Home»Ecologia»La sfida degli indigeni alla Texaco

Una piscina di petrolio grezzo nella zona di Lago Agrio

Ettore Mo

LAGO AGRIO (Ecuador) — È stato l’Ecuador, nel dicembre 2008, il primo Paese al mondo ad estendere i diritti costituzionali a Madre Natura, che l’uomo, dopo la fugace parentesi del paradiso terrestre, ha raramente rispettato: due anni fa, col 70% dei voti, gli abitanti della piccola Repubblica andina le hanno riconosciuto il diritto «al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali» e, in genere, alle sue funzioni e ai processi evoluzionari in corso. È troppo presto per stabilire se quella saggia decisione abbia già ottenuto risultati concreti nella nostra vita.

L’atmosfera che si respira a Lago Agrio, nell’amazzonia settentrionale, non è delle più serene. I motivi di fondo del conflitto tra i petrolieri americano-ecuadoriani e gli indigeni accampati lungo le sponde del Rio Aguarico non sono stati rimossi: si sono al contrario inaspriti per la situazione di estremo disagio dell’intera area, dove l’inquinamento, dovuto al petrolio e alle sostanze tossiche dei suoi derivati, sta provocando infezioni e malattie letali come il cancro.

Si sta in effetti preparando un processo epico di risonanza internazionale che dovrà alla fine stabilire a chi debba essere attribuita la responsabilità per una zona industriale di 4400 chilometri quadrati, ritenuta la «più contaminata del mondo». Una documentazione di 200 mila pagine dovrebbe fornire sufficienti e aggiornate informazioni sull’argomento, per esaminare le quali — ha suggerito qualcuno — il giudice cui toccherà emettere l’ardua sentenza farà bene ad isolarsi in un monastero tibetano per almeno un paio d’anni.

Nelle scorse settimane, a Lago Agrio, la scena è stata quasi interamente occupata da un brillante avvocato di 38 anni, Pablo Fajardo, che rappresenta i popoli della Amazzonia equatoriale — le comunità indigene dei Sionas, Soyoca, Cofànes e Huaoronis—contro la società petrolifera Texaco (poi assorbita dalla Chevron), responsabile di aver scavato, dal ’77 ad oggi, 325 pozzi. «I quattro gruppi — lamenta l’avvocato — sono stati penalizzati in tutto: nell’alimentazione, nella territorialità, nella salute e anche nella cultura. Molti furono costretti ad andarsene e sono stati proprio loro i primi desplazados ambientali del Sud America».

Valeva proprio la pena di incontrarlo, questo signor Fajardo. Sono andato a trovarlo nella sua abitazione, un buco di pochi metri quadrati conteso da cucina, salotto-studio, camera divano-letto. Morbida e scarsa la luce. «Tanto sono piccolo», si scusa. Di famiglia povera, da ragazzo ha fatto anche il boscaiolo (col machete) e ha saltuariamente conosciuto, durante le vacanze, le fatiche di un campo petrolifero. Ma con tenacia è riuscito a superare le superiori e ad assicurasi poi, attraverso corsi di corrispondenza, la laurea in Giurisprudenza. Lui stesso rimase sorpreso quando nel 2004—dopo solo 3 anni di pratica— gli venne affidata la straordinaria causa contro la Chevron.

Non ha i soldi per comprarsi la macchina, quindi a Lago Agrio si sposta a piedi o in bicicletta, al massimo l’autobus per le lunghe distanze. Sposato, separato, vive solo. Parla a mitraglia (avete in mente Mentana?) senza mai interrompersi e la sua testa nera riccioluta si agita di continuo assecondando il ritmo della conversazione. Non conosce la parola relax e non so cosa faccia la domenica. Ma nei giorni feriali, è così che si svolge la sua giornata: sveglia alle 03.30, colazione leggera e studio dei testi fino alle 08.00. Corsa (in bicicletta) alla sede dei Diritti Umani della città, dove lavora fino a mezzodì. Puntata rapida alla radio per il consueto appuntamento con le schiere dei suoi fans. Ritorno in ufficio dove rimane fino alla chiusura. Un’oretta quindi, in tarda serata, alla Scuola notturna gratuita per adulti, da lui stesso fondata. Rientro a casa, finalmente, alle 23.00 precise.

Mi sarebbe piaciuto (ma non ce l’ho fatta) vederlo a confronto diretto in tribunale col suo principale avversario, l’avvocato Adolfo Callejas, da trent’anni legale della Chevron. Alto, magro, distinto, rampollo di una famiglia ricca e «politicamente poderosa», ha proprio quello che viene solitamente definito «le physique du role». Presto tuttavia fede a chi ha riferito che nelle rare occasioni in cui si trovano faccia a faccia «gli sguardi che si scambiano sono molto simili a quelli di due pugili sul quadrato prima del match».

