Home»Diritti umani»Iran, dissidenti politici stuprati in carcere. Le guardie sanno tutto. E il governo tace
Prigione

Davide Ghilotti

Stupri di massa vengono compiuti dai criminali rinchiusi nelle carceri statali iraniane ai danni degli oppositori politici e dei giovani dissidenti con cui dividono le celle, con il benestare e l’incoraggiamento delle autorità carcerarie. Un drammatico resoconto testimoniato dalle lettere dei detenuti alle famiglie, pubblicate su siti internet di movimenti politici oppositori del regime del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Giovani dissidenti raccontano di come lo stupro sia “una pratica comune ed accettata” all’interno delle maggiori carceri, da cui nessuno è al sicuro.

A meno di un anno dal rapporto di Amnesty International che denunciava l’escalation di violenze praticate dall’Iran sui dissidenti, i racconti dei prigionieri dimostrano ancora l’estensione del livello di repressione messo in atto per schiacciare ogni tipo di opposizione. “Durante le ore di esercizi, i più forti pretendono prestazioni sessuali dai prigionieri senza mostrare nessun freno,” ha raccontato un familiare di uno dei prigionieri al sito web Jaras. Sarebbero le stesse guardie carcerarie, scrivono i prigionieri, a incoraggiare allo stupro i criminali – spesso in carcere per reati violenti e con diverse condanne alle spalle – che dividono le celle con i dissidenti, distribuendo preservativi e guardando dall’altra parte. “Se il prigioniero non è abbastanza forte, o se le guardie non lo proteggono, sarà certamente stuprato. Molti prigionieri girano con preservativi in mano, e le guardie non se ne curano perché sono state loro a distribuirli.”

Dal canto loro, le autorità carcerarie negano ogni responsabilità al riguardo, nonostante abbiano ricevuto ripetute accuse ufficiali da parte dei familiari dei dissidenti imprigionati. Un gruppo di attivisti politici, in carcere sin dai giorni dalle proteste di massa in occasione delle elezioni presidenziali del 2009, ha scritto all’organizzazione incaricata del controllo delle carceri denunciando sevizie, torture e stupri a cui erano soggetti i prigionieri da parte di secondini e di altri carcerati. Tra i firmatari della denuncia c’erano anche Mohsen Mirdamadi, vice ministro degli Esteri, e Behzad Nabavi, attivista politico e leader di uno dei partiti riformisti.

Uno dei resoconti più sconcertanti è scritto da Mehdi Mahmoudian, membro del partito riformista Iran Participation Front e attualmente nel carcere di Rajaeeshahr, a pochi chilometri dalla capitale Teheran. Mahmoudian è stato incarcerato nel 2009 per aver denunciato pubblicamente il clima di forte repressione a cui erano soggetti i media nazionali. “In carcere – racconta – quelli che hanno un bel viso e non sono in grado di difendersi – o non possono permettersi di pagare qualcuno – sono presi a forza e portati in celle diverse ogni notte, dove vengono violentati,” scrive Mahmoudian in una lettera, pubblicata su alcuni siti internet. La situazione è tale per cui le comuni vittime di stupri hanno persino un proprietario. Quel proprietario li ‘affitta’ ad altri prigionieri dietro pagamento e, dopo qualche tempo, li vende a un altro e si ricomincia.” L’attivista – trasferito in isolamento dopo la pubblicazione delle sue lettere – ha raccontato di un episodio in cui un giovane dissidente è stato violentato sette volte in una sola notte, senza ricevere alcun aiuto dalle guardie.

Krystian Benedict, a capo della sezione inglese sul Medio Oriente di Amnesty International, ha commentato: “Amnesty ha documentato lo stupro di donne e uomini anche da parte delle stesse guardie carcerarie. Molti di coloro che furono imprigionati per aver preso parte alle proteste post-elettorali hanno subito torture e processi farsa.

Il governo, da parte sua, ha ignorato le accuse e rilasciato poche dichiarazioni. Il capo della polizia iraniana, Esmaeel Armadi Moghadam, ha criticato la pubblicazione dei resoconti sugli stupri dicendo che potrebbero “provocare un senso di insicurezza nella società” del Paese e “mettere a repentaglio l’onore delle vittime” – tacitamente confermando l’estensione di una pratica ancora così diffusa e così largamente incontrastata.

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

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