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Gheddafi: "Non me ne vado. Combatterò fino alla fine"

Nicola Sessa

Muammar Gheddafi non lascia. “Io sono il leader di una rivoluzione, non sono un presidente. Non ho un mandato da cui dimettermi“, e perciò morirà da martire, come un combattente che resiste fino all’ultima goccia di sangue.

Per settantacinque minuti il leader libico ha urlato rabbioso contro i “ratti che hanno invaso le strade”, contro le “bande di giovani drogati e ubriachi” che assaltano le caserme e le stazioni di polizia. Il Colonnello si è rivolto ai suoi sostenitori che lo ascoltavano nella Piazza Verde di Tripoli: “Uscite dalle vostre case, scendete in strada. Cacciate i nemici, andate a prenderli fin dentro le loro tane”. Gheddafi prospetta il fantasma della guerra civile, ma di fatto la dichiara con il suo discorso. Mettendo libici contro libici, civili contro civili: “Indossate una fascia verde come riconoscimento, a partire da domani andate e combattete, ripulite la Libia casa per casa!“. “Liberate Bengasi!” È il vero punto di non ritorno, è il momento dello scontro finale e, presumibilmente, il sangue scorrerà a fiumi. “Finora non ho ordinato che si sparasse neanche una sola pallottola, ma quando lo farò, tutto andrà in fiamme“. E poi si rivolge ai famigliari dei giovani manifestanti: “Sono giovani, non hanno colpe, sono stati strumentalizzati, drogati e ubriacati dai servitori del diavolo. Riportateli a casa”. Perché da domani non ci saranno più scusanti.

Dalla sua residenza di Tripoli – poi diventata monumento nazionale – bombardata “da 170 caccia americani” nel 1986, il rais di Tripoli ha rivendicato l’orgoglio nazionale della Libia, un paese “leader mondiale che oggi temono tutti”. I suoi attacchi sono trasversali, i suoi nemici vanno dal diavolo occidentale – Usa e Gran Bretagna – agli estremisti islamici che vorrebbero trasformare la Libia in “una base di Al-Qaeda“. “Volete questo?”. “Che gli Stati Uniti occupino la Libia come hanno fatto con Afghanistan, Iraq e Somalia per sradicare l’estremismo islamico?” La telecamera della Tv di stato indugia più volte sul monumento posto all’esterno della residenza: il pugno dorato libico che stritola un caccia americano.

Gheddafi ha poi fatto riferimento al discorso sulle riforme fatto il giorno prima dal figlio Saief al-Islam: maggiore autonomia alle regioni e ai comuni tramite la costituzione dai 50 fino ai 150 comitati del popolo che amministreranno il territorio. Ma questo è l’unico passaggio politico, durato pochi minuti. Il discorso è sempre stato, per il resto, sul binario dell’attacco: contro l’Occidente che vuole riaprire l’epoca del colonialismo, contro le emittenti Tv arabe che hanno dato al mondo “una visione distorta del popolo dei coraggiosi, della gioventù patriottica”, che è il vero volto della Libia, non quello mostrato dai codardi pagati da “un gruppo di malati che agisce dal di fuori”.
“Da domani” assicura Gheddafi,
“l’ordine e la sicurezza verranno ristabiliti in tutto il paese”. Il leader ha dato il comando: esercito e polizia dovranno schiacciare la rivolta.
Ma, soprattutto, da domani partirà la vera sfida, quella più pericolosa:
libici contro libici, civili contro civili.

Fonte: www.peacereporter.net

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