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L'impianto nucleare dismesso di Tajoura, vicino Tripoli, dove sono stati abbandonati i container di uranio arricchito

Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi

Che ci siano è l’unica certezza. Da qualche parte nel deserto libico sono nascoste molte tonnellate di armi chimiche. Gheddafi non è in grado di scagliarle contro l’Italia o contro le navi occidentali: non ha missili a lunga gittata per minacciare la Sicilia o la flotta internazionale.

Ma nessuno può escludere che granate cariche di gas vengano sparate dai cannoni contro le truppe ribelli o contro installazioni petrolifere europee. O sparse nelle città della rivolta. Un terribile gesto dimostrativo, che provocherebbe danni limitati ma obbligherebbe le truppe della coalizione a fronteggiare lo spettro della guerra chimica, indossando tute integrali e sigillando gli scafi. Un gesto folle, che nemmeno Saddam Hussein hai mai osato. Ma proprio i file di WikiLeaks rivelano come il leader di Tripoli sia sempre pronto a iniziative lontane da qualunque logica.

Poco più di un anno fa lasciò sette container di uranio altamente arricchito sotto il sole micidiale della Libia. Un incubo, con rischi ambientali e pericoli di furto enormi. Quei materiali, residuati del delirio nucleare portato avanti dal dittatore fino al 2003, dovevano essere trasferiti all’estero in base agli accordi sul disarmo. Ma sono stati bloccati e volontariamente messi all’aria torrida nell’autunno 2009, provocando brividi tra scienziati e 007 americani. Perché? Un dispetto: un capriccio radioattivo.

I file dell’ambasciata americana spiegano che il capo della Jamahiria voleva vendicarsi per uno sgarbo subito durante la visita al palazzo dell’Onu di New York: gli era stato vietato di piantare la sua tenda beduina a Central Park. E come rappresaglia lui ha lasciato l’uranio altamente arricchito alla mercè di intemperie, ladri e terroristi: “C’era una sola guardia, armata di fucile e non si sa nemmeno se era carico…”.

Chi può escludere che una figura così imprevedibile, di fronte alla fine del suo impero, non possa essere tentata dall’usare i gas? L’intelligence statunitense ritiene che oggi Tripoli disponga di almeno dieci tonnellate di iprite: la sostanza più semplice da impiegare, che distrugge pelle e polmoni. Gran parte del veleno sarebbe stoccata in un bunker 500 chilometri a sud della capitale: l’ultima scorta di un arsenale che la Libia ha cominciato a distruggere dal 2004 in poi, dopo avere sottoscritto una serie di accordi per ottenere la fine dell’embargo.

Prima sono state smantellate 3.500 bombe d’aereo e proiettili da cannone con testate per i gas. Poi è stata la volta delle riserve di pozioni letali: hanno neutralizzato più di una tonnellata di nervino, il composto più moderno che uccide paralizzando il sistema nervoso, e almeno dieci tonnellate di iprite, spesso chiamata gas mostarda per l’odore che segnala la presenza del killer invisibile. L’operazione di pulizia doveva essere completata nel dicembre 2011. E i sospetti che il raìs possa avere barato – occultando agli ispettori stock di ordigni – sono forti.

I cablo della diplomazia americana – ottenuti da WikiLeaks e che “l’Espresso” pubblica in esclusiva – mostrano quanto siano state complicate le trattative sul disarmo, che il despota di Tripoli ha spesso trasformato in un suk. Negli anni Ottanta Gheddafi aveva avviato un ambizioso programma di impianti chimici e nucleari. Il simbolo era lo stabilimento di Rabta, costruito da aziende occidentali e soprattutto tedesche. Poi l’invasione dell’Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno convinto il Colonnello a rinunciare ai suoi cavalieri dell’Apocalisse, aprendo le porte agli ispettori internazionali e comiciando la distruzione dei gas.

