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Oslo (Norvegia)
Oslo (Norvegia)

I penitenziari italiani sono luoghi disumani. Con il record europeo di morti e di suicidi. Ma è anche da come si trattano i detenuti che si misura una civiltà. E il confronto con quello che fanno a Oslo è imbarazzante.

Irene Peroni

Tre ragazzi giocano a carte in un luminoso salotto in stile Ikea. Sulla parete di fondo spicca un enorme televisore ultrapiatto, e nell’angolo-cucina due loro compagni si accingono a preparare il pranzo su un piano di lavoro in acciaio. Poco più in là si intravede un corridoio con una serie di porte chiuse. Una casa dello studente super-lusso? Se non fosse per il gabbiotto con dentro due persone in divisa che osservano la scena attraverso una parete di vetro, si potrebbe pensarlo. Ma siamo nel carcere di Halden, un’ora di macchina a sud-est di Oslo, considerato il più avanzato del mondo. Inaugurato alla presenza del re Harald nell’aprile scorso, è stato accolto con sarcasmo da giornalisti e cibernauti. “È imbarazzante sapere che una prigione ha uno standard più alto di alcuni degli appartamenti in cui ho abitato”, ha commentato un giornalista della rivista americana “Fast Company”. Mentre un blogger ha scritto: “Se dovessi mai commettere un crimine lo farei in Norvegia“. I diretti interessati, i detenuti, non sembrano altrettanto entusiasti. “La galera è sempre galera“, dice Stian, 38 anni, che sta per intraprendere uno studio di economia a distanza.”La cosa essenziale non sono la tv, il frigo e la doccia in cella. Parecchi vorrebbero tornarsene nelle galere dove stavano prima perché lì avevano più libertà”.

La prigione di Halden, costata 171 milioni di euro, è la seconda del Paese per capienza (252 detenuti, ciascuno in celle individuali di 12 metri quadrati), ma la più grande in Scandinavia in termini di superficie: 30 ettari. L’imponente muro di cinta è nascosto alla vista da un tratto di foresta che gli architetti hanno scelto di inglobare nel complesso. Così, guardando fuori dalle finestre, di spesso vetro antiscasso, ma senza sbarre, si può quasi sognare di vivere in una casa al limitare del bosco. Per raggiungere scuola, lavoro e centro ricreativo, i detenuti devono uscire dalle celle e percorrere un sentiero tra gli alberi. Tra le strutture per il tempo libero spiccano una palestra con parete per l’arrampicata e una saletta prove adiacente a un modernissimo studio di registrazione. La biblioteca ha circa 4 mila volumi oltre a riviste e dvd, e sciami di detenuti entrano ed escono trascinandosi dietro enormi buste di plastica. I comfort di Halden sono modellati su quello che il sistema carcerario norvegese chiama il “principio di normalità“: la detenzione deve avvicinarsi il più possibile alla vita al di là del muro, affinché il reinserimento nella società possa avvenire nel modo più naturale, e il rischio di recidiva sia ridotto al minimo.

Chi ha subìto una condanna ha gli stessi diritti degli altri cittadini“, spiega Synnove Sørland, coordinatrice delle attività artistiche e culturali all’interno del carcere: “L’aver perso la libertà dev’essere l’unico elemento punitivo. Non sta scritto da nessuna parte che le finestre debbano essere piccole o il cibo cattivo, o che uno debba subire abusi. Sono princìpi codificati in tutte le convenzioni internazionali, che purtroppo spesso e volentieri altrove non vengono applicati”. A giudicare dalle statistiche, il metodo sembra funzionare. Un recente studio mostra che soltanto il 20 per cento di chi ha scontato una pena torna in prigione entro due anni dalla scarcerazione, contro il 60 per cento dell’Inghilterra, per esempio.

A un tavolo nell’elegante mensa del personale siede un gruppo di ragazze in uniforme, nessuna delle quali sembra superare i 30 anni. Come i loro colleghi maschi, girano disarmate con addosso soltanto un allarme da attivare in caso di necessità. Ellen Sofie Solbr kke, stretta collaboratrice del direttore Are Høidal, è convinta che un tocco di femminilità sia fondamentale per allentare la tensione. “Ci sono tante cose che noi donne possiamo dire ai detenuti senza che se la prendano: forse è arrivato il momento di farsi una doccia. Oppure: guarda, il tuo maglione è macchiato, mettiamolo in lavatrice. Un uomo non potrebbe permettersi di fare commenti così”.

Fonte: L’Espresso

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2 Responses to "Alfano, vai a scuola in Norvegia"

  1. Matteo Della Torre   1 ottobre 2016 at 22:07

    Fatto! Abbiamo scelto una foto di Oslo. Anche questa è sua? Sul web nessuno è indispensabile.

  2. Alex Masi   1 ottobre 2016 at 19:21

    Queste sono immagini di mia proprieta’. Rimuovere immediatamente o ricevera’ una lettera dal mio avvocato per danni.

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