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Elezioni di metà mandato

Gli Stati Uniti sono pronti alle elezioni di metà mandato. Dopo 18 mesi di governo le proiezioni bocciano il presidente che perderà la Camera dei Rappresentanti e spera di limitare i danni al Senato.

Antonio Marafioti

Senza esclusione di colpi. Negli Stati Uniti ogni genere di chiamata al voto è un evento in cui tutte le forze in campo sfoderano i migliori, e i peggiori, assi nella manica. Dopo 18 mesi di mandato, il vertiginoso declino della popolarità di Barack Obama ha spinto i consiglieri del presidente ad accettare l’intervista con Jon Stewart, nel suo famoso Daily Show, una sorta di “Striscia la Notizia” a stelle e strisce. Il politico dei record si è presentato all’appuntamento col comico di Comedy Central pronto a dare il tutto per tutto, in un faccia a faccia che è stato molto gradito dal pubblico in sala.

Ora, però, tocca al resto degli elettori. Quelli che stanno fuori dagli studi televisivi di uno degli show più famosi del Paese. La gente che deciderà se quella di Obama sarà solo una sconfitta oppure una tragedia politica, è la stessa che ha in mente solo una cosa: la crisi economica. Il lavoro che manca, le speculazioni sui mutui, che irrobustiscono gli squali di Wall Street e piegano le famiglie, le misure economiche varate dalla Casa Bianca, sono stati, dall’inizio dell’avventura obamiana, gli elementi che hanno rinvigorito i muscoli degli avversari politici dell’uomo del “Change”.

Prima ancora dei repubblicani è il fenomeno “Tea Party” ad aver rubato le scene ai politici in giacca e cravatta, di destra o sinistra che fossero. Il movimento conservatore, che si ripropone come pronipote di quello che nel 1773 organizzò il rovesciamento delle casse di tè nel porto di Boston in funzione anti-inglese, è il vero cane sciolto di questa congiuntura politica. La rabbia, l’aggressività e l’indolenza nei confronti delle istituzioni sono le sublimazioni di quel malcontento diffuso dopo che le promesse del 2008 sono state rispettate in parte, quando non infrante del tutto. Davanti all’occhio della telecamera il presidente non l’ha affatto nascosto: “Quando ho vinto e abbiamo iniziato la transizione – ha raccontato Obama a Stewart – e abbiamo visto cosa è accaduto all’economia, gli uomini del mio staff mi hanno detto: “goditi tutto ciò adesso, perché fra due anni la gente sarà frustrata”. Pochi, allora, avrebbero immaginato che da questa frustrazione, mischiata a una dose di collera e nazionalismo, sarebbe nato un soggetto politico nuovo, anti-establishment, la cui popolarità avrebbe superato non solo quella del numero uno dei democratici, ma anche quella dello stesso Grand Old Party. Per molti il Tea Party ha buone possibilità di spingere un candidato alle prossime elezioni presidenziali del 2012. Ma il voto più prossimo suggerisce che qualcuno dei suoi politici “arrabbiati” potrebbe, già dall’insediamento del nuovo Congresso, occupare uno degli scranni in bilico.

Alla Camera dei Rappresentati, dove si assegnano 435 seggi, la partita per Obama e i suoi, che attualmente ne detengono 255 contro i 178 dei repubblicani, sembra definitivamente persa. Secondo gli ultimi exit-poll il partito dell’Asinello conserverebbe solo 152 deputati, mentre il Gop ne perderebbe 4, fermandosi a quota 174. Il resto è tutto in bilico, con 109 seggi ancora da assegnare, ma col Gop fermo su un solido 83 percento delle possibilità di arrivare, e superare, quota 218 deputati, ovvero la maggioranza alla Camera.

Ma il vero centro della sfida è il Senato, dove entreranno 37 nuovi rappresentanti statali sui 100 totali. La Camera alta è sempre stato il tallone d’Achille di Obama. Anche dopo l’exploit del 2008, quando polverizzò John McCain con oltre 10 milioni di voti in più, la maggioranza democratica al Senato è stata sempre risicatissima. L’ostruzionismo repubblicano è riuscito a essere isolato solo fino al 25 agosto dello scorso anno. Il giorno in cui moriva l’ultimo grande esponente del “clan Kennedy”, Ted, che veniva sostituito in Senato dal repubblicano Scott Brown. Fino ad allora in forza al gruppo del governo c’erano 60 senatori, cinquantotto democratici e due indipendenti aggregatisi alla maggioranza dopo l’exploit elettorale del “Yes we can“. Con la morte di Kennedy, e quella successiva di Robert Byrd, il 28 giugno, la squadra dell’inquilino della Casa Bianca è scesa a 56 senatori. I due indipendenti, Joe Lieberman del Connecticut e Bernie Sanders del Vermont, non garantiscono comunque di raggiungere la proverbiale quota 60 e fermare il filibustering del Gop, rivelatosi più volte durante la riforma sanitaria, quella finanziaria e il National Defence Authorization Act, la legge sul budget militare.

Le previsioni degli istituti demoscopici non sarebbero rosee per il leader democratico che, attualmente, conserverebbe solo 49 senatori contro i 35 dei repubblicani. La posta in gioco è costituita da 19 seggi la maggior parte dei quali, secondo le ultime proiezioni, dovrebbe rimanere ai democratici che avrebbero l’86 percento delle possibilità di rimanere sopra quota 50. Nessuna chance, invece, per il partito dell’elefante di piazzare 60 senatori in aula.

Si allontana, almeno per ora, il pericolo di divided government, ovvero quella situazione che si ha quando due partiti differenti detengono il potere di presidenza e congresso.

Antonio Marafioti

Fonte: www.peacereporter.net

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