I libici, maestri levantini delle contrattazioni, hanno chiesto che fosse l’Occidente a pagare il disarmo. L’operazione più complessa riguarda proprio la fabbrica di Rabta, dove si sarebbero distillate fino a 40 tonnellate di veleni mortali ogni mese. L’Italia vorrebbe trasformarla in uno stabilimento per confezionare farmaci. Ma dai cablo dell’ambasciata americana di Roma emerge come la Germania “avrebbe voluto vedere Rabta distrutta piuttosto che riconvertita perché quella struttura rappresenta un dilemma per i politici tedeschi” a causa dei loro “passati trasferimenti “illegali” di materiale e delle ricadute politiche”. In pratica: radere al suolo i macchinari per ripulirsi la coscienza.

La voglia di disinnescare gli ordigni di Gheddafi apre un’asta tra le capitali per finanziare la bonifica. Ma i libici fanno i furbi e sfruttano ogni pretesto per prendere tempo e soldi. Nel 2007 i francesi rimangono interdetti: sapevano che la Libia aveva in ballo due proposte. Una da Washington, “costosa, ma in parte finanziata” dagli stessi americani; un’altra da Parigi che “prevedeva assistenza tecnica, senza alcun finanziamento”. Invece Tripoli “aveva già deciso di scartare le proposte italiane e tedesche e sembrava mettere le offerte di Usa e Francia una contro l’altra cercando di ottenere l’accordo più vantaggioso”.

Poi, però, i francesi scoprono che gli americani sono stati scaricati “a favore di un’azienda europea” e cominciano a sospettare delle manovre libiche: si chiedono se sia stato veramente firmato un contratto per cancellare le armi chimiche. “Dato lo scarso livello di sicurezza nel loro depositi la situazione è già preoccupante”. Qualche mese dopo sono gli italiani a rimanere spiazzati, quando scoprono il gioco delle tre carte dei libici, che “si erano già assicurati i finanziamenti dagli Stati Uniti per lo stesso progetto”. In pratica, si teme che Gheddafi si sia fatto pagare due volte per lo stesso lavoro, senza nemmeno completarlo. Nel 2008 il governo di Roma spiega di essersi impegnato “in due programmi: la conversione in azienda farmaceutica di un ex fabbrica di produzione di armi chimiche, a cui l’Italia lavora fin dal 2003-2004, e la costruzione di un impianto per la distruzione degli ordigni”.

Quanto ad ambiguità, anche a Roma però non scherzano. Dichiarano di non essersi occupati dell’impianto che deve smontare bombe e granate: “Quest’ultima struttura, vede impegnata un’azienda privata italiana, senza alcun coinvolgimento del governo, che sa poco degli accordi tra la ditta e la Libia”. Mentre l’ambasciata Usa è convinta che l’operazione sia stata gestita dalle autorità ministeriali e non sia affatto un affare privato.

Ufficialmente, però, la buona volontà di Tripoli non viene messa in discussione. Nel luglio 2008 un team inglese visita Rabta e si dice “fortemente rassicurato… perché il governo libico era stato trasparente sulle sue attività di riconversione e distruzione”. Sul nucleare invece Gheddafi sembra essersi calmato dal 2003, quando aveva tentato di acquistare altre centrifughe per arricchire l’uranio, ma un blitz dei servizi britannici e americani intercettò la spedizione nel porto di Taranto.

Nel maggio 2004 tutto è dimenticato. Il sottosegretario dell’amministrazione Bush, John Bolton, incontra il ministro degli Esteri del Vaticano, monsignor Giovanni Lajolo, e gli racconta: “Gheddafi ha collaborato pienamente e ha permesso agli Usa e all’Inghilterra di trasportare tutto l’equipaggiamento atomico negli States. Ha dimostrato come un Paese può abbandonare il suo programma nucleare e ricavare benefici dalla cooperazione con la comunità internazionale”.

Ma allora come oggi, più di bombe chimiche e atomiche Roma teme un’altra minaccia “di massa” diretta contro le nostre coste: “L’Italia”, registra un cablo, “è più preoccupata per l’immigrazione dalla Libia che per le armi di distruzione di massa“.

Fonte: L’Espresso

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