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Massimo Cacciari

Massimo Cacciari

Oggi la politica in Italia produce solo finzione, spettacolo e narrazione. Senza avere più a che fare con la realtà. Ma questa è una degenerazione che investe tutta la società. E non basta mandare a casa il signore di Arcore per uscirne. Tutto sommato potremmo dire che dalla vera tragedia della fine della prima Repubblica siamo giunti alla farsa-pochade che conclude la mai nata seconda, e così consolarci. Per apprezzare il “salto d’epoca” basterebbe paragonare il discorso in Parlamento di Craxi alle auto-difese televisive di Berlusconi. Non c’entra nulla. Appunto. Lì un politico di razza, nel bene e nel male, che denuncia una crisi di sistema e, indirettamente, si appella ad un generale discorso “di verità”, che avrebbe forse anche potuto aprire una nuova fase della Repubblica; oggi un privato, che vuole giustificare vizi privati, e che con ogni mezzo difende affari e interessi soltanto suoi. Lì partiti, organizzazioni di massa, radicati nella vita e nella storia del Paese, che vivevano la propria catastrofe nel destino dei loro leader; oggi una moltitudine di cortigiani, favoriti, cooptati che non possono (ancora) abbandonare il padrone per quanta voglia ne abbiano, e che trasformano il Parlamento non, come si diceva una volta, nell’anticamera dei partiti, ma nell’alcova di Arcore.

E tuttavia temo che le squallide vicende che siamo costretti a vivere abbiano un significato per certi aspetti ancora più drammatico di quelle di allora. Sarebbe forse utile alzare lo sguardo per coglierlo. So che è difficile farlo quando attraversi un pantano, o qualcosa di peggio. So che si corre il rischio di passare per quelli che vogliono parlar d’altro. Ma bisogna anche scommettere che questo Paese saprà tornare a ragionare di politica e sul proprio futuro.

Il berlusconismo, depurato da tutte gli evidenti “disturbi” di ordine psicologico che caratterizzano chi lo incarna, rappresenta la fase estrema di un processo generale di de-responsabilizzazione dell’agire politico. Il principio di responsabilità implica il “primato” dell’analisi, della definizione razionale di obiettivi e programmi, che si ritengono rispondenti, appunto, all’interesse comune, sulla base di trasparenti “calcoli” costi-benefici, e la messa tra parentesi di ogni altra finalità.

Ma questo modello è in radicale crisi da molto tempo. E di questa crisi il berlusconismo è un prodotto, non certo la causa. Le sue ragioni sono diverse, ma tutte radicate nell’attuale sistema: dalla formazione di blocchi economico-politici, dentro i quali è inevitabile collocarsi se si vuol competere sul mercato politico, alla fisiologica auto-referenzialità dei grandi apparati tecnocratici, dall’organizzazione della stessa ricerca, all’economia e alla finanza globali.

Di fronte a queste potenze, quella dell’agire politico tradizionale decade di minuto in minuto. E in proporzione diretta si accresce la funzione dell’annuncio, della promessa, della ricerca a breve del consenso, che può essere garantita solo dal possesso di importanti mezzi di informazione e manipolazione dell’opinione pubblica. L’immaginazione va allora “al potere”.

Il politico de-responsabilizzato non produce più né analisi, né programmi, e neppure utopie, ma narrazioni fantastiche, “spettacoli”, “irresponsabili” per natura. Non si tratta di “bugie”, ma di invenzioni. La scena ha realmente sostituito la realtà. Il mondo si è trasformato davvero in “volontà e rappresentazione”. Chi ne è più intimamente convinto, saprà essere anche il più convincente nel trasmetterne l’immagine. Nessun “piano”, nessun complotto, nessun “grande fratello” a dirigere la partita. Si tratta di processi intimamente connessi a questa fase del mondo occidentale e dei regimi democratici. È in gioco lo stesso principio della rappresentanza, poiché l’eliminazione di ogni “principio di realtà” ha come conseguenza logica l’idea di una “simbiosi” tra il politico e il suo rappresentato – idea che sta al fondamento di ogni demagogia e di ogni populismo.

Il potere politico tende allora a farsi immanente alla vita dell’individuo. Come il sistema produttivo è anzitutto produzione dello stesso consumo, così l’agire politico si fa mera produzione di consenso. Ogni altra finalità tramonta. Berlusconi, a modo suo, interpreta questo drammatico passaggio. Non ne è né inventore, né regista, ma piuttosto il perfetto burattino – quello ontologicamente legato alla sua scena, incapace anche solo di concepirsi fuori di essa.

Qualunque sia la parte che è chiamato a recitarvi (e infatti le vorrebbe tutte per sé), per lui si tratta di vita, non di finzione. I costumi degli italiani erano forse i più disposti al mondo a condividere questo processo di de-responsabilizzazione dell’agire politico. Anche per questo non sarà affatto né semplice né breve risalire la china. E non raccontiamoci che basterà pensionare il signore di Arcore.

Massimo Cacciari

Fonte: L’Espresso

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