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Lo trovate un leader

Berlusconi crolla in tutti i sondaggi. Il Pdl è diviso. La maggior parte degli italiani vorrebbe voltare pagina. Ma né il Pd né gli altri partiti riescono ancora a coagulare questo potenziale di consenso verso un’alternativa.

Marco Damilano

Ostruzionismo parlamentare, manifestazioni di piazza, campagne di affissione, tentativi di spallata, maratone televisive. Perfino una seduta collettiva di psicanalisi, e per una volta non è un modo di dire: nella sala del Mappamondo al piano nobile di Montecitorio la settimana scorsa c’erano un centinaio di persone ad ascoltare lo psicanalista lacaniano Massimo Recalcati, invitato a parlare dell’odio in un seminario organizzato dal Pd sulle passioni degli italiani. Le provano tutte per mandare a casa Silvio Berlusconi, non c’è che dire, fedeli al mandato del segretario Pier Luigi Bersani: “Quello non molla, noi dobbiamo durare un minuto più di lui”. Le altre opposizioni non sono da meno.

C’è Antonio di Pietro con i referendum su acqua e legittimo impedimento (quello sul nucleare che avrebbe consentito di raggiungere il quorum previsto per la validità è stato furbescamente disinnescato dal governo), ci sono Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli in campagna elettorale per il Terzo Polo, c’è Gianfranco Fini che riceve l’Associazione nazionale magistrati nel giorno di massimo scontro tra Berlusconi e le toghe, Nichi Vendola gira l’Italia come un predicatore, Luca Cordero di Montezemolo attacca la politica economica del governo e incombe… Anche se poi, alla prova dei fatti, l’affondo più doloroso per il Cavaliere arriva da una figura che a rigore non appartiene alla minoranza, anzi, non rappresenta una parte: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, tocca a lui ripulire la lista di Milano del Pdl dal kamikaze anti-pm e avvertire il premier che sulla giustizia il Quirinale non potrà tacere.

L’Opposizione c’è, l’Alternativa ancora tarda ad arrivare. Perché, a differenza di quanto avveniva fino a pochi mesi fa, sarebbe a dir poco ingeneroso sostenere che in Parlamento l’opposizione, anzi, le opposizioni, siano assenti o poco combattive. Nel corso della legislatura alla Camera sono riuscite a mandare il governo sotto per ben 72 volte. E durante le votazioni sulla prescrizione breve, per esempio, hanno dato battaglia sulle procedure, emedamento per emendamento, guidati da un professionista del cavillo regolamentare come il deputato Roberto Giachetti, vecchia scuola radicale. Ma quando si è votato a scrutinio segreto è arrivata la sorpresa più amara: invece di perdere consensi la maggioranza ne ha guadagnati, almeno sei deputati dell’opposizione nell’anonimato si sono aggiunti a Pdl e Lega, forse di più. E il catenaccio berlusconiano non sarà un bello spettacolo a vedersi, 314 deputati tenuti insieme dai Responsabili, ma può bastare per provare ad aprire nuovi fronti. “Dopo la giustizia Berlusconi tenterà di eliminare la legge sulla par condicio. E poi passerà a modificare la legge elettorale, per tagliare le gambe al nascente Terzo Polo”, prevede il giovane stratega dell’Udc Roberto Rao.

Basta opporsi nelle aule parlamentari, meglio uscire e andare in piazza. Nel Pd si sono scontrati sull’alternativa due big come Massimo D’Alema e Rosy Bindi, per arrivare alla saggia conclusione che si possono fare entrambe le cose. E infatti, dal 13 febbraio, il giorno della manifestazione delle donne, la più affollata e coinvolgente, al Palasharp convocato da Libertà e Giustizia (5 febbraio), ai cortei per la Costituzione (12 marzo), alla Notte bianca per la democrazia (5 aprile), che hanno visto sfilare insieme esponenti della sinistra radicale e deputati di Futuro e libertà, per non parlare delle manifestazioni convocate da Pd, Idv, Emergency, Popolo Viola, giovani precari, non c’è stato fine settimana che sia trascorso senza le piazze piene di manifestanti contro il governo. E la stanchezza si avverte anche tra i più entusiasti.

Una mobilitazione che ricorda un’altra stagione, il biennio 2001-2003. Anche in quella stagione c’era Berlusconi al governo, alle prese con le leggi ad personam, e l’opposizione in piazza nelle sue varie sfaccettature: i girotondi di Nanni Moretti, la Cgil di Sergio Cofferati, i no global, i pacifisti. Ma in quel caso le piazze raggiunsero l’obiettivo di risvegliare i partiti. E il centrosinistra vinse tutte le elezioni intermedie, le amministrative, le europee, le regionali, era in attesa del suo candidato premier, Romano Prodi, e coltivava un progetto, l’alleanza tra l’Ulivo e Rifondazione. Mentre oggi, nonostante gli ultimi sondaggi che danno in testa sia pure di poco la coalizione di centrosinistra (il 43,3 contro il 41,3 del Pdl-Lega) e largamente in testa con una grande alleanza allargata al Terzo Polo, il 54,5, non si vede all’orizzonte un leader, un progetto, e neppure un’alleanza.

