Home»Foto»‘Berlusconi pagliaccio, agisce solo nel suo interesse’

Obama con Berlusconi

Durissimi giudizi Usa sul premier italiano: «Ha una reputazione disgraziatamente comica». Nei cablo segreti di Wikileaks.

Stefania Maurizi e Gianluca Di FeoI

Silvio Berlusconi? «Le sue frequenti gaffe e la povera scelta di parole hanno offeso praticamente tutte le categorie di cittadini italiani e molti leader europei… Ha danneggiato l’immagine del Paese in Europa e creato un tono comico alla reputazione italiana in molti settori del governo statunitense». Non è un giudizio a caldo, ma una sintesi ponderata fin nell’ultimo aggettivo e destinata a rimanere segreta. L’ha scritta Ronald Spogli, l’ambasciatore americano a Roma, nel lasciare l’incarico e raccontare il nostro Paese a Hillary Clinton e Barack Obama. Un ritratto spietato del premier che «è diventato il simbolo dell’incapacità e inefficacia dei governi italiani nell’affrontare i problemi cronici del Paese: un sistema economico non competitivo, la decadenza delle infrastrutture, il debito crescente, la corruzione endemica».

Nonostante questo, il Cavaliere quando viene «portato per mano» e «fatto sentire importante» si dimostra il «migliore alleato». E soprattutto la sua debolezza interna e internazionale viene sfruttata dall’amministrazione Obama per strappare concessioni insperate: più soldati in Afghanistan, nuove basi militari in Veneto e Sicilia, sostegno totale nel braccio di ferro con l’Iran, appoggio alle iniziative statunitensi «anche all’interno delle istituzioni Ue». Di tutto, di più. Per realizzare i suoi obiettivi, la Casa Bianca offre «copertura al massimo livello nei momenti di difficoltà politica». Perché gli americani hanno una certezza: non esiste alternativa a Berlusconi, non ci sono figure in grado di sostituirlo. E in fondo va bene così, perché «quando lo agganciamo ai nostri obiettivi ci fa arrivare a risultati concreti». C’è solo un nervo scoperto, che diventa sempre più doloroso: i legami stretti e personali con il Cremlino. Una liaison che aumenta la potenza della principale arma di Mosca – il gas di Gazprom – e nel gennaio 2010 spinge la Clinton a scatenare un’inchiesta sulle relazioni segrete tra i due premier: «Silvio asseconda i peggiori istinti di Putin». Questa è l’analisi che emerge dai documenti dell’ambasciata americana di Roma ottenuti da WikiLeaks: oltre 4 mila cable che riscrivono la storia dei rapporti tra Italia e Stati Uniti dal 2002 all’aprile 2010, analizzando ogni snodo della vita del nostro Paese grazie a colloqui diretti con ministri, parlamentari, funzionari, manager, giornalisti e a frequenti ispezioni sul campo. Sono documenti eccezionali che testimoniano il crollo di credibilità dell’Italia e delle sue istituzioni, con pochissime eccezioni: il presidente Giorgio Napolitano, i carabinieri e le Fiamme gialle, i soldati impegnati in missione.

Il premier clown e le sue gaffe

«Berlusconi è incline alle gaffe ed è un po’ clown», la definizione regalata da un anonimo dirigente del Pdl ricorre spesso nelle relazioni spedite a Washington, informata di tutti gli incidenti verbali del premier, inclusi «Obama abbronzato» e qualche «salace» barzelletta. Ma i dossier non danno mai spazio al gossip: gli scandali sessuali, le «feste disinibite con ragazze veramente molto giovani», le «registrazioni con una prostituta», le accuse di «promiscuità sessuale fatte dalla moglie» occupano poche righe trattate con estrema cautela. Agli americani importa invece capire quanto il Cavaliere potrà essere utile ai loro disegni. La sintesi migliore è quella di Spogli, l’ambasciatore mandato a Roma da George W. Bush, che a febbraio 2009 consegna un quadro drammatico alla nuova amministrazione Obama: «L’Italia non sempre si è dimostrata un partner ideale. Il lento ma reale declino economico minaccia la sua capacità di avere un ruolo nell’arena internazionale. La sua leadership manca spesso di visione strategica – una caratteristica che nasce da decenni di coalizioni instabili o di vita breve. Le istituzioni non sono adeguatamente sviluppate come ci si aspetterebbe da un moderno Paese europeo». Spogli insiste sui limiti dei leader: «La non volontà o l’incapacità di dare risposte a molti dei problemi cronici creano apprensione tra i partner internazionali e danno l’impressione di un governo inefficace e irresponsabile». Silvio Berlusconi è diventato il simbolo di questa Italietta, con un ritratto degno del “Caimano”: «La sua volontà percepita di porre gli interessi personali prima di quelli dello Stato, la sua preferenza per soluzioni a breve termine invece che per investimenti di lunga durata, il suo frequente uso di istituzioni e risorse pubbliche per conquistare vantaggi elettorali sui suoi avversari politici hanno danneggiato l’immagine dell’Italia in Europa e hanno creato un tono disgraziatamente comico alla reputazione italiana in molti settori del governo statunitense».

