emphatize: it could be a dysfunctional mirror-neuron system, in ScienceDaily, 4 maggio 2007.
  14. G. Miller Neuroscience:reflecting on another’s mind, in «Science», CCCVIII, 5724 13 maggio 2005, p. 945.
  15. S. Blakeslee, Cells that Read Minds, cit.
  16. M.B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Reggio Emilia, Esserci, 2005, p. 79.

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