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Attentato terroristico in Russia

Enrico Piovesana

Le opposizioni avanzano sospetti sulla vera matrice dell’attentato di Domodedovo, ricordando le vicende di Ryazan e denunciando l‘uso politico che Putin fa del terrorismo. Le forze politiche anti-putiniane avevano annunciato una ‘marcia sul Cremlino’.

Vladimir Putin è salito al potere come protettore della Russia dal terrorismo. Ma il terrorismo, dopo undici anni di regime putiniano, non è diminuito, è aumentato. E’ ora di smetterla di usare il terrorismo caucasico come strumento di rafforzamento del potere dell’attuale primo ministro”.

Con queste parole, Boris Nemtsov (nella foto), figura di spicco dell’opposizione anti-putiniana, ha commentato l’attentato all’aeroporto moscovita di Domodedovo. Un attacco subito attribuito dal Cremlino ai ‘terroristi caucasici’, ma dalla dinamica ancora poco chiara.

Gli oppositori del regime putiniano denunciano il rischio che la strage venga usata dal Cremlino come pretesto per restringere ulteriormente diritti e libertà nel paese, e ricordano il comprovato coinvolgimento dei servizi segreti (Fsb) in passati attacchi terroristici ufficialmente attribuiti al terrorismo ceceno, a partire dalla vicenda di Ryazan del 1999.

L’attentato di Domodedovo giunge in un momento di forte opposizione al governo di Putin e Medvedev e precisamente alla vigilia di una grande manifestazione antigovernativa, che ora difficilmente verrà permessa dalle autorità di Mosca. Dopo aver passato in prigione i primi quindici giorni dell’anno per le proteste di fine anno, Nemtsov aveva infatti annunciato per lunedì 31 gennaio l’idea di una marcia sul Cremlino ”sul modello della marcia su Roma”. Un riferimento simbolico che evocava scenari rivoluzionari, e che aveva scatenato la dura reazione dei sostenitori di Putin.

Ai microfoni dell’emittente radiofonica nazionale Eco di Mosca, l’ultranazionalista filoputiniano Alexander Prokhanov, direttore del quotidiano Zavtra, era arrivato a invocare l’intervento armato dell’esercito contro chi marcerà il 31 gennaio: ”Se si vuole evitare lo scoppio di una guerra civile in Russia, bisognerà sparare sui manifestanti con i mitra”.

Per il Cremlino, Boris Nemtsov non è un oppositore qualunque. Ex fisico originario di Sochi, ebreo, ultraliberista tatcheriano, delfino di Boris Eltsin e suo vicepremier nel 1997, cofondatore con Anatoly Chubais dell’Unione delle Forze di Destra (Sps) e, con l’ex scacchista Gary Kasparov, del movimento antiputiniano Solidarnost, Nemstov è considerato l’uomo di George Soros a Mosca e il miglior candidato a guidare un’ipotetica ‘rivoluzione colorata’ russa.

Dopo aver attivamente partecipato alla ‘rivoluzione arancione’ ucraina del 2004, Nemtsov è stato consigliere economico del presidente Viktor Yushchenko fino al 2006, guidando il delicato e strategico processo di liberalizzazione dell’economia di quel paese a vantaggio della finanza e delle multinazionali occidentali. Le proteste giunte da Washington dopo il suo arresto a fine dicembre dimostrano l’aperto sostegno di cui Nemtsov gode oltreoceano.

Negli ultimi due anni, la figura di Nemtsov ha assunto una visibilità crescente e proporzionale all’acuirsi delle proteste antigovernative. Fino a ieri erano in molti a scommettere sulla sue capacità di sfidare il Cremlino. Oggi, dopo l’attacco terroristico di Domodedovo, le possibilità che Nemtsov e le opposizioni riescano anche solo a scalfire il potere dello zar Putin appaiono prossime allo zero.

Enrico Piovesana

Fonte: www.peacereporter.net

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