Home»Ecologia»Agricoltura biologica»Il cibo biologico è sicuro?

Germogli

Martina Saporiti

Il biologico sta vivendo il suo periodo d’oro, soprattutto in Italia, maggiore esportatore europeo del settore. Sempre più persone si sono infatti convinte, nel tempo, che il marchio bio sia sinonimo di più buono, più salutare e migliore per l’ambiente. Se l’ultimo punto è inattaccabile però, i primi due sono ancora tutti da dimostrare dal punto di vista scientifico. E la recentissima emergenza sanitaria del  batterio killer proveniente da una partita di  germogli biologi è destinata a riaccendere una vecchia diatriba. Di certo, un messaggio è passato forte e chiaro:  naturale non è sinonimo di  sicuro.

“ La vera tragedia nel caso di E.coli in Germania è che l’infezione si sarebbe potuta prevenire se l’azienda fosse stata disposta a trattare i prodotti con radiazioni ionizzanti”, scrive sul New Scientist  Dominic Dyer – un tempo a capo del  UK Food and Drink Federation Organic Food Manufacturers Group e oggi amministratore delegato della  UK Crop Protection Association – in un  articolo di critica ad alcune prese di posizione dell’industria del biologico. “ I germogli hanno bisogno di un ambiente caldo e umido per crescere, che aumenta il rischio di contaminazione da E. coli e e da altri batteri. L’unica certezza di ridurre il rischio è irradiare i semi, metodo che uccide il 99,99% di E.coli. Non ci sono prove che l’irradiazione sia pericolosa per i consumatori, né che alteri le qualità nutrizionali del cibo. Nonostante questo, la lobby continua a schierarsi con l’uso dell’irradiazione”, continua Dyer.

La voce di Dyer non è isolata e, in Italia, anche il direttore dell’ Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri,  Silvio Garattini,  ha lanciato la sua personale accusa al biologico. Cosa dicono queste voci di dissenso? Che il  cibo da agricoltura  biologica non è più  sicuro di quello coltivato con metodi  tradizionali.

Sia i cibi biologici sia quelli convenzionali sono infatti soggetti a contaminazioni da parte di microrganismi patogeni in ogni tappa della catena di produzione. In entrambi i casi vengono prese delle precauzioni, non sempre, purtroppo, sufficienti. Dyer porta l’esempio della pratica della  fertilizzazione. Alcuni studi hanno dimostrato che batteri come  E. coli e la  salmonella riescono a sopravvivere fino a  60 giorni nel  compost usato come fertilizzante dagli agricoltori biologici. E il rischio da contaminazione aumenta quanto più  fresco è il concime: da uno studio condotto nel 2004 da agricoltori del Minnesota, è emerso che nei  concimi messi a maturare per  meno di un anno la presenza di  E. coli era  19 volte maggiore di quella rilevata in concimi più vecchi. Un altro problema su cui si concentra Dyer è il mancato impiego di  fungicidi, che può aumentare il rischio di contaminazioni da  micotossine, sebbene vengano messi in atto altri sistemi di prevenzione e controllo.

Ma le  40 persone decedute e le centinaia di ammalate in seguito all’infezione da batteri di  E.coli  sono uno dei  rischi dell’agricoltura non tradizionale – ribadisce Dyer: ecco perché l’industria del bio dovrebbe fare un passo indietro e rivedere alcune delle sue pratiche. Purtroppo, sembra che  molti dei suoi rappresentanti siano refrattari ai cambiamenti: quando all’epoca di Clinton, nel  1998, il Ministro dell’Agricoltura  Dan Glickman propose di includere la pratica dell’irradiazione negli  US National Organic Standards (proprio per ridurre il rischio di contaminazione da  E. coli ), ricevette oltre  300 mila firme da persone e organizzazioni europee e statunitensi contrarie al provvedimento. E non se ne fece più niente.

Fonte:www.wired.it

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