Home»Articoli»Editoriale»Wikileaks unisce gli intellettuali americani

Julian Assange

David Rieff

Rendendo pubblici i cablogrammi del dipartimento di stato, Wikileaks ha fatto luce sulla politica estera americana ma ha mostrato soprattutto il livello di intesa che c’è tra gli intellettuali statunitensi, a qualsiasi parte politica appartengano. Certo, delle differenze ci sono.

A destra si è posto l’accento sul fatto che queste rivelazioni sono una minaccia mortale al nostro paese, impegnato in una lunga guerra contro i jihadisti. Come ha scritto Seth Lipsky sul New York Sun, Julian Assange e i suoi collaboratori “hanno pubblicato quasi mezzo milione di documenti che hanno un valore potenziale per i nemici degli Stati Uniti”. Lo scopo, fa notare Lipsky, “è vanificare il nostro sforzo bellico”.

Ben diverso il tono della sinistra (o di quella che in America è considerata tale): nessuno ha sostenuto che Julian Assange è un terrorista né che Wikileaks rischia di provocare la sconfitta militare degli americani. I progressisti hanno però previsto conseguenze apocalittiche per il soft power degli Stati Uniti.

La minaccia di Wikileaks
Per esempio Michael Cohen e i suoi colleghi del National Security Network dichiarano di voler costruire “una sicurezza nazionale forte e progressista contro le manipolazioni dei conservatori”. E Cohen ha scritto che le rivelazioni di Wikileaks “minano alle fondamenta la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e la loro possibilità di condurre un’attività diplomatica efficace”.

Cohen è uomo di princìpi e si è opposto agli interventi militari americani all’estero. Ha scritto alcune delle analisi più lucide sul disastro in Afghanistan. Ma la sua costernazione di fronte alle rivelazioni di Wikileaks sembra poggiare su due presupposti: 1) che la segretezza è necessaria per una diplomazia efficace; 2) che siccome “gli interventi statunitensi sulla scena globale sono legittimi”, i diplomatici impegnati a difendere questi interventi e interessi devono poter agire con il necessario grado di segretezza.

James Rubin (portavoce di Madeleine Albright al tempo in cui era segretaria di stato) ha sostenuto energicamente che, siccome il dipartimento di stato agisce cercando di conquistare la fiducia delle autorità straniere, e opera attraverso la persuasione e la condivisione delle informazioni, “distruggere la riservatezza equivale a distruggere la diplomazia”. E “tagliare le gambe” ai diplomatici rende meno probabili le soluzioni diplomatiche, e quindi più probabili le soluzioni militari spesso sostenute dalla destra.

In ogni caso, non deve sorprendere che le rivelazioni di Wikileaks abbiano fatto inorridire molti progressisti. In realtà tra destra e sinistra sulla politica estera ci sono molte e importanti differenze. Nel complesso i liberal sono scettici sugli interventi militari statunitensi all’estero e spesso arrivano a essere anche nettamente contrari, mentre i conservatori continuano a credere nella centralità della forza militare per la difesa degli interessi nazionali.

Un punto in comune
Su un punto però sono tutti d’accordo: sulla necessità che gli Stati Uniti continuino a esercitare un’egemonia mondiale. E il motivo, credo, è che non solo i conservatori ma anche i progressisti (compreso il presidente Obama) continuano ad accettare con poche riserve la tesi dell’eccezionalismo americano. E anche di questo concetto ci sono versioni diverse.

Per la destra, l’America è semplicemente l’ultima speranza dell’umanità, e qualsiasi cosa sia nell’interesse degli Stati Uniti è, per definizione, nell’interesse dell’intero genere umano. L’America per loro svolge nel mondo una missione unica e speciale. Invece per i progressisti l’America è l’ultima speranza dell’umanità, anche se ha molti difetti.

Soft power
Prima di entrare in politica, Anne Marie Slaughter, oggi responsabile del
policy planning del dipartimento di stato, ha scritto un libro intitolato The idea that is America solo per sostenere che i valori e gli ideali dell’America sono universali, anche se l’America stessa qualche volta non li rispetta. Michael Cohen ha scritto una volta che gli Stati Uniti sono un paese “intrinsecamente buono”.

Ultimamente nella sua rubrica sul New York Times il commentatore conservatore David Brooks ha previsto che negli Stati Uniti sorgerà un nuovo movimento, con “uno scopo dichiarato senza ipocrisie: difendere la supremazia dell’America. Tutelerà la posizione dell’America nel mondo, affermando che questa supremazia rappresenta un dono ai nostri figli e una benedizione per la Terra”.

Non è certo quello che sostengono Rubin e Cohen, ma tra le due posizioni c’è molto in comune. Anzi, direi che Cohen ha assolutamente ragione: se si crede che gli Stati Uniti siano fondamentalmente una forza del bene, non si può non provare orrore di fronte alle rivelazioni di Wikileaks, che rendono più difficile il lavoro dei diplomatici americani.

Ma se invece si crede che gli Stati Uniti siano un impero e si è convinti – da americani – che questa vocazione imperiale stia distruggendo il paese e perciò ci si augura la fine dell’impero, allora non si potrà che salutare con entusiasmo le rivelazioni di Wikileaks.

Traduzione di Bruna Tortorella.

Fonte: Internazionale

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