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Giuliano Ferrara

E così da oggi, subito dopo Minzolini, irrompe il centravanti di sfondamento di Berlusconi. Prende il posto che fu di Enzo Biagi, con un contratto da tremila euro a puntata. Per esaltare il premier e attaccare i giudici.

Denise Pardo

Se solo la corte di San Pietro non l’avesse deluso. Se solo la sua lista pro life e contro l’aborto non fosse stata abbandonata, cioè lasciata da mane a sera senza il sostegno cattolico promesso, e quindi votata micragnosamente nel 2008, la Rai, in bolletta, avrebbe risparmiato (e anche noi) un bel pò di dobloni, il contratto di tremila euro a puntata ottenuto in men che non si dica per “Radio Londra“, resuscitata e trasformata in striscia quotidiana di RaiUno.

E forse lui Giuliano Ferrara, la mano di nuovo armata dall’alabarda con lo stendardo di Arcore, ritornato consigliori potente e ascoltato, sarebbe stato sicuramente più felice – la politica che noia, Berlusconi sembra Breznev, aveva ripetuto all’infinito fino a ieri – magari discettando con il caro padre Georg, segretario di Sua Santità, ed essendo riuscito a penetrare (è il suo sogno) nell’inner circle, direbbe lui, di casa Ratzinger.

Così anche gli utilizzatori finali, lettori e telespettatori, non sarebbero sommersi ora e domani dal diluvio di furibondi editoriali scritti e orali, anatemi, calembour e sofisticati mot d’esprit contro i diavoli e gli arcidiavoli dell’anti-berlusconismo.

Cosa è successo a Giulianone, si chiedono in tanti? Cosa è stato a farlo ridiventare la testa d’ariete dell’attacco mediatico che gli uomini del premier promettono essere il più massiccio di tutte le ere berlusconiane (“Vedrete, vedrete”, dicono) dopo mesi a svolazzare da colomba delle colombe, inneggiando al dialogo con l’opposizione, alla svolta di una costituente, agli applausi e agli appelli a Giorgio Napolitano, addirittura all’accordo in extremis con il ribelle Gianfranco Fini? Una tesi ardita è che, passata la quaresima della sconfitta, appunto, Ferrara torni a occuparsi in modo così spettacolare di Palazzo Chigi, anche perché San Pietro ricordi e capisca (il suo valore, la sua, utile, devozione).

Tesi ardita ma non smentita, vista l’assidua presenza alle lezioni di teologia dogmatica all’università Gregoriana del professor Elmar Sallman, benedettino e non conservatore, più sexy per lui di Niccolò Ghedini o Michela Vittoria Brambilla, per non parlare dei baffetti di Mauro Masi. Anche se il compagno costante dell’elefantino è Denis Verdini, editore del “Foglio”, sì, non quel che si dice un accademico della Crusca né, per l’amor di Dio, un cherubino.

Il pontefice e il Cavaliere. Alcuni spiegano così l’ennesima evoluzione di Giuliano. Angeli e demoni, insieme, come al solito, nella miglior confusa, ingorda, maramalda tradizione ferrariana. Un giorno, a parlare di Kant, l’altro a rotolarsi tra le lische di spigola della pattumiera. L’ossessione papalina ancora, tornata più forte di prima. Dopo quella comunista, socialista, arcorista, liberista, le varie sottane dei tanti suoi periodi politici. E non si tratta di un messaggio cifrato, la dichiarazione d’amore la spara, papale papale, è il caso di dire, nello spot di “Radio Londra”: “Attaccherò tutti“, dice con la voce educata e soave che usa prima di sbranare, “Berlusconi, Napolitano, la magistratura, il papa… no, il papa no. Sono un tipaccio, ma sono devoto”.

Ecco dunque, la parabola di un ateo devoto finito, almeno momentaneamente, in mutande. Ecco dunque la devozione trasformata in lingerie, appesa a pinze da bucato nel convegno dedicato allo svergognato indumento “In mutande ma vivi”, in cui Ferrara ha arringato i fan del premier alla difesa ad oltranza, ha suonato le trombe dell’attacco e avvertito i detrattori.

Forse il destinatario, consapevole o subliminale di tanta passione sarà pure il papa, conviene l’inseparabile amico Lino Jannuzzi, laico soprattutto non devoto. Ma il responsabile del ritorno del guerriero ha un nome e un cognome meno estatico. Quello di Gustavo Zagrebelsky, grande giurista, ex presidente della Corte costituzionale nonché accademico dei Lincei, oratore dal palco del Palasharp durante la manifestazione milanese “Dimettiti. Per un’Italia libera e giusta”, capofila dei nemici acerrimi del “circo mediatico giudiziario” e vero drappo rosso sventolato davanti a un toro-elefantino dormiente.

