Home»Diritti umani»Africa, la fuga dei migranti

Un barcone pieno di migranti nordafricani arriva a Lampedusa. (Antonio Parrinello, Reuters/Contrasto)

La chiamano “la rotta dell’est”. Passa attraverso la Turchia e il ‘paradiso’ sta dall’altra parte di un fiume al confine con la Grecia. Qui migliaia di disperati spesso muoiono assiderati. O arrivano con gli arti amputati.

Fabrizio Gatti

La terra gelata si spezza come vetro sotto il peso dei passi. È così buio che non si vede dove andare. Soltanto il crepitio dei piedi e le stelle di un cielo limpido accompagnano la marcia. E il freddo, tanto freddo. Dieci sottozero, stanotte. Divine Kitomba, 22 anni, fuggita dal Congo in guerra, è caduta nel fiume che separa Turchia e Grecia e ha perso le scarpe in fondo alle sabbie mobili. Dopo sei ore è ancora bagnata fino ai capelli e i jeans le si sono ghiacciati addosso. Minuscoli cristalli di brina sbiancano le sue spalle, i gomiti, i calzettoni ormai rotti sulle punte.

Anche Rose Kapinga, 20 anni, è scivolata. L’acqua l’ha inzuppata fino ai fianchi e ha avvolto la sua pancia all’ottavo mese di gravidanza. L’ha salvata Jules Kaita, 21 anni, suo marito e campione di atletica. Altre 13 schiene camminano in fila e sbuffano vapore. Quelli davanti hanno visto una manciata di lumini bianchi. Uno sciame di lampioni. È il villaggio di Lykofos. In greco significa la “luce dei lupi”, il crepuscolo. Divine, Rose, Jules e gli altri africani non sanno nemmeno dove sono.

Appaiono come fantasmi, in mezzo alle prime case che incontrano. Tremano come agnelli appena nati. Sono entrati vivi in Europa. Ma non c’è nessuno a riscaldarli. Non sono i primi. Non saranno gli ultimi. Eppure dormono tutti. Porte chiuse, strade silenziose. E non è ancora finita. I cinque africani morti congelati nelle ultime settimane credevano di avercela fatta. Si sono seduti ad aspettare il giorno nelle campagne deserte. Si sono addormentati. Per sempre.

Queste ragazze, questi ragazzi sono scappati dalla Libia poche ore prima della battaglia. Ancora non sanno che altri stranieri come loro sono stati ammazzati dai libici o dalle milizie di mercenari. Inseguono la via già battuta nell’ultimo anno da quasi 100 mila profughi in fuga dall’Africa. La prova che l’economia di Tripoli non ha mai smesso di lucrare sul traffico di immigrati. “L’Espresso” si è unito alla loro marcia al confine dell’Unione europea. L’accordo dell’estate 2008 tra Silvio Berlusconi e Muhammar Gheddafi non ha infatti bloccato gli affari dei trafficanti. Ha solo spostato il problema più a Est: in Turchia e in Grecia. E adesso, dopo il crollo della Jamahirya, questa è anche la prima uscita di emergenza aperta sul mondo. Nell’ultima settimana lavoratori asiatici, europei e africani hanno percorso sui traghetti la rotta che dalla città liberata di Bengasi porta a Smirne, il grande porto turco. La stessa sfruttata nell’ultimo anno dai libici per far arrivare i clandestini al di là del mare. E aggirare il blocco navale che per quasi due anni ha fermato gli sbarchi a Lampedusa.

I mezzi sono i soliti: pescherecci, cargo e barconi di fortuna, oltre alle navi di linea. Smirne è un approdo comodo. Da qui la Grecia si raggiunge via terra. E da questa rotta può prepararsi un nuovo scenario. Perché con le norme attuali, la Turchia diventerà il secondo snodo nel traffico di immigrati. Non solo dall’Asia all’Europa. Anche dall’Africa passano ormai di qui. Il governo di Ankara, alleato storico di Gheddafi, ha scelto di aprirsi ai mercati africani togliendo l’obbligo di visto per la maggior parte dei Paesi. Così chi ha documenti e soldi può volare direttamente a Istanbul, scavalcando la Libia. E dopo due ore in autobus o in taxi, affidare la sua vita ai passatori del fiume Evros.

