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Guerra in Libia

«I bombardamenti sono stati decisi per gli interessi privati delle compagnie energetiche. Ma sarà un conflitto più lungo del previsto. Quanto al nostro governo, ha sbagliato tutto dall’inizio: e ora i vertici militari sono allo sbando perché non capiscono che cosa vuole la politica». Intervista al generale della Nato Fabio Mini.

Mauro Munafò

Una guerra motivata dagli interessi delle compagnie energetiche, che durerà più del necessario per colpa dell’incapacità dei politici, e che mette a nudo tutte le ambiguità e il dilettantismo della classe dirigente italiana. Non conosce mezze misure il generale Fabio Mini, già comandante delle forze Nato in Kosovo, intervistato dall’Espresso sull’evoluzione del conflitto libico.

Che cosa sta succedendo in Libia? Si può parlare di guerra?

«A livello giuridico non si può parlare di guerra, ma dal punto di vista militare le somiglia molto. Di sicuro una missione che doveva concludersi in pochi giorni sta andando avanti in maniera statica. E non è certo per le difficoltà incontrate sul campo che questo avviene, quanto per le indecisioni della politica. Doveva finire in un paio di giorni e invece non sarà possibile prevedere quanto durerà».

Quali indecisioni?

«I litigi e le beghe per il comando e per il controllo. Non ci sono problemi organizzativi, perché in Europa esistono delle procedure consolidate e le forze militari ricevono addestramenti simili, anche se provengono da Paesi diversi. Nasce tutto dalle vere ragioni del conflitto».

E quali sarebbero?

«Io sono convinto che le ragioni non siano umanitarie o di rimozione del regime di Gheddafi. Si stanno decidendo i nuovi equilibri energetici dell’area nordafricana e degli Stati che la controllano. Gheddafi da parte sua ha sbagliato nel credere di poter sedare la rivolta come fosse un movimento del pane, e questo perché i movimenti sono stati solo un innesco di un procedimento ben più grande. Ci sono in gioco gli interessi delle compagnie energetiche e tutti gli Stati vogliono dire la loro nella nuova spartizione».

Una corsa alla colonizzazione, insomma?

«Si può parlare di una “guerra coloniale“, è vero, tenendo questo termine tra virgolette. Il riassetto del Nord Africa può seguire solo due vie: la ricerca di un equilibrio e di una stabilità che permettano degli investimenti futuri, oppure la balcanizzazione dell’area. La seconda soluzione è quella che è stata applicata più spesso negli ultimi anni in tutti gli scenari di guerra: nei Balcani certamente, ma anche in Afghanistan. Se non si riesce a trovare un punto di accordo, allora si destabilizzano le istituzioni e si frammentano, in modo che il potere vada nelle mani di chi ha degli interessi diversi, come le compagnie private energetiche».

In tutto questo, l’Italia che fa?

«La posizione italiana è un enigma. Ogni giorno vengono fatte dichiarazioni dai politici che non fanno che aumentare la confusione o mettere in mezzo degli obblighi che sono in realtà inesistenti e si usano per minare il successo dell’operazione. E’ un po’ come se qualcuno desiderasse che la missione fallisca o si concluda con una vittoria di circostanza, con Gheddafi che resta al potere e il rispetto formale della no fly zone. Tanto non gli servono gli aerei per sedare le rivolte».

Ma noi per chi tifiamo in questo momento?

«L’Italia sarà sconfitta in entrambi i casi e questo è sicuro, però ci converrebbe comunque puntare alla caduta di Gheddafi che, ricordiamolo, ha detto solo a noi che siamo dei traditori. Una volta che si è baciato la mano una volta lo si può fare anche una seconda certo, ma con lui abbiamo chiuso. Forse la prossima volta bisognerà baciargli i piedi».

Non è che i ribelli ci vedano troppo di buon occhio però.

