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Oblio digitale

Lo chiamano ‘diritto all’oblio’. Ma rischia di diventare l’alibi con cui i politici vogliono eliminare dalla Rete il loro passato imbarazzante: una condanna penale, una scemenza detta anni prima. E hanno già pronta una legge apposta.

Alessandro Longo

Gli esperti lo chiamano “diritto all’oblio” ed è una questione gigantesca, figlia dell’era di Internet. In sintesi, è il diritto di ogni cittadino a non essere ricordato sui media (Web compreso) per qualcosa che non riflette più la sua identità. Una piccola condanna penale di tanti anni fa, una bravata giovanile, una “vita precedente” di cui oggi magari si è pentiti o da cui comunque ci si sente lontanissimi.

Un diritto che si scontra con l’enorme potenziamento dell’informazione permesso da Internet. La Rete infatti ha la memoria lunga: ricorda tutto e, per di più, permette a tutti di accedere a fatti e notizie del passato. “Prima bisognava bussare alla porta delle redazioni o entrare in biblioteca per scoprire vecchie notizie di cronaca su persone o aziende. Ed era difficilissimo trovarne, spulciando pagina per pagina. Oggi basta digitare un nome su un motore di ricerca e si trova tutto“, spiega Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità per la privacy. I vari Garanti europei stanno appunto lavorando al problema, così come la Commissione europea, che presenterà nelle prossime settimane una normativa sul diritto all’oblio ai tempi del Web.

Si è arrivati insomma alla resa dei conti: è possibile tutelare questo diritto senza inficiare la libertà e il valore informativo di Internet? Se lo chiedete a chi dal Web ha avuto solo rogne, risponderebbe senza esitazione: oblio e subito, grazie. “Una psicologa di fama internazionale ha avuto la vita distrutta, problemi sul lavoro e relazionali, perché il suo ex ragazzo – straniero e ora irreperibile – ha messo on line un sito su di lei”, spiega Fulvio Sarzana, l’avvocato che l’assiste ed esperto di diritto di Internet. Nel sito si legge che la psicologa, vent’anni fa, aveva frequentato una setta molto chiacchierata ed era stata anche l’amante del capo. Vero o falso che sia, “l’ex fidanzato è riuscito a far apparire questo sito come primo risultato se qualcuno cerca il nome della donna su Google. Ma il motore di ricerca americano non riconosce il diritto all’oblio se non a fronte dell’ordine di un’autorità. I titolari del sito, che è su server estero, sono anonimi e irrintracciabili”. Altro caso: un signore accusato nel 1981 di omicidio colposo e poi assolto. All’epoca era una persona pubblica, ora non più. “è apparso adesso un sito dietro cui si nasconde l’ex coniuge, che lo odia mortalmente. Ha pubblicato articoli del 1981 senza indicare la successiva assoluzione”, continua Sarzana.

In entrambi i casi, le strade sono lunghe e incerte: bisogna rivolgersi al Garante e a un giudice per imporre a Google di togliere i siti dall’indicizzazione (e impedire così agli utenti di trovarli su Internet). E’ possibile chiedere alla magistratura anche di cancellare del tutto il sito Web: “Di fatto però è una cosa che non viene concessa quasi mai. Accade soltanto se la persona che si sente diffamata è molto importante”, allarga le braccia Sarzana.

Ecco perché la Commissione europea si prepara a formulare, nell’ambito della nuova normativa della privacy, strumenti più incisivi per far valere il diritto all’oblio in Internet. Ma con quali principi, quali regole, quali pericoli? Il Garante italiano, ad esempio, propone di imporre ai motori di ricerca di non indicizzare gli articoli degli archivi on line dei giornali. “L’idea è che le vecchie notizie devono essere rintracciabili solo tramite i motori interni dei siti giornalistici“, spiega Pizzetti. Così si riduce la possibilità che qualcuno faccia un uso distorto delle notizie e, grazie a un maggiore controllo sulla fonte, è più facile far circolare solo la versione aggiornata”.

Intanto però il diritto all’oblio rischia di diventare un alibi attraverso il quale i potenti vogliono nascondere il loro passato: magari di manganellatori o di condannati. In questo senso ad esempio va il disegno di legge di Carolina Lussana (Lega Nord) che vorrebbe far scattare in automatico l’oblio dopo che è passato un certo numero di anni dall’evento in questione. Anche se l’interessato è ancora un personaggio pubblico, anche se l’evento in questione è una condanna giudiziaria. Se i siti non cancellano la notizia in tempo, rischiano una multa fino a 100 mila euro.

Insomma, una vera e propria censura sul passato. “Alla filosofia dell’oblio oppongo quella della trasparenza“, risponde Edoardo Fleischner, docente di media digitali all’Università statale di Milano. “L’oblio di Internet è lo strumento ideale per politici come Berlusconi, che fondano il potere su make up continui: dei fatti e persino di se stessi”. E il rischio ora è che la politica italiana prenda al volo il treno delle future norme europee per imporre un colpo di spugna sul proprio scomodo passato.

In questo contesto caotico, la giurisprudenza annaspa: “Il giudice di Ortona ci ha condannato a pagare cinquemila euro più le spese processuali, e a cancellare un articolo su due coniugi arrestati nel 2006”, spiega Alessandro Biancardi, direttore responsabile del quotidiano on line Primadanoi.it. Articolo peraltro aggiornato con la notizia del successivo proscioglimento, tanto che il Garante aveva dato ragione al quotidiano. Secondo il giudice invece la notizia non era più di interesse pubblico, quindi andava eliminata.

I tanti piccoli siti e blog che contribuiscono al potere informativo di Internet non hanno quasi mai la forza di sostenere una causa e rischiare di perderla. Se il clima peggiora, forse arriveranno, per prudenza, a fare quello che già ora stanno facendo quelli di Primadanoi.it: cancellare in automatico dall’archivio le vecchie notizie di cronaca. “Però così mettiamo a rischio il diritto di cronaca, base della democrazia“, dice Biancardi.

Ecco perché c’è chi propone un’alternativa: “Non cancellare da Internet niente che sia stato di interesse pubblico, ma solo imporre ai siti di aggiornare la notizia e contestualizzarla“, dice Guido Scorza, avvocato esperto di diritto su Internet. Ad esempio, nella stessa pagina in cui si riporta una condanna di primo grado, aggiungere la notizia dell’assoluzione in appello; oppure, nella stessa pagina in cui si racconta che l’onorevole da giovane manganellava, riportare o linkare le sue successive dichiarazioni in cui chiede scusa per quegli episodi.

Una proposta non semplicissima da applicare: come fare, ad esempio, se un sito è “morto”, cioè non ha più un gestore che possa aggiornarlo, ma si trova lo stesso negli archivi di Google o nelle sue “cache”? Ma almeno è un’idea di buon senso e priva di effetti distruttivi sulla memoria. Che, come diceva il dittatore argentino Videla, “è sempre sovversiva”.

Fonte: L’Espresso

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