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Povertà

Vittorio Cristelli

Lo diceva e lo scriveva anni fa Susan George, esperta di caratura internazionale delle povertà nel mondo: attenti, perché i meccanismi della gestione della ricchezza e della produzione sono un boomerang e presto vi accorgerete che producono povertà non solo nel Terzo mondo, ma anche nel nostro, che dei mondi è il primo. E questo momento è arrivato, portando anche polemiche tra i sostenitori del governo (peraltro in agonia per i noti motivi) per i quali le cose in Italia vanno bene e comunque meglio che in altri Paesi. E chi con i poveri ci vive tutti i giorni, registra e condivide i loro drammi e si preoccupa anche del loro futuro.

Polemiche già a livello statistico e quindi sui numeri ha suscitato il recente Rapporto su povertà ed esclusione sociale, curato dalla Caritas italiana e della Fondazione Zancan. I poveri in Italia per questo Rapporto sono attualmente 8 milioni e 370 mila. No, si è subito osservato, perché l’Istat ne documenta solo 7 milioni e 810 mila. E quindi mezzo milione in meno. Polemiche anche sul tasso di disoccupazione, che per la Banca d’Italia è dell’11 per cento, mentre per l’Istat è solo dell’8,5 per cento. Ad un osservatore esterno, ma comunque sensibile ai drammi sociali, verrebbe da dire che comunque si tratta di una massa impressionante.

La Caritas obietta che nel caso dell’Istat si tratta di un’“illusione ottica”, perché, essendosi abbassata la spesa per i consumi, di conseguenza si è modificata anche la linea statistica della povertà. In altre parole, se in un Paese mediamente si consuma poco, minore è anche il numero di chi è sotto la soglia di povertà. La Caritas e la Fondazione Zancan osservano inoltre che in Italia ci sono pure 800 mila cittadini che non sono poveri, ma si sono impoveriti rispetto al tenore di vita che fino a ieri potevano permettersi. Comunque la crisi economica ha aggravato la situazione di famiglie numerose con figli piccoli, di donne sole con figli, di anziani con pensione insufficiente. E permane, anzi, aumenta la massa di persone che vivono ai margini della vita sociale e possono contare solo su mezzi di fortuna o sulla beneficenza.

I filo-governativi osservano che sono pur state messe in atto misure di soccorso, tipo la “social card”. Il rapporto non le nega affatto, osserva però che, se alleviano momentaneamente uno stato di sofferenza, sono a tempo e comunque non fanno uscire dalla povertà. E c’è infine l’affondo più significativo e politicamente importante nel confronto con altri Paesi pur segnati dalla crisi. Dice il Rapporto che in altri Paesi diventare poveri non significa rimanere poveri, perché c’è una ragionevole speranza di poterne uscire, grazie all’aiuto istituzionale e sociale, uniti al proprio impegno personale. In Italia invece i poveri sono destinati a rimanere tali, perché “un programma complessivo e articolato di lotta alla povertà non esiste purtroppo nell’agenda istituzionale”.

Uno potrebbe dire: pazienza, se la situazione è drammatica per tutti, bisogna rassegnarsi e fare di necessità virtù. Giusto, se a fronte non ci fossero gli scandali dell’evasione e dell’elusione fiscale, certificati in decine di miliardi di euro. Queste, come ha scritto mons. Mariano Crociata della Cei, sono “sottrazioni di risorse che diminuiscono la disponibilità di aiuti agli indigenti”.

La Chiesa italiana sta dicendo da decenni che deve essere fatta la scelta preferenziale dei poveri, anzi, già dai primi anni Ottanta ha detto che bisogna “ripartire dagli ultimi”. Questo però non significa o non solo diventare agenzie di beneficenza, bensì attivarsi perché la solidarietà diventi strutturale nella gestione del Paese. E’ il modo più intelligente e pure più rispettoso delle persone di fare la scelta preferenziale dei poveri. Concetto ribadito anche alla Settimana sociale dei cattolici italiani a Reggio Calabria, di cui attendiamo l’agenda di speranza di futuro per il bene comune del Paese.

Vittorio Cristelli

Fonte: Vita Trentina

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