Home»Articoli»Mandiamo la classe dirigente a scuola di Internet

Lavagna e internet

C’è un altro digital divide: quello delle aziende che avrebbero i soldi per informatizzarsi ma non lo fanno perché non credono nell’innovazione. Purtroppo da molte di esse dipende la nostra economia.

Francesco Caio Massimo Sideri

Partiamo da una suggestione. La “banda stretta” non è solo doppini di rame saturi, centraline allagate o il Web che si pianta. È anche un fenomeno socio-culturale – non solo italiano –, un modo di affrontare le cose: è considerare la Rete e le tecnologie digitali un argomento di rilievo solo per i più giovani o gli appassionati di tecnologia; è pensare che fenomeni di massa quali Facebook siano universi isolati, chiusi, paralleli rispetto a quello dove invece viviamo e operiamo.

Un corto circuito che avviene anche per chi, paradossalmente, vi partecipa, quasi fosse qualcosa che riguardi solo il nostro avatar, il nostro io digitale del weekend o dei tempi morti della giornata. Ma non è così: è il nostro lavoro che sta cambiando. Le nostre professioni, i settori in cui operiamo, le industrie. Nulla può essere considerato come prima, se non superficialmente. La Rete e i bit hanno trasformato il cuore stesso dei meccanismi che governano la nostra economia, le modalità di creazione e di distribuzione del valore aggiunto: le leggi economiche che hanno regolato la nostra vita da Adam Smith in poi sembrano arrivate al capolinea.

La formazione del prezzo, che sia di un brano musicale o di una mela, ormai è influenzata dalla Rete. Internet è un luogo più reale della realtà e crediamo che il nostro paese, come altri, ha davanti una grande opportunità e non sembra coglierla. Uno straordinario cambiamento per realizzare condizioni di sviluppo e promozione sociale inclusive e aperte a tutti ci sta scorrendo davanti come in un film. Ma non siamo ancora né i protagonisti né le comparse.

La “banda stretta” culturale rischia di provocare effetti devastanti: l’ansia neo-luddistica che il digitale possa essere più un distruttore che un creatore di posti di lavoro; la paura di non farcela, un retaggio culturale veicolato dai primi complessi anni del Web dove anche arrivare a casa con un computer e creare una connessione a Internet era una forma di selezione naturale della specie digitale. Ma per cogliere l’opportunità di sviluppo – parallelamente alla costruzione di un’infrastruttura moderna – bisogna allargare la “banda stretta” con cui gran parte delle leadership aziendali e istituzionali affrontano questa fase storica. Diciamolo: sono poco curiose, scarsamente innovative e senza propensione a passare il testimone.

È questo il vero digital divide: la separazione tra una società che si digitalizza e chi, deputato a prendere decisioni , guarda a questo processo senza comprenderlo. In questo senso la rete Ngn non basterà da sola. Per non restare indietro è necessaria anche un’azione più ampia: un processo di alfabetizzazione di tutta la popolazione attiva – un po’ come avvenne nell’Italia del dopoguerra – a partire dai vertici istituzionali e aziendali.

La rivalutazione delle capacità “analogiche” e critiche necessarie per guidare in modo non tecnicistico l’onda digitale. L’adozione di regole chiare internazionali per garantire anche nella Rete, nella nuova Polis, diritti e doveri di tutti. Non bisogna conoscere la nuova alchimia degli iniziati del Web per diventare cittadini digitali – proprio come non è necessario conoscere la termodinamica per prepararsi un caffè con la moka. Spieghiamolo alle nostre élite.

Fonte: www.wired.it

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