Home»Ecologia»Le specie marine? Vanno verso un’estinzione di massa
Fondale marino

Le notizie non sono affatto buone, anzi. Pesci, delfini, balene e altri animali marini sono in serio pericolo d’estinzione, complici inquinamento, surriscaldamento globale e pesca indiscriminata. È la conclusione scioccante di uno studio condotto da 27 biologi marini, riunitisi a Oxford per scrivere un report sulle condizioni degli oceani di tutto il mondo per conto dell’ International Programme on the State of the Ocean (Ipso) e della International Union for the Conservation of Nature (Iucn).

“I nostri risultati sono scioccanti – ha commentato in un articolo sull’ Indipendent Alex Rogers, biologo della conservazione all’ Università di Oxford e direttore scientifico dell’Ipso – se consideriamo tutto ciò che l’uomo ha fatto agli oceani, le implicazioni sono di gran lunga peggiori di quanto immaginato”. Le parole di Rogers non lasciano spazio al dubbio. La combinazione di una serie di stress sta minacciando la vita di intere comunità marine, che si trovano ad affrontare un pericolo che si pensava appartenere al passato, alla storia dei dinosauri e dei primi animali che popolarono la Terra: un’ estinzione di massa. Quello dei ricercatori, come qualcuno potrebbe pensare, non è un allarmismo privo di sostanza.

Nel report, si legge che quasi tutte le grandi estinzioni di massa del passato sono state caratterizzate da tre perturbazioni: innalzamento delle temperature, acidificazione degli oceani, mancanza di ossigeno atmosferico. Ebbene, secondo i ricercatori questo micidiale trio è in azione anche oggi, come fosse un triste presagio di ciò che potrà accadere. “Ci sono forti evidenze a comprovare il fatto che questi tre fattori si stiano combinando nuovamente negli oceani, esacerbati da numerosi e duri stress. Per questo, i ricercatori affermano che una nuova estinzione di massa sarà inevitabile a meno che non si ponga rimedio a questo stato di cose”, si legge nel report.

Senza contare gli altri due grandi problemi che affliggono il mare e le sue creature, di cui si parla da tempo senza riuscire a trovare soluzioni. In primo luogo l’inquinamento, un vecchio conoscente che oggi si sta armando di nuove, micidiali sostanze. Sono gli agenti chimici che troviamo nei saponi e nei prodotti industriali, capaci di interferire con il normale funzionamento del sistema endocrino e immunitario degli animali marini e le cui tracce sono state scovate persino nel corpo di orsi polari. E non dimentichiamo la plastica, ingerita dai pesci e usata come zattera dalle alghe (anche tossiche, ahimé) per disperdersi negli oceani. C’è poi il problema della pesca indiscriminata, che ha ridotto gli stock di pesci (sia quelli catturati per commercio sia quelli presi per sbaglio) di oltre il 90%.

I ricercatori concordano nell’affermare che se non si troverà il modo di fermare questa catastrofe in azione, l’ecosistema marino non riuscirà più a riprendersi.

La storia, se non la si cambia in tempo, è destinata a ripetersi: 450 milioni di anni fa la terza estinzione di massa più grande della storia si portava via quasi tutte le creature marine; 251 milioni di anni fa, il 96% degli animali del mare e quasi i tre quarti di quelli terrestri scomparivano; circa 65 milioni di anni fa un asteroide o l’eruzione di un vulcano cancellava i dinosauri dalla faccia della Terra. E la lista di catastrofi, purtroppo, potrebbe ancora allungarsi.

Proprio per evitarlo, il report termina con una serie di raccomandazioni (le solite) rivolte a paesi, istituzioni e persino alle Nazioni Unite, che sono chiamati a portare avanti politiche capaci di rimettere in sesto gli oceani. In attesa che il lavoro dei biologi sia presentato alle Nazioni Unite (questa settimana a New York), uno dei ricercatori coinvolti riassume in poche parole tutta la faccenda: “I più esperti biologi marini sono sorpresi della magnitudo dei cambiamenti che stiamo osservando – ha detto Dan Laffoley, biologo della Iucn – le sfide che dobbiamo affrontare per salvare gli oceani sono enormi, ma al contrario di chi ci ha preceduto sappiamo cosa sta succedendo. È arrivato il tempo di proteggere il cuore blu del nostro pianeta.

Fonte: www.wired.it

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