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Twitter

Martina Pennisi

Non puoi avere 500 milioni di amici senza farti qualche nemico. E 200 milioni bastano a creare problemi? Il primo slogan è quello di The Social Network, pellicola dedicata alla travagliata genesi di Facebook, e fa riferimento alle manovre al limite della legalità messa in atto da un giovanissimo Mark Zuckerberg per tenere saldamente in mano le redini della (sua?) creatura. Viste le numerose cause intentate da dagli allora compagni di studi di Zuckerberg, la regola va ben oltre la finzione cinematografia.

Il quesito sui 200 milioni di iscritti fa invece riferimento a Twitter, altra piattaforma di condivisione macina-utenti (e soldi). Le due isole felici del Web 2.0 hanno in comune molto di più dell’impostazione di base, entrambi nascono per permettere agli internauti di condividere sensazioni e contenuti. Come nel caso di Facebook, gli anni della nascita di Twitter sono meno cristallini di quanto la storia ufficiale racconti. L’aspetto più interessante, prima di addentrarsi fra le complicazioni societarie, della genesi del microblog consiste nel fatto che è nato dalle ceneri di un’altra realtà fallimentare, Odeo, senza che la stessa venisse sciolta. Un gruppo di lavoro che, abbandonato il progetto primario, non ha dichiarato fallimento ma ha trovato lo spunto per reinventarsi, come racconta Business Insider.

Spunto trovato da chi? E quando? La leggenda ufficiale della società che oggi vale più di 5 miliardi di dollari narra le vicende di Evan Williams e Biz Stone, due ex dipendenti di Google che sono partiti dalla società Odeo e hanno, in un secondo momento e con il supporto di Jack Dorsey, concepito Twitter. Nel periodo di transizione fra i due brand, Williams, sempre secondo le cronache ufficiali, ha riacquistato dagli investitori di Odeo tutte le azioni, non essendo loro interessati alla nuova creatura nascente.

La realtà dei fatti, prendendo in considerazione le dichiarazioni dei primi investitori e dipendenti della società, appare molto diversa. Esiste, oltre a Williams e Stone, un terzo uomo, che sembra essere stato ben più determinante dei due: Noah Glass, che ha iniziato a lavorare a Odeo nel 2005 nel suo appartamento. La tecnologia permetteva di convertire in mp3 il contenuto delle telefonate. Evan Williams è subentrato in un secondo momento, dopo aver venduto a Google la sua società Blogger, con altri investitori, e ha avuto un ruolo centrale perché ha messo a disposizione il suo appartamento come quartier generale della start up. Il trasferimento in un ufficio vero e proprio è coinciso in seguito con l’assunzione di nuovi dipendenti fra i quali figuravano il web designer Jack Dorsey e l’ingegnere Blain Cook e con l’investitura di Williams come Ceo di Odeo. Glass figurava come co-fondatore. All’epoca, lo ricordiamo, Twitter non era neanche nei pensieri di queste persone.

Odeo c’era, ma ha perso valore nell’autunno del 2005, quando Apple ha incluso il podcasting nei suoi iPod.

E tutti sappiamo come è andata e il successo che il dispositivo di Cupertino ha avuto: è a questo che, invece di mandare tutto alle ortiche, Williams ha deciso di tenere i 14 dipendenti che aveva assunto e di chiedere aiuto all’amico dei tempi di Mountain View, Biz Stone. Le menti a disposizione sono state messe a lavoro per trovare una nuova idea sulla quale valesse la pena contrarsi e Jack Dorsey ha iniziato a ragionare sulla possibilità di condividere gli status. E’ stato Glass, fra i più entusiasti del team per la nuova avventura, ad affibbiare alla soluzione il nome di Twitter.

Nel marzo 2006 Odeo ha tolto il velo a Twitter e in luglio compare il primo riferimento allo stesso su TechCrunch. Risale al settembre del 2006, la svolta dal punto di vista azionario: Williams ha comunicato agli investitori di Odeo il fallimento del progetto originario e ha proposto di acquistare tutte le loro azioni, accennando solo vagamente a Twitter e dichiarando che difficilmente la nuova realtà avrebbe giustificato gli investimenti fatti nella prima società. Ottenuto quello che voleva, Williams è diventato proprietario di qualcosa che allora valeva cinque milioni di euro e oggi ne vale cinque miliardi. Twitter allora contava poche migliaia di utenti. I sentimenti degli investitori oggi viaggiano su due correnti differenti: c’è chi si sente truffato e chi crede nella buona fede di Williams, accusato già ai tempi di Blogger di essersi mosso in modo molto scaltro.

E la mossa successiva la dice lunga sul suo modo di agire: dopo aver comprato Odeo, Williams ha cambiato il nome della società in Obvious Corp e ha fatto fuori Glass. Come nel caso delle reazioni degli investitori, le opinioni in merito sono svariate: Glass era in disaccordo con Williams? E’ stato fatto fuori per la sua sete di potere? C’è chi dice che fosse poco costante o chi fa riferimento al fatto che semplicemente non aveva i soldi per acquistare baracca e burattini come ha fatto il buon Williams.

Essendo uscito dalla società con delle partecipazioni azionarie in mano Glass non se n’è andato a mani vuote, ma a differenza dell’altro co-fondatore ripudiato – Eduardo Saverin di Facebook – non viene menzionato quando si ripercorre l’infanzia di Twitter. A meno che non decida di rivolgersi a un tribunale. Ma questa è un’altra storia, ancora da scrivere.

Fonte: www.wired.it

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