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Hosni Mubarak

Dopo i disordini di piazza e le morti dei civili, gli Stati Uniti hanno definitivamente preso le distanze dall’alleato storico Hosni Mubarak. E intanto Israele fa pressing su Washington perché “freni le critiche”.

Antonio Marafioti

Neanche la posizione strategica in funzione anti-Hamas e i centinaia di milioni di dollari versati, come aiuti militari, nelle casse del governo del Cairo, hanno impedito agli Stati Uniti di mettere una pietra sopra il lungo partenariato politico col presidente egiziano Hosni Mubarak.

Troppo estesa, secondo i vertici di Washington, l’onda di malcontento popolare che ha messo a ferro e fuoco le strade della capitale di uno dei paesi più importanti del Mediterraneo. Troppo ingombrante la personalità di Mohamed El-Baradei, premio Nobel per la Pace ed ex delegato dell’Aiea contro la proliferazione nucleare dell’Iran. El-Baradei, alleatosi con i Fratelli Musulmani, principale forza d’opposizione all’ex rais egiziano, in carica dall’ottobre del 1981 dopo l’uccisione dell’ex capo di Stato Anwar Sadat, ha da subito richiamato l’attenzione dell’amministrazione guidata da Barack Obama, affinché si pronunciasse in una secca condanna dell’azione repressiva messa in moto da Mubarak.

Dopo le iniziali esitazioni dei primi giorni di scontri – Hillary Clinton parlava di “governo stabile” nell’attesa di capire cosa stava accadendo nel secondo focolaio Mediterraneo dopo quello tunisino – finalmente il Segretario di Stato Usa ha sgombrato il campo da ogni genere di titubanza scaricando, di fatto, il trentennale partner politico, ed economico. “Il governo egiziano – ha sostenuto Clinton subito dopo le prime morti dei civili – deve capire che la violenza non farà sparire il malessere nella società, […] il Cairo deve frenare le forze di sicurezza e togliere il blocco a Internet e telefoni“.
Dopo quello dell’ex candidata presidente, è arrivato anche il commento dell’inquilino della Casa Bianca che ha chiuso la partita e dato il benservito a Mubarak parlando di “transizione ordinata” verso una nuova fase di governo.

Il leader democratico, che conscio dell’importanza di avere Mubarak come prima carica dello Stato egiziano, di fatto non ha mai invitato la sua controparte africana a dimettersi, ha però anche sentito la pressione della piazza. In seguito alle drammatiche immagini che giungevano da Tahrir Square e al crescere del numero dei morti, finora il bilancio è di 150 decessi, Obama si è deciso a intervenire diplomaticamente. A gettare imbarazzo su imbarazzo ci sono state, inoltre, le dichiarazioni dello stesso El-Baradei che, fin dalle prime ore dei moti, non ha rinunciato a stare in piazza col popolo e, da lì, arringare la folla e richiamare all’azione gli stessi States. “Ogni giorno gli Stati Uniti continuano a perdere credibilità sostenendo Mubarak – ha detto l’ex direttore generale dell’Aiea – Da una parte continuate a parlare di democrazia, di stato di diritto, di diritti dell’uomo e dall’altra parte date il vostro appoggio ad un dittatore che continua ad opprimere il suo popolo“.

Una logica stringente, quella del leader dell’opposizione, che ha fatto partire le dichiarazioni di dissociazione da Washington e obbligato l’amministrazione Obama a un weekend di riunioni d’emergenza. Intorno al tavolo i consiglieri del presidente hanno optato per una exit strategy che puntasse a mettere al sicuro i cittadini statunitensi ancora in Egitto. “Lasciare immediatamente il Paese” è stato l’ordine diramato dalla Casa Bianca nei confronti dei civili con passaporto americano che ancora sono nel paese delle piramidi. Dall’unità di crisi del ministero degli Esteri hanno predisposto un ponte aereo con l’Europa per, successivamente, trasferire chi lo voglia negli Usa.

Fra coloro che hanno reagito male alla dichiarazione di Obama, c’è un altro eterno alleato: Israele. Per Tel Aviv, come per gli stessi Usa, Mubarak era l’unica assicurazione contro il rafforzamento di Hamas a Gaza. Tanto che, senza un filo di diplomazia, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha espressamente fatto sapere agli Stati Uniti che «occorre mettere un freno alle critiche pubbliche contro il presidente Hosni Mubarak». Al netto delle, comunque importanti, dichiarazioni di biasimo degli Usa, anche per quest’anno, oltre il consueto miliardo e trecento milioni di dollari in aiuti militari, Washington ha previsto i 117 milioni di dollari in armi sofisticate per mettere l’Egitto in grado di distruggere i tunnel sotterranei palestinesi, tra Gaza e il Sinai egiziano.

Antonio Marafioti

Fonte: www.peacereporter.net

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