Dopo anni di scontro fra petrolieri e dissidenti nei tribunali statunitensi, la Chevron propose che il luogo più idoneo per continuare l’azione legale, fosse proprio la città di Lago Agrio. Ma l’impresa, sottolinea l’avvocato, «sta facendo di tutto per bloccare o almeno rinviare, lo svolgimento del processo, anche se noi con una documentazione di migliaia e migliaia di pagine e 80 mila risultati scaturiti dalle analisi chimiche sulla presenza di sostanze nocive e idrocarburi nel sottosuolo e nell’acqua abbiamo una prova massiccia, schiacciante per inchiodare la Chevron. Su 100 abitanti, almeno 58 sono afflitti da qualche malattia».

Richard Cabrera, geologo ed esperto del Tribunale che ha fatto suoi calcoli sul pallottoliere, conferma che occorrono almeno 27 miliardi di dollari per riparare i danni inflitti al territorio e alla gente dalle operazioni della società petrolifera. «Naturalmente — interviene l’avvocato — nessun denaro al mondo sarà mai in grado di restituire, intatto ed integro, l’ecosistema dell’Amazzonia, unico al mondo: né di recuperare la cultura delle popolazioni indigene, disperse o costrette all’emigrazione. Non c’è dubbio che la cifra indicata per il risarcimento sia molto alta e tuttavia rimane insufficiente rispetto alle dimensioni del disastro economico-morale di cui siamo vittime. Se mai ci fossero disastri completamente irreparabili, questo è uno».

Nella sua scorribanda in un passato neanche troppo remoto, Pablo ricorda Shushufindi, città della sua adolescenza, dove c’erano «più osterie che scuole, più pistoleros che contadini» e l’acqua del pozzo «era sporca e aveva un sapore acido »: ma anche l’acqua piovana, che bambini e anziani aspettavano con ansia durante gli interminabili mesi estivi, buttava giù gocce nere che sapevano di petrolio. «Tutto ciò — è adesso il suo scarno commento—mi sembrava ingiusto, cattivo, contro di me e l’umanità intera».

Posta sotto accusa, la Texaco ha risposto di aver sempre agito conformemente alle leggi allora in vigore per garantire il necessario margine di sicurezza durante le operazioni di perforazione e di estrazione del greggio. «Tutto ciò è falso – afferma con tono severo ma senza baldanza l’avvocato —. Le imprese dell’Ecuador e nel mondo intero hanno sviluppato una impressionante tecnologia per estrarre petrolio in qualsiasi angolo ove esso si trovi: ma nessuna impresa e nessun Paese ha trovato finora il sistema per evitare gravi danni all’ambiente».

Fra tutti i problemi che popolano la fuliggine dell’oro nero, non è estraneo, suggerisce Pablo, quello razziale: «L’impresa — lascia capire — ha sempre pensato e pensa tuttora che la vita degli indigeni dell’Ecuador valga molto meno che la vita di un qualsiasi nordamericano. Principio riaffermato dal capo degli avvocati della Chevron quando ha detto letteralmente che l’Amazzonia Ecuadoriana è un’area dell’industria petrolifera e che nell’Amazzonia non devono abitare esseri umani. Ma prima che arrivasse la Texaco, qui c’erano gli indigeni e non sono anche loro esseri umani?». L’indignazione che trapela con veemenza dalle parole di Fajardo lascia poi subito il posto alla mestizia quando prende a raccontare la tragica vicenda del fratello Wilson, torturato e ammazzato nel 2004. «Lo uccisero 10 giorni prima che qui a Lago Agrio il processo entrasse nella sua fase più calda», ricorda. Lo stesso fratello che, pieno d’orgoglio, l’aveva accompagnato qualche mese prima alla cerimonia della laurea. «Fu certamente un errore— dice a bassa voce, gli occhi ancora sgombri di lacrime —. Era me che volevano ammazzare».

Dopo un intero pomeriggio trascorso a parlare d’inquinamento, di epidemie, dei petrolieri e di tanta povera gente in attesa di un filo d’acqua pulita, Paolo Fajardo si congeda sintetizzando così il suo pensiero: «Uno dei problemi della società moderna è che dà più importanza alle cose che hanno un prezzo che alle cose che hanno un valore. Respirare aria pura, ad esempio, o avere acqua limpida nei fiumi, o poter contare sui diritti legali….Ecco, queste sono le cose che se non hanno un prezzo, hanno invece un grande valore. Il petrolio ha un prezzo molto alto, mentre il suo valore è piuttosto basso. Due termini su cui si fa spesso confusione».

Ettore Mo

Fonte: www.corriere.it

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