L’ambasciatore americano a Roma David Thorne a fronte di questa diagnosi, però, le conclusioni sono machiavelliche: la situazione offre chiari vantaggi per gli Usa. «La combinazione tra declino economico e idiosincrasia politica ha spinto molti leader europei a denigrare il contributo di Berlusconi e dell’Italia. Noi non dobbiamo farlo. Noi dobbiamo riconoscere che un impegno di lungo termine con l’Italia e i suoi leader ci darà dividendi strategici ora e nel futuro». Ed elenca questi profitti, a partire da una questione fondamentale per Washington ed ignorata in casa nostra: Africom, il nuovo comando che da Vicenza guiderà le operazioni militari in Africa, terra promessa della rinascita quaedista. Perché in fondo alla Casa Bianca hanno la stessa visione di Mussolini: l’Italia è una portaerei naturale nel Mediterraneo. «È una piattaforma strategica unica per le truppe Usa, permettendoci di raggiungere facilmente le aree turbolente del Medio Oriente, dell’Europa orientale e dell’Africa. Grazie a questa posizione è diventata la base del più importante dispositivo militare schierato fuori dagli States. E con Africom sarà partner ancora più significativo nella nostra proiezione di forza». In più il governo «ha dimostrato la volontà anzi la bramosia di collaborare con noi». Insomma, deboli, screditati ma molto comodi: «Berlusconi vuole essere nostro amico: è genuinamente e profondamente devoto alle relazioni con noi. Non è in sintonia con i nostri ritmi e scarsamente credibile, ma il suo ritorno al governo ci ha dato modo di concretizzare risultati operativi importanti». E raccomanda: «Finché manterrete contatti stretti incasserete grandi risultati in Italia». Insomma, come sentenziavano già nel 2003, «Roma è un posto eccellente per fare i nostri affari politici e militari».

Salvate il soldato Silvio

Una serie di cable descivono la tensione nell’ambasciata americana alla vigilia del G8 dell’Aquila del 2009. Dalle comunicazioni segrete si capisce che temono possa trasformarsi nella disfatta di Berlusconi. I lavori del vertice sono stati preparati in modo pessimo dall’Italia, sostengono. E c’è il problema degli scandali sessuali, con il timore che un’altra ondata di rivelazioni travolga il premier durante i lavori. Silvio invece – scrivono in un documento destinato a Barack Obama «ha bisogno di mostrarsi un leader credibile a livello internazionale» per ripulire la sua immagine dagli scandali e «gli italiani daranno tremenda attenzione» al trattamento che riceverà dagli altri capi di Stato. Per questo sottolineano: «La sua visita ha un significato speciale per il governo e il pubblico italiano». Così è stato. Obama ha regalato a Silvio l’immagine di statistita e il premier si dice «very happy». Mentre il successo del vertice – come subito segnalano a Washington – rilancia il governo e getta l’opposizione di sinistra nel caos.

Parà all’attacco nel nome di Obama

Dopo il G8 la Casa Bianca va subito all’incasso del sostegno concesso all’imbarazzante alleato. E ottiene la risposta di Roma all’appello per potenziare la missione in Afghanistan, diventata la priorità dell’amministrazione Obama. Ignazio La Russa, apprezzatissimo dagli americani, e Franco Frattini, il ministro più stimato, fanno a gara per esaudire le richieste. Dai cable di WikiLeaks si scopre che il Pentagono sperava di ottenere rinforzi limitati, circa 500 uomini, mentre l’Italia li sorprende: manda stabilmente nella regione di Herat altri 1200 militari, portando il totale a 4200 con più mezzi blindati, altri aerei, altri elicotteri da battaglia e da trasporto. Roma promette di cancellare la vecchia abitudine di «pagare soldi per evitare attentati». E abbatte tutti i caveat, i vincoli che impedivano ai nostri reparti di combattere al fianco dei marines nei territori caldissimi della zona di Kandahar. Grazie «alla copertura politica di La Russa» cambia l’atteggiamento della Folgore, che passa all’offensiva contro i talebani. Il presidente del Senato Renato Schifani spiega che «Berlusconi è visceralmente con Obama». Il piano viene presentato in Parlamento a dicembre 2009 ma l’ambasciata teme che si impantani: «Una lista di crescenti difficoltà politiche potrebbero far ritorcere contro Berlusconi l’impegno in Afghanistan. Chiediamo con urgenza che Washington offra contatti di alto livello a Berlusconi, Frattini e La Russa per assicurarci che questi rinforzi si concretizzino». L’ambasciata avvia «un’aggressiva» attività di lobbying incontrando esponenti politici di tutti i partiti. E conclude: «Nei mesi a venire Berlusconi avrà bisogno di una copertura al massimo livello da parte del governo americano».

