Home»Articoli»Le conseguenze di una guerra nucleare

Esplosione atomica

Più freddo, meno piogge e raggi ultravioletti a raffica. E la colpa non sarebbe della radioattività. Ecco cosa succederebbe se una manciata di bombe atomiche colpissero altrettante metropoli.

Tiziana Moriconi

In caso di guerra nucleare, qualcuno potrebbe pensare che gli effetti sul clima siano una questione abbastanza secondaria. Di sicuro non lo crede Michael Mills, chimico dell’atmosfera al National Center for Atmospheric Research di Boulder (Colorado), che lascia parlare le sue complesse ed accurate simulazioni: una scaramuccia nucleare tra due nazioni potrebbe causare una gravissima riduzione dello strato di ozono per svariati anni, anche sopra i tropici. Le conseguenze? Abbassamento di 2 gradi delle temperature (e non di 1,3 come prevedono precedenti modelli dell’inverno nucleare), una riduzione del 7% delle precipitazioni globali medie e raggi ultravioletti come se piovesse su numerose città. Basterebbe che sparisse il 16% dell’ozono (una previsione rosea, secondo Mills), per innescare una reazione a catena che porterebbe alla perdita del 5% del fitoplancton, che a sua volta risulterebbe in un calo del 7% della fauna ittica. Il quadro, in breve, è quello di una carestia globale.

La radioattività, in questo caso, non c’entra nulla, come spiega lo stesso Mills in una intervista di Wired.com. La distruzione dell’ozono (O 3, ovvero una molecola formata da tre atomi di ossigeno) dipenderebbe dalle tempeste di fuoco che si innescherebbero nelle città colpite dalle testate.

Fondamentalmente sono due i processi che mangiano lo strato di ozono. Uno coinvolge gli ossidi di azoto (come il biossido, NO 2): dopo un’esplosione nucleare, il calore e i venti delle tempeste di fuoco spingono in alto rapidamente questi gas reattivi, che raggiungendo i 30 chilometri di altezza e cominciando a dare fondo all’ozono. Il processo dura fino a cinque anni dopo l’evento scatenante, con un picco dopo due anni. Nell’altro processo, gli atomi liberi di ossigeno reagiscono con l’ozono per dare la forma molecolare che ci consente di vivere, l’O 2. Questa è una reazione naturale, ma che risulta potenziata nell’anno che segue una guerra nucleare.

Mills aveva già condotto delle simulazioni pochi anni fa. Rispetto a quelle, le nuove sono molto più complete e, in teoria, realistiche, perché comprendono tutti i modelli: atmosferico, oceanico, delle terre emerse e glaciali. In una di queste simulazioni, il ricercatore immagina una guerra tra India e Pakistan in cui ciascun paese lancia 50 testate nucleari sulle città nemiche. Dopo l’esplosione della prima bomba, si innescherebbero dei fuochi che continuerebbero a bruciare per ore. Al bombardamento seguirebbe quindi una tempesta di fuoco, come accadde a Hiroshima durante la Seconda Guerra Mondiale. “Ma dobbiamo fare i conti con il fatto che oggi le città sono megalopoli”, dice Mills: “ Le tempeste di fuoco comincerebbero a risucchiare aria dal basso, le persone verrebbero trascinate all’interno delle costruzioni dai venti; brucerebbe praticamente ogni cosa, e le città sarebbero completamente carbonizzate, mentre i gas raggiungerebbero la stratosfera”.

La temperatura dell’atmosfera inizialmente supererebbe i 100 gradi centigradi, e rimarrebbe di 30 gradi più elevata del normale per più di tre anni. E il calore aumentaerebbe il ritmo delle due reazione che consumano l’ozono.

Che i modelli di Mills siano catastrofisti o meno, il loro effetto potrebbe essere positivo: “La risposta a questi studi da parte della classe politica è spesso sottovalutata”, sottolinea il ricercatore, “ e ai tempi di Gorbachev e Reagan hanno avuto un grande impatto. Attualmente basterebbe  l’1 per mille degli arsenali che il mondo possiede per distruggere il pianeta”.

Fonte: www.wired.it

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