Quest’acqua torbida marca la storia fra Oriente e Occidente, tra musulmani e cristiani. Turchia e Grecia, due eserciti nemici che si scrutano armati con il colpo in canna. Cento metri di corrente e paura. Otto, dieci corpi su piccoli canotti da quattro posti, tirati da riva a riva con le funi, gonfiati e sgonfiati nella notte. E poi la lunga marcia di 12, 15 ore fra terreni arati e campi minati.

Gli sbarchi dalla sponda turca alla sponda greca del fiume sono esplosi dopo l’accordo tra Italia e Libia. Dal 2010 superano una media di 300 persone al giorno, tutti i giorni. Più di 9 mila al mese: il 75 per cento degli ingressi illegali nell’Ue secondo le stime di Frontex, l’agenzia che coordina le polizie di frontiera europee. Un tempo qui vedevano camminare soltanto profughi afghani e pakistani. Ora, grazie alla collaborazione fra trafficanti libici e turchi, lungo l’Evros si incontrano emigranti da tutta l’Africa: Algeria, Tunisia, Marocco, Mauritania, Senegal, Eritrea, Etiopia, Somalia, Congo, Costa d’Avorio, Ghana, Guinea, Nigeria, Mali, Liberia. Il fiume è una porta aperta perfino per le donne che dal Sud America vengono a cercare lavoro in Europa. Come Rosa Aurora Valera Cruz, 26 anni, partita da Santo Domingo a fine gennaio con le foto delle amiche, una lettera da spedire al fidanzato, il volantino di una scuola di ballo, la tessera sanitaria, una cambiale per l’acquisto di mobili e un libretto di preghiere. La borsa di Rosa Aurora è stata abbandonata con altre centinaia di zaini dentro una trincea militare in disuso a Peplos, quattro ore di cammino dal confine. Un reticolo di buche usate dai passatori per nascondere i loro clienti, prima di chiuderli nei doppifondi dei camion per Atene.

Attraversare l’Evros costa 2 mila euro. Un incasso per i trafficanti turchi di almeno 16 mila euro a canotto. Da due a quattro minuti la durata della traversata. Seicentomila euro di guadagno a notte. Diciotto milioni al mese. Meglio seguire a distanza. Prima di avvicinarsi al fiume, i passatori caricano le pistole e mettono il proiettile in canna. Potrebbero sparare al primo rumore. I loro affari sfiorano livelli altissimi. “L’Espresso” ha scoperto che quei canotti partono da una postazione dell’esercito turco non lontana da Kuplu, proprio di fronte alla spiaggia di approdo: una torre di osservazione e una casupola con un comodo accesso all’acqua. Prima o poi l’Ue dovrà chiedere conto al governo di Ankara. È ormai evidente il sospetto che la Turchia voglia sfruttare l’immigrazione per forzare le scelte di Bruxelles. Proprio come per anni ha fatto Gheddafi. Un ricatto. La Grecia intanto non regge più la pressione. Centinaia di immigrati, uomini, donne, minori vengono ammassati come animali in capannoni e camere di sicurezza trasformati in centri di detenzione. Li liberano dopo un periodo variabile da pochi giorni e sei mesi, con l’obbligo di lasciare il Paese entro 30 giorni. Non c’è possibilità di regolarizzazione. Nemmeno per chi richiede asilo. L’unica alternativa è continuare il viaggio. Ovviamente verso Ovest, verso l’Italia.

L’Evros, Atene, i porti greci sul mar Ionio sono soltanto una tappa. Lo vedremo nelle prossime settimane, insieme con i nuovi arrivi dal Nord Africa. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, non ne parla pubblicamente. Ma oltre ai tentativi di ingresso dentro camion e container attraverso i porti di Bari, Ancona e Venezia, da qualche mese sono in aumento gli sbarchi in Calabria. È l’altro fronte. Decine di immigrati salpano quasi ogni notte dalla Grecia. E a metà gennaio sarebbe dovuto arrivare un carico record. I trafficanti volevano mettere alla prova la reazione italiana. Le organizzazioni turche non si fanno pagare alla partenza come le bande libiche. Solo al buon esito del viaggio. Quindi è necessario che i profughi non vengano respinti. Ma la sera di sabato 15 gennaio il vento forza sette provoca una strage. Il barcone turco Hasan Reis affonda 30 miglia a ovest di Corfù. A bordo, 263 afghani caricati in Grecia e diretti in Calabria. Interviene la guardia costiera greca. Si salvano in 241. Gli altri 22 sono da quella notte dispersi.