Il regime in Siria? Veronica mi ha detto…

Gli americani si muovono in Italia perseguendo una serie di obiettivi che vengono enunciati alla vigilia delle elezioni del 2008. I tempi cupi del governo Prodi, alleato frenato dalla componente comunista, sono finiti: «Se vince Veltroni la situazione sarà eccellente, se ritorna Berlusconi sarà molto eccellente». La lista conta 18 punti e appare «ambiziosa» all’ambasciatore Spogli: ma in meno di tre anni gran parte viene realizzata. Nei colloqui i ministri sembrano ignorare ogni visione strategica e l’interesse dell’Italia, concedono senza chiedere contropartite, al massimo sponsorizzano il loro personale riconoscimento con una visita a Washington. Le estenuanti trattative alla Farnesina con D’Alema, che ribatteva punto per punto a ogni istanza, sono alle spalle. Certo, il premier talvolta «le spara grosse» e l’ambasciata è terrorizzata dai suoi tentativi di presentarsi come mediatore mondiale anche per conto degli Usa: «Bisogna dissuaderlo senza irritarlo». Spogli resta spiazzato quando senza preavvisi Silvio annuncia a “Porta a Porta” il ritiro dall’Iraq: in piena notte svegliano i generali di Baghdad e spediscono al Pentagono la trascrizione del colloquio con Bruno Vespa e Mario Orfeo. Spesso il Cavaliere appare naïf. Durante i raid israeliani su Gaza, ripropone la vecchia idea di costruire alberghi e resort turistici a Gaza: «Io potrei trovare gli investitori». Nel summit con il generalissimo Petraeus, che guida la guerra al terrorismo, racconta il viaggio dell’allora consorte Veronica a Damasco: «Ha conosciuto la moglie di Assad, dovremmo coinvolgerla…». O quando davanti al segretario della Difesa Robert Gates, che già negli anni Ottanta era al vertice della Cia, parla del viaggio a Pechino della figlia «appena laureata, sconvolta per la crescita dell’economia cinese». Note di colore, senza peso. Perché dal 2009 in poi grazie al Cavaliere tutto fila liscio per gli Usa: dall’Iran alle trattative per il riscaldamento globale, strappano una serie di concessioni che supera le aspettative.

Siamo noi la portaerei degli Usa

Noi non ce ne rendiamo conto, ma dal 2008 siamo diventati la più importante roccaforte statunitense del mondo. In Italia ci sono 15 mila militari americani: lo stesso numero dei tempi della Guerra fredda ma con reparti molto più agguerriti e incisivi. Berlusconi ha mantenuto la promessa di eliminare ogni ostacolo per la nuova base di Vicenza, che permette alla 173ma brigata paracadutisti di schierarsi in poche ore in tre continenti. A Sigonella sta nascendo il nido dei Global Hawk, i ricognitori teleguidati che possono spiare ovunque. A Gricignano d’Aversa è pronta la caserma costata mezzo miliardo di dollari per il personale della Sesta Flotta, decisiva per presidiare le rotte di terroristi e pirati: gli Usa vorrebbero che l’installazione venisse dichiarata extraterritoriale, ma la Costituzione non lo permette. La Russa – rivelano i cable di WikiLeaks – ha comunque offerto un patto bilaterale che di fatto la renderà autonoma dalle autorità italiane. Maggiori difficoltà ci sono per la mega-antenna del Muoss di Niscemi, un colossale ponte radio che collegherà tutte le pattuglie di marines sparse per il pianeta. Gli emissari di Washington «hanno garantito che non provocherà problemi alla salute», ma Gianni Letta e La Russa si scontrano con le resistenze siciliane. Il risultato più importante è un altro: in silenzio, sempre a Vicenza, una vecchia caserma è stata trasformata in Africom, il nuovissimo comando che dirigerà le operazioni a stelle e strisce in Africa. La pratica è stata seguita da Letta, a cui gli inviati di Washington hanno detto con chiarezza che servirà anche «per azioni dirette» nel continente nero.

