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Gheddafi

Il Comitato di transizione crea il suo sito e offre a Gheddafi di arrendersi.

Christian Elia

La rivoluzione non sarà un pranzo di gala, ma di sicuro si nutre di comunicazione. Sia quella che serve per ottenere consenso, che quella che serve per farsi conoscere. Dopo il golpe militare del 1969, con il quale venne rovesciata la monarchia di re Idris in Libia, passarono mesi prima che il giovane Muammar Gheddafi diventasse ‘il volto’ del nuovo corso.

Il Consiglio Nazionale ad Interim di Transizione, che si è autoproclamato governo temporaneo della Libia liberata da Gheddafi, ha messo online un sito che fornisce tutte le informazioni del caso. Un sito moderno, raffinato, non proprio una roba da ‘straccioni’, come vengono descritti i ribelli su molti media internazionali. Digitando http://ntclibya.org/ si accede alla home, in arabo e inglese. Il manifesto programmatico, per iniziare. “In questo momento storico importante che la Libia sta attraversando ci troviamo ad una svolta, che ha solo due soluzioni. O noi raggiungeremo la libertà, recuperando il ritardo rispetto all’evoluzione dell’umanità e del mondo, o saremo incatenati e ridotti in schiavitù sotto i piedi del tiranno Mu’ammar Gheddafi”.

The Libyan Republic

Parole forti, nutrite della retorica rivoluzionaria, ma anche molto chiare.

Indietro, in effetti, non si torna. La Libia è divisa in due: Tripoli capitale dei lealisti, Bengasi capitale dei rivoltosi. Lo specchio dell’eterna divisione tra Tripolitania e Cirenaica. Sirte, nel mezzo, come boccone più ambito. La Nato, sospesa, come una condanna. Il quadro che, dopo il 17 febbraio scorso, sembrava ormai ben definito con Gheddafi in fuga – nel giro di poche ore – alla Ben Alì si è d’improvviso fatto fosco. Il Colonnello tiene ed è ingenuo pensare che siano solo i mercenari a garantirgli la resistenza. Tengono anche i rivoltosi e, come detto si organizzano. A cominciare dal Comitato.

Ribadendo che il Comitato si è costituito solo il 5 marzo scorso, con sede a Bengasi, si proclama l’irrinunciabile volontà di arrivare a Tripoli. Per ora, però, bisogna cercare sostengo internazionale, che significa legittimità politica, aiuti economici per consolidarsi e armi per difendersi e attaccare. Chi sono gli uomini che lo gestiscono? Trentuno, dice il sito, ma non tutti i nomi posso essere resi pubblici, per motivi di sicurezza. Quelli di loro che sono a Tripoli, Az Zawiya e nelle altre città rischierebbero troppo. Vero, come è vero che è anche un modo per far passare il messaggio che il Comitato ha rilevanza nazionale e non solo legata alla Cirenaica.

In attesa di verificarlo, ci sono i nomi degli altri. Mustafa Mohammed Abdul Jalil, il presidente. Ex ministro della Giustizia di Gheddafi. Proprio così, un papavero del regime. Certo, l’anno scorso ha perso il posto, dopo aver aspramente criticato abusi e violenze, ma forse il vento stava già cambiando. Almeno lo pensano altri gruppi che, in questi giorni, hanno preso le distanze da Jalil, ritenendolo comunque compromesso con il Colonnello. Un profilo simile a molti, ma che sembra la cifra di questi giorni complicati della storia della Libia.

La palla, adesso, passa alla comunità internazionale. La sensazione, a parte l’eventuale intervento della Nato, è che nessuno si affretti a dare un riconoscimento ufficiale al Comitato. Come se si attendessero gli eventi. Una nebulosa, che non offre solidi punti di riferimento. Jalil, intervistato da al-Jazeera, concede tre giorni al Colonnello per arrendersi ed evitare così il processo. Questa, al momento, sembra la soluzione più improbabile.

Christian Elia

Fonte: www.peacereporter.net

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