I più fortunati, si fa per dire, in Grecia entrano a piedi. Lungo una linea di 12 chilometri e mezzo, l’unico tratto in cui la Turchia non è separata dal fiume. È il punto in cui il governo di Atene ha già avviato i lavori per la costruzione di una recinzione di cemento e filo spinato, 22 anni dopo la caduta del muro di Berlino. Proprio qui dallo scorso autunno l’agenzia Frontex ha inviato mezzi e agenti di rinforzo. “I passaggi illegali sono diminuiti”, raccontano di giorno il sottotenente della polizia greca, Georgios Tournakis, 26 anni, e il collega romeno, Dumitru Chariuk, 32 anni e un fisico da gigante: “Basta la nostra presenza per scoraggiare gli attraversamenti”. Di giorno, però. E solo nella zona dei 12 chilometri e mezzo.

Di notte è tutta un’altra storia. Gli attraversamenti si sono spostati a sud, nella fascia più pericolosa del fiume. Un elicottero e un aereo da ricognizione volano dal tramonto all’alba a luci spente con telecamere termiche puntate sulle campagne. Anche le principali postazioni dell’esercito greco sulle colline sono state rifornite di visori a raggi infrarossi. Ma più che guardare, gli agenti e i militari a terra e in volo non possono fare. Nemmeno i movimenti sospetti vengono controllati.

Per due settimane “l’Espresso” ha percorso di notte le vie dei trafficanti lungo l’Evros senza mai incontrare una sola pattuglia. Cosa che invece può avvenire di giorno: non appena qualche estraneo entra nell’area vietata che costeggia il fiume, appare una jeep dell’esercito. Le ispezioni però si fermano alle sei del pomeriggio. A quell’ora i soldati greci rientrano nelle caserme. E fino alle otto della mattina dopo, il confine diventa terra di nessuno. Tutte le notti si sente sparare nel buio totale. Una notte, perfino una raffica di mitra.

Più che visori notturni, servirebbero vestiti asciutti, coperte e tè caldo. Costerebbero molto meno. Jules Kaita, sua moglie e gli altri si fermano a riposare all’incrocio con la superstrada che dai valichi tra Grecia, Turchia e Bulgaria scende al mare. Chi ha salvato lo zaino, si cambia scarpe e pantaloni bagnati sull’aiuola spartitraffico. Divine ha perso tutto nel fiume. “Let’s go”, dice all’improvviso una voce, andiamo. Salonicco è a 351chilometri. Atene a 850. Dovrebbero muoversi verso sud, ma vanno a nord. Cercano un commissariato di polizia dove consegnarsi. Dopo pochi passi Rose non riesce più a reggere il peso del suo pancione. Divine trascina i piedi nudi sull’asfalto. Un’altra ragazza del Congo, Yiliam Gilhig, 21 anni, si accascia dentro i suoi jeans bagnati, induriti dall’argilla e dal ghiaccio. Il commissariato è a due ore e mezzo di cammino. Ormai è giorno. Ogni filo d’erba, ogni albero è bianco di gelo. E nessuna delle auto di passaggio si ferma. Nemmeno gli autobus di linea.

Automobilisti, autisti, taxisti, abitanti di questa regione di confine condividono o accettano il punto di vista della polizia: un gesto di solidarietà potrebbe costare una denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Anche se rischiano il congelamento, gli immigrati che hanno appena attraversato l’Evros devono prima farsi arrestare al commissariato. Oppure aspettare che gli agenti vengano a prelevarli. E fa così freddo che la maggior parte non tenta nemmeno di scappare. Sceglie l’arresto. Ogni mattina dopo le 8.30 dai centri di detenzione di Soufli e di Tycherò partono due furgoni a raccogliere gli ultimi arrivati della notte. Spesso è troppo tardi. “Su molti profughi riscontriamo sintomi di congelamento”, spiega Thanasis Spyratos, 55 anni, ex manager della Shell e adesso coordinatore di Medici senza frontiere: “Ogni settimana dobbiamo chiedere il ricovero di persone all’ospedale di Alexandroupoli per l’amputazione delle dita dei piedi“. I medici di Msf possono visitare i pazienti solo dentro i centri di detenzione di Soufli e Tycherò. L’equilibrio con le concessioni minime della polizia è fragile. Nessuno può soccorrere gli immigrati durante la loro marcia.

