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Yoani Sánchez

Yoani Sánchez *

La scena sullo schermo è durata appena qualche secondo, l’immagine di migliaia di persone che protestavano per le strade del Cairo. La situazione era descritta dalla voce grave di un presentatore cubano: la crisi del capitalismo aveva fatto esplodere la protesta in Egitto e le differenze sociali stavano facendo affondare il governo.

Ha detto solo di sfuggita che un ciclo di quasi trent’anni stava finendo in una sola settimana, in un paese dove la storia si misura in numeri da quattro cifre e ha lo spessore dei millenni.

A Cuba l’allusione al prolungato potere di Hosni Mubarak ha richiamato il detto “non nominare la corda in casa dell’impiccato”: cioè insinuare che anche nel nostro cortile un autoritarismo di cinquant’anni sta per scadere. Forse i mezzi d’informazione statali sono stati cauti nel parlare degli avvenimenti in Nordafrica per non farci fare questo paragone.

Ci hanno somministrato in dosi minime i fatti, senza citare tutte le ragioni che spingono un popolo a mettere fine a un mandato improntato sul personalismo di un ottuagenario. Per evitare che una folla scenda in piazza e gridi all’unisono “Presidente, vattene!” i mezzi d’informazione attivano i meccanismi nascosti del controllo.

Anche se il Cairo è lontana, le analogie tra i cubani e i volti che abbiamo visto nella marcia del milione di egiziani sono tante. Loro gridavano contro Mubarak, ma da questa parte dello schermo molti hanno sentito che ci spingevano a muoverci, facendoci vergognare della nostra inerzia.


Traduzione di Sara Bani.

Fonte: Internazionale, numero 884, 11 febbraio 2011

* È una blogger cubana. Per guadagnarsi da vivere traduce e fa la guida turistica. Nell’aprile del 2007 ha aperto il blog Generación Y, in cui parla della vita di tutti i giorni a Cuba.

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