Non capite, spiegano gli amici di Ferrara, la battaglia non è a favore di Berlusconi: il Cavaliere è al canto del cigno, ne ha fatte di cotte e di crude, Giuliano sa, la delusione brucia, l’occasione è perduta. Quel che è più forte di tutto, a quanto pare, è l’insofferenza verso quelli che, secondo il metro del momento, sono finti puri, puritani e puristi, e stanno dall’altra parte della strada. E che gran gusto luciferino e che divertimento attaccarli e sfruculiarli per lui, nato da una culla affine, indimenticati i rapporti familiari con Giorgio Napolitano o Emanuele Macaluso, i miglioristi arrivati sul colle più alto che dopo Palmiro Togliatti lo hanno tenuto sulle ginocchia e che in fondo – Ferrara sa e dice senza dire – lo perdonano e lo perdoneranno, perché come le lady maritate a un commoner rimangono sempre lady, lui non sarà mai come Maurizio Belpietro.

“Oggi sei in stereofonia”, gli ha detto scherzando un amico la domenica in cui è uscito il suo editoriale sul “Giornale” e un suo pezzo su “Libero”. Risposta di Ferrara, che non aspettava altro: “Voglio essere lo Scalfari della Santanchè e la Barbara Spinelli degli Angelucci”. Contento lui!

Contento, lo è di sicuro. E’ tornato il gran gigione dei tempi migliori, si dice. Molti sostengono che non le idee, ma la montagna di denaro ricevuto, siano stati l’adrenalina del suo risveglio. Il contrattone Rai con quell’irresistibile “Ti diamo quel che vuoi seduta stante”, gli hanno detto al settimo piano istruiti alla grande da Palazzo Grazioli (via libera a ogni suo capriccio, anche l’uso dello studio virtuale di via Teulada e al diavolo le altre produzioni e le costose scenografie). Gli editoriali domenicali su “il Giornale” firmato da Alessandro Sallusti. E poi il vecchio progetto di un’annessione del “Foglio” nella Mondadori (vedi il ritocco della scadenza del 2012 del divieto a Mediaset di possedere un giornale spostato a fine 2011).

Mettere in mezzo il denaro, è una volgarità, le convinzioni sono più rispettabili, ovvio. Non per Ferrara, uomo generoso, vox populi, senza pudore nel negoziare alte retribuzioni, una Pasqua se in giro si sa che è ben pagato. In più, avere un amico come Verdini, coordinatore Pdl (artefice del ritorno di fiamma ferrarian-berlusconiano) con i cordoni della borsa ben allentati quando è il caso e che non dimentica come Ferrara lo difese in modo perfino violento ed esagitato al tempo delle inchieste su appalti e P3, scalda il cuore e non solo. Anche avere una striscia sulla rete più amata dal Vaticano cambia parecchio le carte in tavola. Una cosa è officiare dalla ribalta di un piccolo, sia pur colto, quotidiano come “il Foglio”, detto il “Soglio” nel clou della sua battaglia etica in cui, con disperazione di tutti, era un via vai di suore e baciapile e di parlare di embrioni e ovuli. Altra cosa per i Mac Luhan d’Oltretevere ritrovarselo con una platea oceanica predicatore su RaiUno. Dove anche Benedetto XVI (Ferrara lo chiama decimo sesto, vuoi mettere?) farà il suo debutto il venerdì santo, come si è saputo, nel programma “A sua immagine. Domande su Gesù”, praticamente un collega di rete.

Così ora assisteremo alla veemenza, agli strali, all’indottrinamento finale, ai Dio li fulmini contro magistrati e mezzo mondo di Giuliano, sarà l’estrema apologia di Berlusconi (per gli ottimisti anche la chiusura di un ciclo: era al fianco del Cavaliere così solo agli albori, nel 1994). Ma è pure probabile che Sua Santità terrà in maggior considerazione un uomo, forse anche laureando in teologia, insediato sul pulpito di RaiUno. E allora a Ferrara sarà riuscito il ruolo (che aveva destinato inutilmente al premier) di “rassembleur”: da Marx al papa, e va bene. Ma via Craxi, via Berlusconi.

Fonte: L’Espresso

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