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Proteste in Egitto

Ore di ansia per la nuova, grande, manifestazione nella capitale egiziana.

Silvia Mollicchi (dal Cairo)

Due gruppi di qualche centinaia di persone davanti al sindacato dei giornalisti protestano, accerchiati da un numero spropositato di forze dell’ordine. Gruppi di cinque poliziotti in borghese entrano, ora uno ora l’altro gruppo, e trascinano fuori i manifestanti più in vista con una violenza inaudita.

Li picchiano e li conducono verso le camionette disposte a chiudere la piazza shar’a Ahmed Tharwat. Il gruppo di persone in protesta, prima si disperde, poi forma un corteo spontaneo. Nel frattempo, gli agenti che regolano il traffico della città decidono deliberatamente di non chiudere le strade alle macchine. Le automobili che intasano il centro cairota sembrano il deterrente più efficace e più economico per fermare il corteo.

Circa un’ora dopo, un gruppo pacifico di cinquecento persone si muove nel cuore di Downtown, cerca di raggiungere la stazione Ramsis e raccogliere quanti più manifestanti possibile. La polizia sembra lasciarli passare. Poi, quando il corteo entra una laterale di Maidan ‘Ataba, un mezzo blindato arriva da dietro e comincia a sparare lacrimogeni.

Tra le cinque e le sei del pomeriggio, il numero dei manifestanti assemblati davanti al sindacato degli avvocati diventa notevole, occupano l’area di Sha’ra Ramsis e bloccano il traffico. Pochi istanti dopo, centinaia e centinaia di poliziotti in assetto anti-sommossa li attaccano da ogni lato. Riusciamo a contare fino a dieci mezzi blindati che entrano Shar’a Ramsis e fanno lo slalom tra gli spartitraffico sotto al ponte 6 Ottobre. Cominciano a sparare lacrimogeni e inizia il fuggi fuggi. Non sono solo i manifestanti a correre. Chi è per strada allunga il passo verso casa, dato che la polizia ha cominciato con arresti random nell’area di Maidan Tahrir e Downtown fin dal mattino.

Se il 25 Gennaio, giorno della protesta annunciata, lo stato di polizia egiziano ha permesso che migliaia e migliaia di manifestanti entrassero nell’area di Tahrir -per disperderli solo dopo l’una della notte, quando il numero si era ridotto, e a colpi di fumogeni e manganellate, arrestando più di cinquecento persone e diversi giornalisti – l’imperativo per il 26 era molto meno sofisticato: nessuno deve scendere in strada. Il sistema di repressione egiziano ha mostrato il suo lato più violento.

L’Egitto non ha visto una mobilitazione di massa come quella del 25 gennaio dalle rivolte del pane del 1977. Raccogliendo un supporto trasversale della società civile egiziana, l’improbabile alleanza di sei diversi gruppi di attivisti politici, partiti di opposizione e delle tifoserie delle due squadre di calcio del Cairo (al-Ahli e Zamalek) ha funzionato. Era già successo nel 2003 e nel 2005 che le manifestazioni cairote occupassero Maidan Tahrir per un numero prolungato di ore. Non si erano mai contati, però, così tanti partecipanti manifestare in contemporanea in tutti i principali centri egiziani e mai affrontando così apertamente il regime. Gli slogan sono semplici ed immediati. Gli egiziani scesi in strada chiedono la fine della presidenza Mubarak, di trent’anni di statuto di emergenza e del regime di polizia che con la violenza di questi giorni non fa che giustificare le loro richieste.

Nel frattempo il ministero degli Interni non ha rilasciato particolari dichiarazioni e uno sbiadito Ahmad Nazif, sulla scia di quanto detto da Hillary Clinton, ha confermato che i cittadini egiziani hanno diritto a manifestare ma con mezzi pacifici. Una dichiarazione che suona quasi sarcastica. Praticamente nessuna notizia riguardo Hosni Mubarak. Un silenzio quasi inquietante che ha aperto la strada a speculazioni di ogni tipo. Soprattutto considerando che le tensioni interne al partito al governo, Partito Nazional Democratico (Pnd), sono una delle cause di tanta indecisione nel proclamare apertamente un successore per Mubarak senior.

In tutto questo, la preoccupazione costante di questi giorni è quella di raggiungere quanta più visibilità possibile. Basta aprire twitter (ora tornato in funzione dopo ore e ore di oscuramento) per leggere che una delle richieste principali è quella di copertura della protesta da parte di media, soprattutto internazionali. Quello che conta è riuscire a rendere visibile quello che sta accadendo e non solo al Cairo, ma anche nei centri più difficili da raggiungere. “Persone vengono massacrate in questo momento a Suez, ci serve copertura mediatica“, appariva stamani su twitter.

Sfortunatamente, le proteste in Egitto devono parte della loro visibilità in Italia alle dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. Con una superficialità quasi crudele, ha auspicato che Mubarak continui a governare con la saggezza che lo contraddistingue. Le persone massacrate per strada fanno parte di quel piano di saggezza evidentemente e non c’è dubbio che i governi internazionali alleati del regime egiziano siano complici di strategie di violenza tanto lungimiranti.

Oggi i militari restano a presidiare i punti chiave della città – su tutti il ministero degli Interni e il Parlamento, letteralmente accerchiati da cordoni di militari – ma grosse manifestazioni non risultano in programma. Si torna in strada oggi. I social network chiamano a manifestare un milione di persone subito dopo la preghiera del mezzogiorno. Tutti i gruppi di opposizione e movimenti aderiranno. Muhammad ElBaradei é tornando da Vienna, forse un po’ in ritardo, per unirsi alla protesta, che si preannuncia imponente.

Il dato emerso ieri è che, d’ora in avanti, il regime seguirà la linea della tolleranza-zero, svelando timore delle possibili conseguenze di nuove manifestazioni. Se c’è qualcosa di nuovo, infatti, nelle proteste di questi giorni, sono speranze delle persone scene in piazza. Un dato difficile da quantificare, ma comunque fortemente presente. Si ha la percezione che il 25 Gennaio, con tutta la preparazione che l’ha preceduto, abbia infranto un muro di paura. Più che un mutamento nelle strutture politiche egiziane e nelle effettive possibilità di protestare, la percezione che un cambiamento ora sia possibile potrebbe fare la differenza.

La notte del 25 Gennaio, Ahmad Salah, attivista di spicco del movimento Shabab 6 Aprile, ci ha raccontato della giornata che aveva vissuto. Aveva le lacrime agli occhi: “Sta succedendo, e non solo al Cairo, sta succedendo in tutto l’Egitto. E’ il giorno più felice della mia vita, quello che ho preparato e aspettato da quando ho memoria“. Ahmad è stato arrestato poche ore dopo, non ci sono notizie di lui.

Fonte: www.peacereporter.net

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