«Questo perché non siamo ancora riusciti a trovare un interlocutore alternativo a Gheddafi, mentre i francesi hanno riconosciuto subito la legittimità del consiglio dei ribelli. Faremmo meglio a lasciar fare alle compagnie private ormai».

Cioè?

«Nella logica degli estremi e della provocazione, visto che la politica italiana si è dimostrata inefficace, tanto vale lasciar andare avanti l’Eni e stare a guardare».

Qual è lo stato d’animo dei militari italiani di fronte a questa situazione?

«I piloti sono usciti in missione una volta e appena sono tornati è successo un pandemonio politico, con ministri della Difesa che finiscono per prendersela con i maggiori. Credo che in questo momento i vertici militari siano allo sbando perché non capiscono che cosa vuole la politica da loro e così anche chi è sul campo non capisce. E magari ci penserà due volte prima di eseguire gli ordini e rischiare di vedersi condannato per crimini di guerra».

E’ possibile calcolare i costi di questa missione?

«Non credo per ora che ci siano dei costi particolarmente alti. Fino a questo momento le spese aggiuntive saranno state quelle per il carburante degli aerei e delle missioni dei piloti. Ma non parliamo di grosse cifre rispetto a quanto si spende in situazioni normali».

E’ motivata la paura di ritorsioni libiche o di infiltrazioni terroristiche tra gli immigrati?

«Credo che siano entrambi rischi minimi. La Libia non è una superpotenza militare e non credo ci sia da preoccuparsi per le sue dotazioni. Parliamo di un paese con una potenza di fuoco che definirei come un ventesimo di quella serba. Per quanto riguarda i terroristi poi, è sempre possibile una loro infiltrazione certo, ma mi sempre che al momento stiamo controllando bene chi arriva, anche troppo».

Troppo?

«Continuiamo a considerare chi arriva come un clandestino, ma la situazione attuale richiederebbe che si parlasse di profughi, che hanno diritto a delle tutele diverse».

Tornando allo scenario internazionale, è curioso vedere gli americani accodati all’iniziativa europea.

«Chi si stupisce dell’iniziativa francese e inglese, o dei dubbi degli americani, non ha studiato bene la storia degli ultimi anni. Gli americani non hanno alcuna conoscenza dell’Africa e del Nord Africa, essendosi concentrati per sessant’anni nel conflitto con l’Unione Sovietica. In Africa gli esperti sono da sempre gli europei e basta ricordare come sia stato creato il regno in Libia di Re Idris. Non c’è francobollo di terra in Africa in cui non ci siano interessi di francesi, inglesi e persino dei belgi».

La Germania è la grande assente.

«La Germania si è sfilata subito dalla missione per due ragioni diverse. Innanzitutto la colonizzazione africana da parte dei tedeschi è ancora un tasto dolente per loro, e poi c’è la questione energetica. Hanno dei rapporti molto buoni con i paesi dell’est e non dipendono come noi dall’energia dell’Africa. Sono gli altri Stati a doversi muovere in quella zona».

Dagli Stati Uniti, Obama ha chiesto che il controllo passi alla Nato. E richieste simili arrivano anche dall’Italia.

«Obama ha detto una cosa molto logica per un civile, auspicando che il coordinamento passasse nelle mani della Nato. Il punto è che, in ottica militare, questo non ha alcun senso. Per i militari chi coordina non conta nulla, conta solo chi comanda. Quando si parla di mettere in mezzo la Nato, si parla di politica e di responsabilità che nessuno vuole prendersi».

Cioè?

«Far passare il coordinamento nelle mani della Nato non cambia nulla dal punto di vista operativo, se non piccole cose. Cambia tutto a livello politico, perché ogni stato potrà lavarsi un pò delle sue responsabilità. Chi prega per l’intervento della Nato, anche tra i ministri italiani, non ha la forza e il coraggio di sostenere le proprie azioni. Sono disposti a fare qualsiasi cosa, ma non a risponderne. Siamo di fronte all’apologia dell’irresponsabilità».

Fonte: L’Espresso

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