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A Pisa il primo trapianto di pancreas robotizzato al mondo

Grazie a un monitor 3D ad altissima risoluzione e a particolari joystick che riducono i tremori, un team dell’università di Pisa ha eseguito l’operazione.

Andrea Curiat

A un capo della sala operatoria, il chirurgo Ugo Boggi è chino su un monitor 3d ad altissima definizione, intento a manovrare delicatamente leve simili a joystick. Poco distante, un robot di tipo Da Vinci (in realtà un complesso macchinario medico) replica i gesti del medico con totale precisione, smorzando gli impercettibili tremiti delle sue dita e riportando su scala minuta i movimenti volontari. Sul lettino presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria pisana, assistita da un’equipe di specialisti, una paziente di 43 anni, abruzzese, madre di due figli, riceve il primo trapianto robotizzato di pancreas al mondo. Il trauma chirurgico si riduce a tre piccoli fori e a un’incisione di 7 centimetri; la durata totale dell’operazione ad appena tre ore. Tutto questo per un intervento che, se effettuato con mezzi e metodologie tradizionali, è considerato come il prototipo della maxi-invasività chirurgica.

Il risultato è stato raggiunto la mattina del 27 settembre da un’equipe chirurgica coordinata da Ugo Boggi, direttore dell’unità ospedaliera chirurgia generale e trapianti nell’uremico e nel diabetico dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana. La paziente, affetta da diabete tipo 1 dall’età di 24 anni e già sottoposta a un trapianto renale, è rimasta ricoverata sotto osservazione sino al 30 ottobre. L’operazione si è rivelata un successo, è stato annunciato oggi in una conferenza stampa.

Abbiamo dimostrato che è possibile effettuare un trapianto di pancreas robotizzato non invasivo”, commenta a Wired.it il chirurgo Boggi: “Se me lo avessero detto un anno fa, non ci avrei creduto”. Il risultato è molto importante, perché gli interventi tradizionali sono particolarmente invasivi, complessi, e vanno a gravare su pazienti già indeboliti dalla malattia. Secondo Boggi, “Il trapianto di pancreas è quello che presenta in assoluto il maggior numero di complicanze”. Il 50 per cento dei pazienti operati presenta delle complicazioni dopo l’intervento, il 15-30 per cento deve essere sottoposto ad almeno un’altra operazione e il 5-10 per cento perde precocemente la funzione dell’organo trapiantato. “Visti i problemi del trapianto tradizionale, nel mondo medico si è spesso dibattuto circa l’opportunità di trapiantare le sole isole pancreatiche, che pure hanno una funzione parziale, piuttosto che la ghiandola intera”. Tra i due tipi di intervento c’è una differenza fondamentale: il raggiungimento dell’insulino-indipendenza, ovvero la non dipendenza dalle iniezioni di insulina, il vero indice di “guarigione” dal diabete, è ottenuta di rado con il trapianto delle isole e regolarmente con quello di pancreas.

È ancora presto per stabilire se il trapianto robotizzato di pancreas diventerà lo standard in sala operatoria, sostituendo definitivamente le terapie cellulari per il diabete. Un solo intervento non è sufficiente: ci vorranno altri studi e test. Speriamo però che questo primo passo aiuti a far pendere la bilancia della discussione verso il trapianto della ghiandola intera, riducendo i problemi legati all’invasività chirurgica di questo tipo di interventi. L’evoluzione futura della robotica potrebbe aiutarci a migliorare ulteriormente e diffondere la procedura”, conclude Boggi.

Fonte: www.wired.it

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