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Mariastella Gelmini

Inutile girarci tanto intorno: la nuova legge sull’università è orrenda. Per la precisione: accentratrice, impoverente, demagogica, punitiva e sostanzialmente contro il futuro degli studenti. Ecco perché.

Piero Ignazi

Accentratrice, pauperizzante, superflua, demagogica, punitiva, antistudentesca. Si può continuare a lungo ad elencare i difetti della legge sull’Università promossa e difesa a spada tratta dal governo Berlusconi. Una riformetta, in realtà, che cambierà poco nella vita universitaria: ma per quel poco contribuirà molto all’affossamento dell’istruzione superiore.

Punto primo: la legge Gelmini toglie autonomia alle università in quanto prevede controlli ministeriali più fitti e pervasivi, annulla la flessibilità nelle decisioni, riduce gli organi accademici a passacarte, riordina corsi e facoltà sulla base non delle esigenze dei singoli atenei ma di un modello statale unico. Infine fa entrare i privati nei consigli di amministrazione, senza specificare né i criteri di accesso né le finalità. Almeno portassero soldi…

Punto secondo: smantella il sistema pubblico a favore delle università private. Non è uno slogan da corteo, è una tristissima realtà. Dopo l’ondata di riconoscimenti di università di ogni tipo dalla nefasta gestione Moratti, ora ci risiamo con “università” fatte in cortile equiparate alle più prestigiose istituzioni di questo Paese. E, orrore tra gli orrori, anche il mitico Cepu, quello che favoriva gli studenti ritardatari o in altre faccende affaccendati, quello il cui presidente ha dichiarato di mettere la propria struttura al servizio della campagna elettorale di Berlusconi, quello per i cui legami familiari la deputata finiana Catia Polidori ha salvato il governo; anche quello verrà riconosciuto. Il messaggio è chiaro: si può avere un titolo universitario anche frequentando atenei senza docenti e senza alcuna idea di cosa siano cultura e ricerca.

Punto terzo: la grande favola della meritocrazia. Già dalla modalità con la quale vengono immessi ope legis istituti indegni della qualifica di università si capisce quanto poco importi della meritocrazia a questo governo – che ha dimostrato ad abundantiam di apprezzare soprattutto qualità non specificamente intellettuali.

pastedGraphic.pdfL’introduzione di un organo indipendente di valutazione degli atenei è fumo negli occhi. Era stato istituito in precedenza e poi è rimasto lettera morta. Del resto, da tempo molte università distribuiscono questionari agli studenti per avere i loro giudizi. E i curriculum dei docenti sono in Rete e accessibili a tutti. Tuttavia, al di là della dissonanza tra parole e fatti, è assai apprezzabile che il merito venga assunto quale criterio fondante della vita accademica.

Purtroppo tale criterio è invocato solo in questo campo, senza diventare il principio ispiratore di tutta la società. Se tutto il resto del Paese si muove con logiche diverse da quelle meritocratiche, privilegiando “le conoscenze” rispetto alla conoscenza, è molto, molto difficile che la meritocrazia prevalga senza macchia solo nelle università.

Ammesso tutto questo, il corpo accademico deve però fare mea culpa sul suo indulgere a logiche clientelari e baronali. Chi ha partecipato ai concorsi sa quanto è difficile scalfire questo sistema consortile. Quindi, l’ennesima riforma delle procedure di reclutamento avrà successo solo se cambieranno mentalità e prassi (anche) dei docenti. Almeno su questo, assolviamo la Gelmini.

Infine, l’elemento più importante: i finanziamenti. I governi di centrodestra hanno scientemente perseguito l’obiettivo di far morire d’inedia il sistema dell’istruzione pubblica favorendo quello privato (con il bel risultato che le nostre scuole private, uniche nei paesi Ocse, sfornano studenti meno preparati di quelle pubbliche).

Negli ultimi anni i finanziamenti all’università si sono costantemente assottigliati e altri tagli si abbatteranno ancora con il risultato di ridurre attrezzature e biblioteche, borse di studio e finanziamenti alla ricerca, partecipazione ai convegni internazionali e reclutamento di giovani leve. Senza fondi la ricerca non progredisce e l’eccellenza si allontana. E in particolare, come è ormai norma nella nostra società, viene penalizzato il reclutamento dei giovani, visto che su cinque pensionati si potrà reclutare un solo nuovo docente: esattamente il contrario di quanto sarebbe necessario.

Il futuro che questa sciagurata riforma prospetta è nerissimo e si riassume in decadecanza e impoverimento, accentramento e dequalificazione.

Fonte: L’Espresso

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