Alle amministrative del 15 maggio, nelle grandi città dove il voto è politicizzato, Torino, Napoli, Bologna, Milano dove la partita è decisiva per il governo nazionale, il centrosinistra e il Terzo polo Udc-Fli-rutelliani corrono divisi, in attesa dei ballottaggi. Nessun laboratorio di nuove alleanze, almeno nei comuni che contano. Niente di paragonabile alle elezioni di Brescia nel 1994 dove l’allora Pds e il Ppi candidarono sindaco Mino Martinazzoli, anticipando di qualche mese l’alleanza dell’Ulivo. Tra Bersani e Casini, per ora, la frequentazione è assidua soprattutto nei convegni e nelle presentazioni dei libri dove fanno coppia fissa. Uno snervante corteggiamento, per il matrimonio non è ancora tempo. Eppure, come ha detto Massimo D’Alema in un dibattito con Paolo Flores D’Arcais, “c’è un arco di forze che va dalla destra democratica di Fini alla sinistra radicale che vale il 60 per cento del Paese”. Certo: il problema è come metterlo insieme. Perché, per ora, è uno schieramento “contro”. E D’Alema, da sempre considerato il più inciucista dei leader della sinistra, è oggi l’esponente più anti-berlusconiano del Pd.

Se sul fronte alleanze siamo ancora alle buone intenzioni, sul programma l’opposizione è al libro dei sogni. Quello del Pd si chiama Pnr, Programma nazionale di Riforma per l’Italia, in risposta al Pnr presentato da Giulio Tremonti. Quando il responsabile economico del partito Stefano Fassina ha protestato con il “Corriere” per lo scarso spazio dedicato dal quotidiano all’evento di una conferenza stampa del Pd, si è beccato una gelida replica di Ferruccio De Bortoli: “Le vostre proposte sono così innovative che passano inosservate. E lei sa che il “Corriere” è aperto a ogni vostro contributo. Anche il più inutile”. In linea con una perfida battuta riservata ai Bersani boys in tv da Francesco Storace: “So’ ragazzi che studiano”. Bravi, preparati, assenti dal dibattito politico, senti dire di loro.

Il Pnr ombra del Pd contiene, ad avere la pazienza di leggerlo, alcune buone idee (per esempio, l’introduzione del salario minimo per i lavoratori esclusi dal contratto nazionale), accanto a impegni a dir poco generici e per di più espressi con un linguaggio di non facile presa (“Va abbandonata la strada iniqua ed inefficiente dei tagli ciechi e riavviata e potenziata un’analisi approfondita di tutte le poste del bilancio pubblico attraverso processi di spending review…”).

Problema di comunicazione? Sì, certo. Non bastava la massiccia campagna di affissione del segretario Bersani, quella con il leader un po’ dimesso in maniche di camicia e la scritta “Oltre”, ora ci si mettono anche i candidati sindaco del centrosinistra a fare la felicità dei blogger con i loro slogan strampalati. Medaglia d’argento, il prefetto Mario Morcone, in corsa a Napoli con questo biglietto da visita: “Genio e regolatezza”. Geniale, in effetti. Medaglia d’oro, il manifesto di Virginio Merola, candidato sindaco a Bologna: “Se vi va tutto bene, io non vado bene”, con sottolineatura del “non”. Un capolavoro di messaggio negativo, quello che resta di una macchina propagandistica leggendaria che ha fatto la storia della comunicazione politica in Italia fino all’avvento di Berlusconi. E meno male che negli ultimi mesi il Pd si è dotato di un’apposita struttura (ribattezzata Gamma, per contrapporla alla Delta di palazzo Grazioli) che ha la missione di curare la guerriglia comunicativa dei democratici su Internet. La tv del Pd YouDem riflette la sensazione di un partito ripiegato su se stesso, con i dirigenti della segreteria impegnati in una continua opera di promozione di se stessi e delle loro iniziative. Cosa arrivi di tutto questo attivismo agli elettori e ai settori della società interessati è un mistero. Alla regola dell’autoreferenzialità non sfugge neppure un personaggio schivo come Bersani, onnipresente su Youdem, sui manifesti, a dire la sua sullo scibile umano. E mentre il segretario chiede a gran voce le elezioni anticipate l’ex segretario Walter Veltroni si fa vivo firmando un appello con Giuseppe Pisanu per un “governo di decantazione”.

Una Babele che non riguarda solo il Pd. In Futuro e libertà gli scontri tra l’anima movimentista di Fabio Granata e di Flavia Perina e quella filo-berlusconiana di Adolfo Urso e Andrea Ronchi sono pane quotidiano. A Milano il Terzo Polo si è diviso sul candidato sindaco, in testa c’era il popolarissimo Bruno Tabacci, che però aveva il difetto di essere un fuoriuscito dell’Udc. E la scelta è caduta sull’ex Pdl Manfredi Palmeri, di sicuro non un peso massimo.

Perfino la stella di Vendola sembra appannata. Mentre i sondaggi segnalano un possibile exploit delle liste a cinque stelle, il movimento di Beppe Grillo, dopo il risultato a sorpresa di un anno fa alle elezioni regionali. Se i grillini toccheranno percentuali significative nelle grandi città, a Milano, Torino, Bologna, al vasto schieramento di opposizione che insegue D’Alema si aggiungerà un nuovo soggetto che non può essere incasellato nei vecchi schieramenti. Un problema in più. In attesa che si affronti, finalmente, la madre di tutte le questioni: la leadership. Dopo le amministrative diventerà una necessità. Non si può combattere Berlusconi senza un leader, un progetto, un’alleanza. Nel ’95, all’epoca del patto vincente tra D’Alema e i cattolici democratici del Ppi, la scelta di candidare Prodi fu determinante per l’invenzione dell’Ulivo e per il progetto di portare l’Italia nell’euro. Oggi il paradosso è che un’opposizione così ridotta è comunque in testa ai sondaggi e potrebbe espugnare tra tre settimane qualche città importante. Ma l’alternativa al berlusconismo ancora non c’è.

Fonte: L’Espresso

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