Asseconda i peggiori istinti di Putin

L’unica grande sconfitta è la campagna di Russia. L’asse tra gli interessi di Berlusconi e quegli dell’Eni si mostra refrattario a ogni pressione e anche alle minacce sempre meno velate. È una questione strategica: l’energia è l’arma più potente di Putin, con cui può ricattare l’Europa. E l’Eni è il grande alleato di Mosca: ha barattato con Gazprom l’accesso ai giacimenti siberiani di gas con concessioni in Libia e Algeria. In più il progetto del gasdotto South Stream, attraverso Mar Nero e Turchia, completa l’accerchiamento del vecchio continente. Washington agisce su due fronti. Stimola il ritorno al nucleare in Italia, in modo da ridurre la dipendenza dal gas di Putin. Interviene in tutti i modi sul governo, che ha il 30 per cento dell’Eni, e su Scaroni per convincerli a rompere l’intesa con Mosca: tenta di far capire che rischiamo di diventare ostaggio dei russi. La passione tra i due premier li stupisce: «Silvio ha una crescente preferenza per i leader assertivi». Per separarli, blandiscono il Cavaliere: «Bisogna fargli sentire che ha una relazione personale con noi e dobbiamo assecondare la sua convinzione di essere uno statista esperto». Invano. A gennaio 2010 la Clinton sembra stufa e lancia un’inchiesta per capire cosa nasconda l’asse italo-russo. Chiede tutte le informazioni possibili sulle «relazioni e sugli investimenti personali, se esistono, che legano Putin e Berlusconi e che possono influenzare la politica energetica dei due Paesi». Vuole sapere dei «rapporti tra Scaroni, i top manager Eni e membri del governo italiano, specialmente il premier e Frattini». Domanda ogni informazione «sulle istanze in cui il governo italiano ha favorito gli interessi imprenditoriali rispetto alle preoccupazioni sulla politica energetica». È il segno che l’insofferenza ha superato i limiti ed è diventata sospetto aperto. Il database di WikiLeaks si ferma alla prima sommaria risposta, quella fornita da un diplomatico italiano a Mosca che spiega come «tutto avvenga direttamente tra Putin e Berlusconi».

Resisterà anche senza il Lodo

Fino alla primavera 2010 – data degli ultimi cable – le irritazioni sono ancora secondarie. Perché a Washington sanno che non ci sono alternative a Berlusconi. Le vicende giudiziarie non li preoccupano e il loro giudizio sulla magistratura italiana è lapidario, «una casta inefficiente e autoreferenziale», priva di controllo e che impone il suo potere condizionando la vita politica. Anche quando la Consulta abbatte il lodo Alfano non sembrano intimoriti per le sorti di Palazzo Chigi. Temono invece gli effetti a lungo termine dello scontro con il Quirinale: «La sfuriata contro Napolitano, figura molto rispettata, potrebbe essere presa male da molti italiani e determinare più ampie divisioni tra le due istituzioni». Il Cavaliere però «ha una maggioranza solida ed è ancora popolare, il Pd è disorganizzato, i dissidenti nella sua coalizione non sono così forti da potergli andare contro. Per quanto indebolito, il governo non pare minacciato dal verdetto. Ma, come ha detto lo stesso Berlusconi, per difendersi nei processi si dovrà distrarre dal lavorare per il popolo italiano». Tutto ciò, però, non gli impedisce di esaudire i desideri dell’alleato. Come il mantenimento di un possente contingente in Libano – «operazione di sinistra non gradita al centrodestra» e oggi giudicata priva di significato dai nostri generali: Washington invece la ritiene determinante per la sicurezza di Israele e la Clinton orchestra una campagna mondiale per convincere Roma a non ritirarsi. Ormai, riconosce l’ambasciata Usa, come ai tempi di Cavour sono alpini e bersaglieri a fare la nostra politica estera. E nel 2011 tra Libano e Afghanistan l’Italia spenderà più di un miliardo di euro. Nell’«offensiva» contro i talebani voluta dal premier sono già morti 25 soldati: ai loro funerali però lui non era presente, perché – come hanno rivelato le intercettazioni di Milano – troppo stanco dopo il bunga bunga di Arcore.

Fonte: L’Espresso

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