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Twitter

Luca Conti

Twitter ha solo cinque anni e sembra quasi impossibile immaginare come abbia potuto farne a meno prima del 2006. Certo, nonostante gli utenti crescano di mezzo milione al giorno e il totale ormai abbia abbondamente superato i 200 milioni nel mondo, Twitter non è ancora un fenomeno di massa in molti paesi e neanche in Italia. Consapevoli di questo limite, è possibile comunque affermare che Twitter abbia cambiato e stia cambiando il mondo, sotto numerosi punti di vista.

Il Twitter che usiamo oggi è molto diverso rispetto al Twitter del 2006 e alla piattaforma che ha conosciuto il suo primo boom solo nel marzo del 2007 in occasione del Festival dei geek americani (e non solo) South by SouthWest (SXSW). Una delle ragioni indubbie del successo di Twitter è stata la capacità di seguire il flusso dell’uso e delle esigenze degli utenti. Molte delle funzionalità ora pienamente supportate dalla piattaforma, come per esempio il retweet dei messaggi, si sono affermate con l’uso quotidiano degli utenti che ha spinto poi Twitter a implementarle nel suo sistema. Un vantaggio non indifferente, al quale si è aggiunto parallalemente quello relativo all’ecosistema di applicazioni create da sviluppatori terzi, grazie ad un sistema aperto di Api. Oggi sono più di 500mila i servizi web, le applicazioni per desktop e per mobile che si appoggiano a Twitter per raccogliere dati o aggiungere funzioni nuove rispetto a quelle disponibili attraverso Twitter.com. Questi numeri, insieme ad una crescita di utenti e di messaggi che non sembra toccare mai il tetto, spingono gli investitori a considerare Twitter una gallina dalle uova d’oro, non per i ricavi attualmente generati dalle sue offerte pubblicitari, ma per il valore dell’infrastruttura e le potenzialità di monetizzazione nell’immediato futuro.

Una storia di successo dal punto di vista tecnologico e finanziario, ma anche un fenomeno sociale globale che ha avuto un impatto sulla geopolitica internazionale, dall’Iran all’Egitto, passando per la Tunisia. La rivoluzione dei social media nel promuovere la democrazia a danno dei regimi autoritari ha sviluppato un vivace dibattito sulla Rete e sui giornali. Twitter, insieme a Facebook, YouTube e i blog, è veramente capace di alimentare la voglia di trasparenza, di controllo democratico o è solo un fenomeno mediatico i cui effetti sono lungi dal poter essere dimostrati. Sull’onda delle proteste a seguito delle elezioni presidenziali in Iran nel 2009, Twitter è stato considerato da Clay Shirky e molti altri come uno degli strumenti chiave con i quali il movimento di piazza ha potuto far sentire la propria voce su scala internazionale, nonostante la repressione e la censura mediatica del regime di Teheran. Dalla parte opposta Evgeny Morozov, col suo ultimo libro Net Delusion, ha minimizzato la portata dei social media all’interno dell’opposizione ai regimini autoritari, ridimensionando il loro ruolo e aggiungendo una prospettiva in cui anche i governi possono avvantaggiarsi dei social network per reprimere ancor di più gli oppositori.

A segnare un punto di svolta è stata però l’ondata di protesta nata in Tunisia nel dicembre 2010 e divampata poi in Bahrain, Egitto, Libia, Arabia Saudita e Yemen. Gli analisti concordano sul ruolo determinante di Twitter nel rovesciare i governi di Tunisia ed Egitto, quale canale di comunicazione anticensura e di organizzazione del movimento di protesta. Secondo Clay Shirky ciò a cui stiamo assistendo è solo l’inizio di un cambiamento verso la trasparenza sempre più profondo. Non ci resta seguire gli aggiornamenti su Twitter per sapere chi avrà ragione.

Fonte: www.wired.it

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