Rose e il suo pancione non ce la fanno più. Sono solo le sette del mattino. Dovrebbero aspettare ancora un’ora e mezzo al freddo. Un bambino che sta per nascere merita uno strappo alla legge. Bisogna caricare in macchina al più presto Rose, suo marito, Divine e Yiliam, i più gravi del gruppo. E portarli all’ospedale più vicino, Alexandroupoli, 54 chilometri. In auto Jules Kaita racconta chi è: “Ho dovuto lasciare il Congo dopo una mia intervista alla radio. Siamo stati a Dakar, contavo di poter gareggiare per la Nazionale di atletica senegalese. Ma non è stato possibile. Allora Rose e io abbiamo deciso che se dobbiamo ricominciare daccapo, almeno che il nostro bimbo nasca in Europa”. Jules è sicuro che se non avesse dovuto abbandonare la sua terra, avrebbe partecipato alle Olimpiadi 2008 in Cina: “Il mio record personale è di 10 secondi e 45 nei cento metri e 21 secondi e 36 nei duecento. Ora”, rivela, “spero di poter chiedere asilo in Europa. Vorrei partecipare alle Olimpiadi a Londra nel 2012”. L’ostacolo per Jules è che ancora non esiste la squadra olimpionica dei rifugiati. Sarebbe un bel gesto crearne una.

Il fotografo Giovanni Cocco è rimasto con gli altri 12 africani. Continua a camminare in mezzo a loro. Alle 8.39 appare il furgone del commissariato di Soufli. Un camion-container senza finestrini. Polizia ed esercito greci tollerano da sempre traffici e trafficanti di ogni tipo lungo l’Evros. Ma non un fotografo. Lo stesso probabilmente farebbero i turchi. Giovanni è in stato di fermo. È il nostro secondo arresto in tre giorni. Ogni scusa è buona: la vostra presenza può scatenare un incidente diplomatico con la Turchia, vogliamo sapere se avete l’autorizzazione del governo di Atene. La scusa più originale è di un agente con i capelli rasati e gli occhiali da sole alla moda: “Invece di venire qui, dovreste scrivere del vostro sexy-Berluscone”. Risata di poliziotti e militari. Il trasferimento in commissariato, la perquisizione personale e l’incontro con il capitano di turno si concludono ovviamente con il rilascio.

La notte successiva è un’altra cronaca di freddo e fatica. Dalle vie di Lykofos sale un lamento straziante. Un grosso gruppo di africani ha passato il fiume a mezzanotte. Raccontano che la maggior parte di loro è arrivata in Libia dopo aver attraversato il Sahara. Da Tripoli e Bengasi in nave sono andati in Siria e poi, su un’altra nave, a Smirne. Infine Istanbul. Camminano dalle nove di ieri sera. Manca poco alle sei quando raggiungono il primo paese. Tra loro, Dieng Makhtar, cameramen e dj in Senegal. Il gruppo è già in cima alla collina. Una ragazza è rimasta indietro e chiama tra le case: “Rifugiata, stanca, per favore”, parole che in francese compongono un lamento con la stessa rima. Anche lei è caduta nel fiume, è completamente bagnata. I suoi capelli neri sono incrostati di ghiaccio.

Perfino la voce trema di freddo. Meno otto, stanotte. Non ha trent’anni. A farle compagnia è rimasta solo una ragazzina nigeriana. Nonostante le grida, i lamenti, tutte le luci alle finestre restano spente, le porte chiuse. “Per favore, vengo dalla Costa d’Avorio, sono una rifugiata, non ce la faccio più. Aiutatemi”, dice la ragazza e mostra una tessera dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Nuova corsa all’ospedale.

È così tutte le notti. Ecco per strada Adel Tahib Mohamed, 33 anni, sua moglie Azen Mubarak Mohamed, 32, con le mani e i piedi decorati di henné perché per loro l’arrivo in Europa è un grande giorno, Ahmed Safrah, 25, Amina Abdou Mohamed, 20 e Mouna Ayman, 23, un cappotto elegante e il volto dolcissimo. Sono tutti somali, in viaggio da un anno e mezzo. Hanno visto Mogadiscio, la guerra civile, i campi profughi in Kenya, il Sudan, la traversata del Sahara, l’oasi prigione di Al Kufr, Tripoli. Hanno lasciato la Libia dal porto di Bengasi quando la rivolta era già scoppiata in Tunisia e in Egitto. “Siamo rimasti bloccati in Libia un anno”, racconta Adel Tahib: “I libici sono sempre stati duri contro di noi africani. Quando arrivi in Libia, la prima cosa che pensi è come andartene al più presto”.

Anche loro sono passati da Smirne e Istanbul. Camminano da 12 ore. Rallenta alla fermata l’autobus per Salonicco. Ma senza il lasciapassare del commissariato, l’autista si rifiuta di prenderli a bordo. Poco dopo appare il furgone della polizia. Ha appena raccolto dieci africani dalla piazza di Lagyna, il paese accanto. Mouna zoppica per il mal di gambe, ma vuole arrivare ad Atene. Gli altri preferirebbero consegnarsi al centro di detenzione di Tycherò ormai vicino, cinque chilometri. Hanno scarpe e pantaloni bagnati. I due poliziotti sul furgone fingono di non vederli e tirano dritto. “Andiamo dalla polizia. Un’altra notte con questo freddo sarebbe pericolosa”, insiste Adel Tahib.

L’ultima sera appare dal nulla John Kabue Nyaga, 53 anni, ex ragioniere alla Mitchell Shipping Co. di Nairobi. Lui è arrivato da Atene, dove abita dal 2007. Ha lasciato il Kenya dopo la repressione dell’opposizione e ha chiesto asilo in Grecia, senza mai ottenere risposta. Adesso cerca sua moglie, Jane Njoki Kabue, 46 anni. In una busta ha un mazzetto di foto di lei, con i dati: “Jane ha attraversato il fiume la notte del 20 settembre”, racconta il marito, “voleva raggiungermi perché ero stato investito con il motorino ed ero in ospedale. Quella notte il passatore turco mi ha telefonato dicendomi che aveva attraversato, io l’ho pagato come pattuito. Ma lei ad Atene non è mai arrivata.

Cosa succede nel caso di un incidente?”. La risposta è meglio risparmiargliela. Chi ha cercato il corpo di un familiare annegato, non l’ha mai ritrovato. La polizia greca ritiene infatti che tutti gli immigrati siano musulmani. E quando recupera i cadaveri dall’Evros, grazie a un appalto li affida alla comunità islamica di Sidirò, un villaggio agricolo tra le montagne. Quassù i corpi non vengono sepolti al cimitero con gli altri greci. Li mettono in un bosco a parte, dentro una fossa comune. Senza una lapide, un nome, un sasso a indicarne il punto. Impossibile localizzare le salme dopo che la pioggia e l’erba hanno cancellato le tracce. Nel bosco di Sidirò si vedono solo i 135 cumuli di terra più recenti: 49 quelli scavati dall’inizio del 2011, che si aggiungono ai 70 cadaveri raccolti sulla sponda turca. Nemmeno una targa, un numero, un fiore.

A quattro ore di cammino dal fiume, intorno alle fotografie infangate di Rosa Aurora Cruz Valera, fioriscono invece i colori. Centinaia di maglie abbandonate, jeans, giubbotti, spazzolini da denti, foto, cappellini, calze. In questi campi si sono cambiati i profughi che hanno lasciato nei cespugli due scarpine numero 26, la sciarpa verde con Tom e Jerry, una calzamaglia rosa e quattro braccioli gonfiabili misura “small”. Nove giorni dopo la sua competizione più dura, arriva da Atene l’e-mail di Jules Kaita: “Ci tengo a fartelo sapere: Rose ha messo al mondo una bimba”.

Fonte: L’Espresso

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